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Leisure - 19/04/2018

William Griffini: “Gli italiani al comando non si arrendono mai”

Un giovane e ammirato imprenditore milanese con tanti hobby. E un obiettivo: risolvere i problemi di matching delle aziende ad alto livello.

Il ceo di Carter & Benson, la famosa azienda di headhunting internazionale, è particolarmente felice di stare con noi di The Way Magazine a bordo di una vettura simbolo dell’innovazione tecnologica. Questa volta sulla Tesla Model S P100D ospitiamo William Griffini CEO e fondatore del braccio italiano del brand di executive search.

William è un giovane imprenditore ammirato dalla Milano bene e anche conosciuto tra i top clients di tutto il mondo per il suo stile e per il riuscitissimo modus operandi. Ha risolto problemi di matching per clienti importantissimi a livello mondiale. Ed è anche una persona molto piacevole con cui confrontarsi. Interessato a qualsiasi occasione di scambio inerente alla bellezza e all’arricchimento culturale, è uno sportivo e un grande stimolatore di conversazioni eclettiche.

Siamo andati a prendere William presso l’ufficio della sua società a Milano, nel cuore di Brera, e ci ha spiegato i dettagli del suo lavoro con entusiasmo e partecipazione, come potete vedere nell’esclusivo video che abbiamo girato.

Christian: William è vero che il middle management è la cosa più difficile per il matching nel tuo lavoro ?

William: La figura di direzione di funzione ha un ruolo molto particolare, quando un’azienda ha questo bisogno specifico non sempre si ha però la capacità di promozione dall’interno, pertanto bisogna andare fuori a cercare le figure chiavi. Nelle figure di middle management, non c’è molta domanda e offerta, però tante aziende, come è giusto che sia, cercano di generare delle strutture che permettano la crescita di queste particolari figure. Si assumono risorse dal basso, le si fa crescere, ci si investe e crescono all’interno della struttura. In questo modo diventano quadri e magari anche neo dirigenti.

Francesco: Una sorta di vivaio quindi?

W: Assolutamente sì, se si può, l’atteggiamento e l’approccio è la crescita interna all’azienda. La direzione di funzione è come per tutte le cose, via via che sali, via via che diventa più difficile, le aspettative sono più alte e tutti lo vogliono fare. Ma il rischio è molto alto.

Non sempre tutti riescono a crescere: io penso alla figura del corridore, tutti magari corrono in 14 secondi i 100 metri, poi gradualmente si riducono le probabilità di trovarne se i tempi sono più stretti.

Non tutti riescono avere una completezza manageriale per raggiungere questi livelli, perciò quando la crescita interna fallisce, interveniamo noi. Per seguire queste cariche intermedie abbiamo una divisione che lavora molto.

C: Indirettamente si è portati a pensare che trovare profili alti sia più difficile, perchè questi ruoli sono il prestigio di quello che uno ha raggiunto a livello lavorativo, non è confutabile.

W: Nel livello intermedio, c’è la difficoltà nel trovare l’equilibrio tra quello che cerchi e quello che ti aspetti, una delle aspettative delle aziende è che queste persone siano fatte con la stampante 3D, non è cosi facile trovare …

C: Ancora non ci siamo arrivati

W: non ci siamo arrivati, non credo non ci arriveremo mai, c’è quella parte umana che spero che si tenga. Direi che la difficoltà è l’aspettativa. È altissima sulla performance, sui risultati e anche sulla capacità di inserirsi in un contesto; un primo riporto a un amministratore delegato deve poter accontentare: l’AD e i colleghi, gli altri, i collaboratori, non li deve accontentare ma li deve gestire. Una figura di mezzo, deve avere anche la capacità di stare all’interno di un contesto lavorativo complesso.

william griffini

C: A volte i soft skills valgono di più…

W: No, non a volte, i soft skills valgono tutto in una posizione manageriale. Se una persona è capace di correre veloce ma non si allena mai, non ha voglia, non si mette in linea, è comunque una persona fuori dal coro, non vincerà mai nessuna gara. Era interessantissima l’intervista rilasciata da Usain Bolt in cui diceva: “Io corro 10 secondi, mi alleno 12 ore al giorno per quei 10 secondi”. La popolazione oggi è molto intelligente, la maggior parte delle persone sono laureate, non c’è una mancanza culturale o intellettuale.

La nostra società è totalmente in cloud, tutti i server sono all’interno, i siti sono nostri, i dati sono nostri, in qualsiasi posto al mondo con qualsiasi device della terra io mi ritrovo sulla mia scrivania posso accedervi. Abbiamo molti sistemi di analisi e il nostro database è di proprietà e lavora su 60.000 interazioni. Però ricorriamo sempre al processo di valutazione e selezione per soddisfare pienamente il profilo che ricerca l’azienda cliente.

F: Siamo in una città che per natura crea dei network, che permette a più persone di entrare in contatto tra di loro. Tu come vivi tutto questo?

W: Beh, tra tutti gli eventi penso che il Salone del mobile sia forse il più bel evento a Milano, una settimana in cui la città è meravigliosa, aperta. Addirittura aprono le ville e i giardini al pubblico, è proprio un bel momento. Io faccio anche parte di un associazione che si chiama “Centro Studi Grande Milano”, lavoriamo per fare in modo che la visibilità di milano aumenti in Italia e nel mondo. Abbiamo una centralità molto importante, per i trasporti, cultura e impatto sociale.

C: Quindi l’hai vista cambiare la tua Milano.

W: L’ho vista cambiare, ho visto gente che ci ha messo il cuore per cambiarla e migliorarla molto. Le aspettative sono sempre molto alte, però comincia essere una metropoli vera con tante cose ancora da fare.

C: Non ti sembra che anche tu abbia contribuito a cambiarla in qualche modo?

W: Io amo questa città, amo tutto quello che ha e mi ha dato; a mia volta ho dato delle opportunità a dei manager ma se le sono guadagnate. Io ho creato domanda e offerta ma le capacità le hanno espresse loro. Milano è una città che può dare molto a tutti, a me ha dato tantissimo e infatti restituisco molto a questa città. Il centro studi si occupa di dare qualcosa indietro a questa città, anche per questo ho aperto con degli amici un’associazione virtuosa che si basa sulla certificazione di gender. Cinque anni fa sono stato premiato con il premio Isimbardi, come cittadino che ha contribuito fortemente in termini sociali sul lavoro in città.

Con questa associazione inoltre, stiamo portando avanti un progetto per l’inserimento di giovani che non trovano lavoro, il tutto presso aziende che li agevolano e si occupano della formazione.

C: William ho un dubbio sulle Job descriptions, perchè all’estero ci dicono sempre che noi italiani siamo molto sommari nel farli. Tu hai riscontrato questo?

W: Diciamo che noi utilizziamo un sacco di parole inglesi, dovremo chiamarla nazione non country, dovremmo chiamarle competenze non skills. Dovremmo usare la terminologia corretta, non siamo però così imprecisi, è un po’ un luogo comune, abbiamo un sacco di qualità che ci invidiano in tutto il mondo. Che sono l’autocritica, l’ironia, la fantasia, l’atteggiamento gioviale verso la vita.

C: La precisione di una job description è un punto fondamentale, quindi.

W: Sì, le cose importanti sono capire il contesto dell’azienda, il motivo della ricerca, anche se le competenze che deve avere il profilo possono essere modificate. Bisogna dichiarare la cultura aziendale, l’organizzazione e l’obbiettivo aziendale; perchè non sempre un’azienda sa esattamente che cosa esiste fuori. Sa che cosa ha dentro, perciò ha consapevolezza della propria esperienza e della propria organizzazione. Quando si dice che da noi si fa A B C D , all’esterno puoi trovare che fanno B C D A, le stesse identiche cose ma con un procedimento diverso. Quindi la job description tira fuori le caratteristiche e unisce quello che desiderano i dirigenti con quello che c’è sul mercato perchè non si disegna i candidati.  Le esperienze non sono tutte come le vogliamo, bisogna trovare quello che è in target con la ricerca.

 

C: Vero è che un italiano in un ruolo, mediamnete formato per obbiettivi, difficilmente si tirerà indietro quando subentrano esigenze particolari…

W: L’atteggiamento ci rende abbastanza pronti ed eclettici, ma non più o meno di altre nazionalità. Sicuramente non siamo una  popolazione che si arrende, abbiamo dei limiti logistici, siamo fissati con la logistica: lavoro vicino a casa o a portata di famiglia o nella nostra città d’origine; abbiamo un atteggiamento molto molto diverso da atri popoli o culture. Noi si sà siamo legati molto alla casa e alla famiglia, questo ci vincola molto al nostro territorio e alla nostra città. Questo legame così forte è molto nostro, la proprietà della casa e l’attenzione alla famiglia è un atteggiamento molto italiano.

C: Riesci ad essere così determinato anche in famiglia, con i tuoi figli?

W: Io sono il padre e ho un po’ più prepotenza però… c’è anche un po’ di condivisione alla fine, cerco anche di farli scegliere, portandoli su uno stile un po’ più mio che loro. Per esempio, al cinema la piccolina andrebbe più sulle storie d’amore, quello grande sui drammatici e quello centrale vorrebbe giocare alla Playstation. Però per le serate da trascorrere assieme, poi troviamo un punto d’incontro.



Francesco D'Agostino
Figlio degli anni 90, spinta digital-social di The Way, si è fatto le ossa nel patinato mondo di To Be Magazine. Per scoprire che il dandy elegant che stava impersonando necessitava di una vetrina all’altezza anche sul web. Senza cercare altrove, se l’è creata da solo. Mette passione solo in quello che gli interessa veramente. Al resto nemmeno ci pensa. Grafica, biz obsession e una giusta dose di involontaria leadership lo proiettano sempre al minuto dopo.
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