20 Giugno 2022

Igor Guskich: “La mia scultura tra miti classici ed emozioni moderne”

Parla l'artista famoso per i volti ispirati alla bellezza antica con elementi "vandal": "Ho voluto ridare l'espressività alle statue che ammiravo da bambino".

20 Giugno 2022

Igor Guskich: “La mia scultura tra miti classici ed emozioni moderne”

Parla l'artista famoso per i volti ispirati alla bellezza antica con elementi "vandal": "Ho voluto ridare l'espressività alle statue che ammiravo da bambino".

20 Giugno 2022

Igor Guskich: “La mia scultura tra miti classici ed emozioni moderne”

Parla l'artista famoso per i volti ispirati alla bellezza antica con elementi "vandal": "Ho voluto ridare l'espressività alle statue che ammiravo da bambino".

Dalla passione per l’iconografia religiosa cattolica alla creazioni di sculutre uniche e ammirate. Igor Guskich, artista montenegrino di 35 anni, a Milano da 12, si sta facendo conoscere dal circuito dell’art cognoscenti per il suo gusto moderno che coinvolge bellezze vetuste. Le sue teste di ceramica, adattate alla comunicazione contemporanea, appaiono residui bellissimi di un’antichità classica ritrovata e condita con elementi che parlano di oggi. Le cercano galleristi e allestitori di vetrine shock, perché hanno portato colore e messaggi in un genere che sembrava intoccabile.

Igor Guskich in posa nel suo studio milanese sotto il bassorilievo “Fallen Myths”. La scultura non è ancora stata esposta ed è un’anteprima per il lettori di The Way Magazine (vedi foto sotto messe a disposizione dall’artista).

Igor, la prima cosa che ci stupisce è la fattezza delle tue statue. Sono dettagliate e realizzate minuziosamente. Come le crei?

Sono il frutto di anni di un corso di scultura all’Accademia di Brera, dove sono diventato poi specialista nella scenografia. Questo percorso mi ha permesso di realizzare le opere con le mie mani e inserirle adeguatamente in uno spazio. Infatti questa serie di busti e volti compaiono sempre in luoghi che hanno un senso per l’esposizione. Un’opera scultorea senza spazio resta priva di vita.

L’elemento distintivo della tua scultura attuale quale è?

Uso ceramica con pigmenti naturali e aggiungo materiali acrilici per contrasto. Importo nell’arte classica elementi della società del consumo, materiali simbolo dell’industrializzazione che convivono con l’estetica antica. Credo che questo porti un’impronta tutta nuova nella mia opera.

Cosa hai realizzato nella tua vita artistica?

Ho fatto l’art director per brand di moda e sono andato a lavorare come consulente creativo per molte ditte. Questo impegno nella moda mi ha arricchito, perché o supervisionato la costruzione dei capi e ho fatto numerosi viaggi in Europa e non solo. Per me un riferimento è stato sempre Gianfranco Ferrè, che non a caso era definito architetto della moda.

Come è stata la risposta della città che ti ha accolto, Milano?

Ho una presenza da Raw in Corso Magenta, che è un prestigioso spazio di architettura e design. Alcune opere sono state esposte in via Malpighi allo show-room di moda Messaggerie, quindi un legame con quel mondo è forte. Poi per coinvolgere i cittadini al locale Eppol ho organizzato un’azione di intervento artistico collettiva. Il progetto si chiamava “Vandal” e voleva apportare una connotazione contemporanea e con effetto originale alle teste di ceramica che si rifanno alla bellezza classica. Ho chiesto anche a passanti casuali di metterci mano.

Perché ti sei concentrato sui volti?

Per me è molto interessante trovare diverse testimonianze in una sola opera e le persone hanno aggiunto il loro tocco su quello che avevo preparato. Finora ho lavorato sui volti perché è la parte più espressiva della nostra persona.

Ti muoverai su altri filoni in futuro?

Ho appena finito una serie di frammenti di statue chiamandola “Miti caduti“ che ha una valenza molto simbolica. Immaginiamo sempre per retaggio culturale, che le divinità siano immortali, potenti personaggi che ci illuminano. Ma la vita ci insegna che niente è permanente. Anche i miti possono frantumarsi e possono essere fragili. Li voglio rappresentare rotti, di assoluto non c’è nulla. In futuro mi dedicherò sempre al figurativo con interpretazioni molto contemporanee.

Che background hai?

Sono cresciuto in una famiglia serbo-croata in Montenegro. Per mia nonna la religione cattolica era una guida, e mi portava nelle chiese che abbiamo nella nostra regione fin da piccolo. Anche nella mia città, Sveti Petar c’era un trionfo dell’arte barocca di gusto anche veneziano, visto che l’influenza della Serenissima nei paesi adriatici orientali è palpabile. A sette anni la ricchezza dell’arte del Settecento mi ha fatto innamorare dell’architettura e dell’arte italiana.

Come pensi stia riemergendo questa esposizione così sedimentata nella memoria nella tua creatività?

La mia famiglia ha una forte adesione alla religione ma io ricordo di essere stato affascinato dalla riproduzione della bellezza che incanta. Ammiravo le proporzioni, le simmetrie, mi sembrava un’intelligenza resa visibile. Poi dopo ci ho riflettuto: per me l’arte nasce da una concezione estetica, da una visione, da un messaggio che trasforma in materia l’intelligenza umana.

Usi lo stesso approccio che hai nella scultura anche in altri campi?

Sia per la scultura che per i miei progetti degli interni sviluppo idee che sono molto interconnesse. Il mix fra scultura, moda e il mio passato da indossatore mi ha avvicinato al mondo della vetrina. Sono arrivato a lavorare con il famoso brand inglese di produzione di manichini Adel Rootstein. Sono loro ad aver inventato questo mondo di statue per vestiti, essendo stata la prima azienda a fare un manichino su reali sembianze umane, con la leggendaria serie ispirata alla modella Twiggy. 

Come ti immagini la tua prima mostra personale?

La prima vera esposizione vorrei farla a Milano che è la mia casa, la città dove mi sono formato dal punto di vista professionale. Mi sento in debito con la città. Così come sono io a modellare le mie opere, è stata Milano a modellare me.

Igor Guskich con le sue opere in ceramica e una selezione di illustrazioni in acrilico su carta ispirate al mondo della moda. L’artista le racconta così: “Un altro aspetto della mia creatività sono queste illustrazioni di una musa immaginaria con forme esagerate. Tanti ci vedono la bellezza cara a Modigliani. Per me il collo lungo su una donna è sintomo di estrema eleganza”.

Una delle tue opere che più desta scalpore è il volto in ceramica bianca che lacrima rainbow dagli occhi. Com’è nata?

La testa che sputa rainbow si chiama “La Venere dai mostri interni”, esprime un periodo di chiusura che ha nascosto sentimenti ed emozioni che vengono espresse non verbalmente. In soccorso arrivano quei colori che richiamano nel linguaggio moderno a concetti di uguaglianza e libertà. Li ho voluti rappresentare sgorganti dagli occhi perché è quella la parte più espressiva del corpo, secondo me. Le statue classiche sono rigide e perfette invece nel mio caso si vede matericamente cosa trasmette lo sguardo. 

Sappiamo quanto la pandemia abbia messo in difficoltà il mondo dell’arte. Tu come hai vissuto questo evento tragico?

Ogni artista o creativo esprime nel momento di difficoltà quello che ha dentro. Dopo il Covid ho assaporato sconforto e ho vissuto un periodo in cui mi sono posto tante domande, mi sono interrogato su cose che non avevano risposte certe. Ho riabbracciato la scultura per sentirmi più tutelato e mi sono protetto nel mio mondo, come se cercassi di sfuggire da quello che stavamo vivendo. Ecco perché appaiono evidenti rotture nelle superfici delle mie teste. Noi esseri umani ci ingegniamo sempre per andare avanti e ho voluto rappresentare questo superamento con delle cuciture visibili che servono a ricomporre equilibri compromessi.

Hai mai pensato di replicare in ceramica il tuo volto?

Se c’è un tratto personale in quello che realizzo ovviamente non è consapevole. Non sono narcisista ma da forte osservatore riconosco che il volto che conosco meglio è il mio. A volte sono gli altri a indicarmi cosa c’è di me in quello che realizzo. Inizialmente l’ho negato ma poi effettivamente penso che tutte le opere che creo, come succederebbe coi figli, portano qualcosa di me. 

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Christian D'Antonio

Christian D'Antonio

Figlio degli anni 70, colonna del newsfeed di The Way, nasce come giornalista economico, poi prestato alla musica e infine convertito al racconto del lifestyle dei giorni nostri. