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Leisure - 04/03/2019

Vittorio Prato: “L’opera è magia di equilibri. E bisogna partire dal privato”

Incontro con l'ultimo degli allievi di Pavarotti. Sta per interpretare il "Faust" ed è appena tornato dalla Cina. "Ma l'Italia è il paradiso che mi sono scelto".

Vittorio Prato è uno specialista nei ruoli di belcanto ed è uno dei quarantenni italiani nel mondo lirico più stimati e acclamati al momento. Ve ne avevamo parlato in occasione della ripresa del suo tour ne “Le nozze di Figaro in Italia”. Nel frattempo il cantante, che è diplomato in pianoforte e in clavicembalo, ha fatto un lungo giro della Cina. Una carriera che decolla in questi anni, dopo aver vinto nel 2003 il Concorso Internazionale “M. Battistini”, con successiva frequentazione dell’Accademia Rossiniana di Pesaro, e gli studi con Ivo Vinco e Luciano Pavarotti. Attualmente Prato è allo studio con Sherman Lowe e può vantare lavori con direttori d’orchestra quali R. Muti, V. Jurowski, G. Gelmetti, D. Renzetti e con registi come P.Pizzi, A.Noble, D.Michieletto, A.Latella.

Vittorio, vogliamo conoscere un po’ meglio la vita e la carriera di un quarantenne che lavora nella lirica. 

Quarant’anni è l’età giusta per dare il massimo, la voce va ancora meglio che quando ho iniziato a cantare, si acquisisce sicurezza in tante cose. C’è una parte di me che vorrebbe iniziare adesso, ma è bello avere un’esperienza alle spalle.

I tuoi ascolti musicali sono sempre stati focalizzati sulla lirica?

Grande passione per l’opera, certo, ma come anche molti colleghi che vengono da un passato rock o metal e ora cantano in teatri importantissimi, anche io ho avuto le mie divagazioni. Io ho ascoltato da piccolo anche la musica da discoteca, ma quella che mi colpiva di più era la musica classica. In casa non c’era un’affezione particolare per questo genere, ma c’era il pianoforte e mia madre suonava. Forse da lì è partito tutto.

C’è anche da sfatare questo mito per cui per amare la classica bisogna essere introdotti?

Ho chiesto io di andare a studiare musica seriamente, come per gli altri bambini succede con il disegno o lo sport. Non è mai troppo tardi, ma le passioni bisogna saperle alimentare all’età giusta. Oggi ho tanti interessi come l’arte o il cinema ma nulla può essere paragonato alla lirica.

Che sacrifici richiede una carriera in una professione come la tua?

Tenersi in forma principalmente, altrimenti i registi si lamentano perché la presenza è richiesta come se fossimo attori di cinema. Non è più come una volta, perché non c’è solo il valore musicale dell’opera, ci deve essere una performance attoriale e una credibilità estetica.

Le frontiere si sono aperte per il canto lirico. È cambiato qualcosa?

Ne sono consapevole, la visibilità che abbiamo anche sui social media, è qualcosa di pregnante in tutte le discipline e nei lavori legati allo spettacolo ancora di più. Questo aspetto a volte è una croce e delizia perché c’è una pressione da parte del mondo della rappresentazione al valore estetico, e ho visto anche privilegiare delle apparenze a sfavore della qualità, proprio come succede in tv o nelle fiction. Non è raro che un bravo attore e cantante spesso venga svantaggiato da scelte dettate dal marketing o dall’estetica.

Beh, tu sei bello e bravo…

L’importante è che ognuno faccia il meglio, bisogna essere preparati sul palco, la carriera di un cantante lirico ha molti ostacoli. La lontananza da casa è uno degli aspetti difficili, ogni sera devi essere esposto al giudizio di tante persone, non puoi camuffare col microfono, spesso si deve essere dal 90 al 100 per cento perché non puoi bluffare. Non ti puoi permettere di andare sotto una soglia.

Altri aspetti che il pubblico ignora?

