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Leisure - 11/05/2020

Vittorio De Martino ha vinto il Premio Zingarelli 2020 grazie a una storia del 500

Un romanzo scritto decenni fa, ritrovato dall'autore e pubblicato per La Lepre. Il racconto di una cittadina ungherese assediata.

La Lepre Edizioni con un romanzo “ritrovato” di Vittorio de Martino (e pubblicato nel 2019) – ha vinto il pretigioso Premio Zingareli 2020 per la narrativa edita.

Si tratta della XII Edizione del premio letterario nazionale intitolato alla memoria di Nicola Zingarelli, proprio il celebre filologo e linguista dell’Ottocento divenuto celebre per il suo vocaolario.

La giuria ha assegnato il primo premio a Vittorio de Martino con il romanzo storico “Calma e quieta è la notte” [La Lepre Edizioni | Collana Visioni 2019 | www.lalepreedizioni.com]. Come si legge nella motivazione: “Romanzo storico ambientato nel 1566, colpisce per la complessità della trama, che porta il lettore a muoversi nello spazio e nel tempo assieme ai protagonisti. Lettura assai piacevole.”
Vittorio de Martino, romano classe 1959, studia pianoforte e danza classica. Entra alla Scala, poi si dedica al teatro, diventando assistente alla regia con Eduardo De Filippo e Giancarlo Menotti. Si trasferisce a Parigi, dove si laurea in Storia dell’Arte e lavora come insegnante e guida turistica.

Ci racconti la storia del ritrovamento, Vittorio?

Ho scritto questo libro venti anni fa e me lo sono dimenticato. Venti anni dopo, il crollo di una libreria me l’ha fatto ritrovare, mi è sembrato buono e La Lepre lo ha pubblicato. Oggi non lo scriverei più. Lo aveva scritto un uomo che, al termine della giovinezza, si era accorto che la sua vita era destinata un giorno a finire. Sono storico dell’arte, ho bisogno del cannocchiale del passato per vedere più nettamente.

 

Come s’inserisce la scrittura nel tuo curriculum, che va dall’opera alla tv?

La scrittura non ha avuto bisogno d’inserirsi, c’è sempre stata. La scrittura degli altri, prima, quella dei grandi, poiché i libri per me sono stati vitali e salvifici negli anni della giovinezza, che furono difficili. Loro erano le guide e i consolatori: Pierre di Guerra e Pace, Orlando della Woolf, D’Artagnan, mi hanno portato in un mondo più felice e amico, mentre fuori tutto sembrava incomprensibile e ostile. Il mio libro, Calma e quieta è la notte, parla di questo: la parola, quella del racconto fatto da un giovane, calma la paura e arresta il passare del tempo, mentre fuori incombe la fine. Io ho sempre scritto, per capire meglio, perché la parola guida il pensiero, lo obbliga a precisarsi. Vede, sono storico dell’arte e so che scrivere un testo mi obbliga a verificare la verità di ciò che esiste in me, prima, sotto una veste emotiva o intuitiva. Scrivere è una forma di conoscenza. Per questo l’uso delle parole è così importante, perché la parola è la forma che prende un pensiero. Il perdersi della lingua, dovuto all’uso sciagurato dei messaggi sul telefono e a modelli anche ufficiali, proposti da figure mediatiche come certi politici, comporta un’abiura dalla ragione e, ciò che è peggio, una sconfitta dell’etica.

Di cosa parla il libro?

Di come rispondere alla paura della morte. Poiché tutto finisce, allora la vita «é il racconto di un povero idiota», come dice Macbeth? Io credo sia un racconto meraviglioso. Me ne sono accorto a quarant’anni, quando ho capito che la mia vita avrebbe avuto un termine. Quarant’anni li avevo venti anni fa, quando ho scritto questo libro. Poi, me lo sono dimenticato.

Cosa facevi a Parigi?

Si, sono andato a vivere a Parigi, insegnavo storia dell’arte e facevo la guida turistica. Mi sono messo a fare altre cose, il manoscritto è finito sotto l’ennesima pila di libri. Un giorno una libreria è crollata e sotto, nello sfascio, è riemerso il manoscritto. Non mi ricordavo niente, l’ho letto come potrebbe farlo lei, mi domandavo come sarebbe finita quella storia così avventurosa. Mi è sembrato buono, l’ho proposto a La Lepre Edizioni e è stato pubblicato nel 2019.

Perché la formula del romanzo storico?

È lei che ha scelto me. Gliel’ho detto, sono storico dell’arte, ho l’abitudine a guardare al passato come alla dimensione dove le cose, proprio perché più lontane, appaiono più evidenti. Mi ero imbattuto, chissà come, in un episodio ignoto da noi ma notissimo in Ungheria: nel 1566 una piccola cittadina ungherese si trova assediata dall’immenso esercito di Solimano il Magnifico, non c’é scampo, bisogna morire. “Per ingannare l’attesa”, un ragazzo misterioso, che compare solo di notte, racconta una favola a un vecchio. È la storia d’amore di due giovani, Ruggero e Letizia, per i quali esiste solo il presente, mentre nell’assedio si consuma il poco tempo che resta. Ogni notte s’incontrano nel silenzio e la pace dei bagni turchi, abbandonati. Di giorno invece incalzano l’angoscia e la paura.  Il libro è costruito così, su due registri, allo sgomento risponde la fiducia, al tempo che finisce risponde il tempo interno, invariabile come l’eterno cercarsi e sentire degli uomini. Letizia appare un istante all’inizio, poi sparisce e Ruggero continuerà a cercarla, a Venezia, a Istanbul, su un’isola misteriosa, ovunque, a ogni costo. “Forse aveva immaginato tutto, Letizia non esisteva, Letizia era un vago sognare e lui l’inseguiva come il viaggiatore segue la stella, non per raggiungerla ma perché ci indichi il cammino”.

E…alla fine la trova? Finisce bene, la storia?

Se la trova non posso dirglielo, perché il finale è veramente a sorpresa. Però la storia finisce bene, è per questo che ho scritto il libro, per dire che qualunque vita è un racconto meraviglioso, pieno d’incontri, di piccoli miracoli, di commozione, proprio come la storia dei miei due innamorati. Il bilancio della vita non è affatto quello di Macbeth: arrivato ben oltre la metà della mia, mi sembra di capire che, inconsapevoli, apparteniamo a un disegno glorioso, dove siamo allo stesso tempo la goccia nell’oceano, insignificante, e tutto l’oceano in ogni singola goccia.

Sbaglio, o la formula del racconto che ferma la morte ricorda le Mille e una notte?

Certo. Ma, più in filigrana, l’opposizione tra la dimensione concreta dell’assedio e quella onirica del racconto s’ispira al Sogno di una notte di Mezza estate di Shakespeare. Anche lì da una parte c’è la città di giorno, dove i rapporti tra gli uomini si svolgono secondo la logica e un nesso di necessità tra le cose, dall’altra c’è un luogo incantato di notte, dove tutto diventa possibile e un folletto – la fantasia degli uomini – tesse una trama meravigliosa. Scrivendo metabolizziamo le letture che abbiamo fatto, salutiamo i personaggi che abbiamo amato. Per esempio, l’incontro tra i due innamorati guarda alla scena del balcone di Romeo e Giulietta, la balia che parla in napoletano è un carattere della Commedia dell’Arte e, per quello, mi sono ricordato delle tante ore passate, io ragazzo, incantato, a ascoltare Eduardo.

Ogni scrittore scrive di sé, naturalmente. C’è identificazione col protagonista?

No, lui è ciò che io avrei voluto essere, solido, concreto, vincente. Semmai, io assomiglio a quella figura lunare che è Fulgenzio. Per uno strano caso è cresciuto in un convento, su un’isola dimenticata, e non conosce altro, non ha nemmeno mai visto una donna. Prigioniero, grazie ai libri del convento disegna la carta geografica del mondo che non ha mai visto. Quando riuscirà a fuggire da quella prigione, non capirà mai il mondo vero. Diventerà editore, per continuare a immaginare la vita nei libri.

 

Prima di lasciarci, vuoi concederci una frase del libro?

Con piacere. “Con gli occhi chiusi,ripensò a Ruggero che spiava le voci delle ragazze, al sorriso innocente di Fulgenzio, alla fiducia di due ragazzi davanti al futuro. Sorridendo, si addormentò. Passò forse solo un istante e vicino apparve una fanciulla. Era bella, ma il viso non si vedeva. Intorno erano svaniti la tenda, gli oggetti, Solimano sul trono. Lei gli tese la mano e disse: Vieni, è ora di andare. E lui, felice, la seguì”

 

 



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