Dobbiamo avere una condotta di vita da olimpionici, stare attenti a cosa si mangia, ad ambienti che non siano portatori di malanno. Un raffreddore per noi è un nemico cruciale. Aldilà dell’aspetto economico, se salta una replica si perde il cachet della serata, si perde l’occasione di farsi sentire dagli amici che vengono, o peggio, si rischia di deludere.

Che effetto ti fa sapere che ci sono persone che si accostano a una data opera perché la canti tu?

Per me è una soddisfazione enorme e commovente e non la dò mai per scontata. Una persona che ti segue apprezza la voce, il modo in cui ti poni sul palco. Ti carica di una responsabilità che è alla base del mestiere di performer, poi se li deludi dopo un po’ di volte, non verrà più a vederti. La sera mi fa piacere trovare dei visi che mi stimano, mi succede e vorrei dir loro che è una stima reciproca.

Sei un cittadino del mondo, dove ti senti a casa?

Vivo a Bologna da 20 anni ma la casa affettiva è Lecce, la terra dove sono nato custodisce tutti i ricordi ovviamente. Amo Bologna, e torno lì negli intervalli di tempo. Il mio lavoro mi porta a vedere situazioni molto diverse, recentemente sono stato in Cina, Giappone, Cile. YouTube e Facebook hanno portato l’opera ovunque, noi che ci lavoriamo ne percepiamo il cambiamento nell’aumento del seguito ovunque nel mondo.

La contaminazione vi appassiona? Come si modernizza questo settore?

Il sapere è qualcosa che si trasmette. Anche la Gioconda è sempre la stessa, ma quanta gente la vuole vedere perché se ne parla, perché è interessata? La lirica esiste solo in funzione di quella recita che viene fatta in quella determinata sera. Non è un testo di Shakespeare che puoi stravolgere, ha una griglia e dei tempi ben definiti. In quella musica come cantante devo esprimere tutta la mia personalità, ma lo faccio con la voce e con i gesti. Il Rigoletto con una diversa lettura, ad esempio, è sempre nuovo. Adesso gli anni 50 vanno molto di moda nelle produzioni, ma l’importante è essere coerenti. Per dire, la gestualità da nobile d’altri tempi deve essere calata in un giusto contesto, altrimenti stride.

Non hai mai sete di contemporaneità?

L’opera viene ancora scritta da autori contemporanei, non dimentichiamocelo. Per un periodo è stata molto enigmatica, e non ha avvicinato nuovo pubblico al genere. Ora si può ascoltare perlopiù una contaminazione tra opera e musical.

Ti piace questo aspetto?

Certo, adoro i musical, nella prossima vita faccio il musical! Mi piace molto in tutte le sfaccettature. L’unicità del canto lirico però è saper cantare senza microfono, e questa attitudine ti arriva con lo studio che ti fa avere un megafono incorporato in sale al chiuso. Eccetto l’Arena di Verona, dove puoi recitare solo alcune opere, l’opera non amplificata.

Credi ci sia confusione tra i generi oggi?

Se si conoscono le regole, si ha più facilmente idea di cosa significhi avere dei requisiti da cantante lirico. Al Bano è un grandissimo cantante, tra l’altro pugliese come me, mi fa simpatia, lo rispetto, mi piace, ma non è cantante lirico. Bocelli e Il Volo, bravi cantanti con una grande vocalità, ma il cantante d’opera è altra cosa.

Luciano Pavarotti?

Mio caro maestro, l’ho conosciuto nel 2005, sono stato con lui a Modena e Pesaro. l’ho seguito per due anni, prima che smettesse, lui aveva un gruppo ristretto di allievi che curava. Per me è stato lui a sradicare la convinzione che l’opera fosse elitaria.

Hai fatto in tempo a esibirti con lui?

Avrebbe voluto allestire un nuovo Elisir D’Amore che era la rappresentazione con cui era conosciuto nel mondo. E voleva facessi Belcore, un baritono ma non c’è stato tempo. Era lui che mi incoraggiava come faceva con tutti i giovani che riteneva validi. Aveva una passione, mi diceva: ho avuto tanto e voglio dare quello che ho avuto. Solo i grandi parlano così.

La sua eredità?

Ha fatto del gran bene a portare la lirica in altri mondi. Del resto aveva la giusta autorevolezza per farlo, era Pavarotti che lo faceva da ambasciatore della lirica del mondo.

Essere italiano ti fa sentire più sicuro sul palco?

L’opera per la maggior parte è italiana, è un marchio nostro, in virtù di questo l’italiano è la quarta lingua più studiata a mondo, ha superato il francese. Se pensi che l’Italia è così piccola, non ha colonie e ha la quarta lingua più studiata al mondo, credo che un contributo enorme a questa divulgazione sia dato dall’opera lirica. In questo momento in Cina ci sono milioni di ragazzi che stanno studiando l’opera e la nostra lingua. E la stessa cosa succede Giappone e Corea.

 

Vittorio Prato in posa per The Way Magazine, Milano – Gallerie d’Italia (Foto di Christian D’Antonio).

Quindi non lascerai l’Italia?

Amo tutto dell’Italia, è il paradiso che mi sono scelto, vivo a Bologna e sono figlio del Sud, sono consapevole dei pregi e difetti. Ho avuto occasioni di spostarmi ma voglio restare qui.

C’è qualcosa di salentino in te, nell’approccio che hai alla musica? La tua terra è ricca di tradizioni.

Ora spopola la Taranta, mi piace la Pizzica, ci ho provato a ballarla ma ho bisogno del coach credo! È qualcosa che deriva da un’arte più antica della lirica, il rumore del tamburo ha qualcosa che risveglia bisogni primitivi. Le donne si liberavano con questo ballo, un modo per sollevarsi, riscattarsi. Ma anche il canto e il teatro sono modi per liberarsi.

Il tuo modo qual è?

Per liberarmi ammazzo le mie paure sul palco, vivo cento vite e ne ammazzo altrettante. Quello che puoi provare è immedesimazione, un’esperienza che vivi in quel momento, come se entrassi in vite altrui. Ma una volta che è finita bisogna staccare, perché portarsi un personaggio nella vita è pesante. Già ci sono le maschere pirandelliane che spesso indossiamo nella quotidianità. Meglio liberarsi, nella vita voglio essere me stesso.

Cosa sta preparando in questo periodo?

Di prossima uscita è un cd di Belcanto, il mio repertorio d’elezione. Si tratta di un periodo dell’Ottocento con arie che privilegiano l’espressone della voce in funzione strumentale. Si canta con estensione grande e vocalizzi particolari. Mi sono cimentato ed è stata una bella riuscita. Tra gli impegni futuri poi c’è il Faust opera di ottocento inoltrato. Sarò anche interprete di Puccini, l’ultimo grande autore italiano, considerato il precursore della musica da cinema.

VIttorio Prato, courtesy of Missoni, foto di Max Montigelli.

Ti piace accostarti a repertori leggeri?

Puccini è vicino alla canzone, molto orecchiabile e viscerale. Mozart è la mente e il trascendente, Puccini è la carne e ci vuole una voce molto più presente per affrontarlo. Spesso l’orchestra è pesante  e non è un accompagnamento con un pizzicato dei violini.

Come è nato il legame col brand di moda Missoni?

È stato un incontro fortuito. Abbiamo fatto uno spettacolo con i vestiti di Missoni, che erano stupendi. E poi mi sono approcciato al modo di vestire del marchio, sono orgoglioso di indossare un capo fatto con tradizione, dove si vede la ricerca della maglia, dei suoi elementi. Sono quindi diventato testimonial di un saper fare prezioso. Seguo la moda, è uno degli aspetti del vivere bene, moda e arte vanno a braccetto. Bisognerebbe avere cultura a 360 gradi.

Ambizioni ne hai ancora?

Il traguardo principale non è il posto dove lavorare, potrei dire anche un piccolo teatro, per esempio, ma tener presente che bisogna saper dare il massimo. Nella carriera avere i templi della lirica in curriculum, come il Metropolitan di New York, è sicuramente importante e spero che un giorno arriveranno. Ma la cosa che mi riempie di più è avere una vita personale gratificante. Amici, famiglia, amori, avere serenità assieme al lavoro è importante. Le cose devono accadere in armonia, altrimenti c’è scompenso.



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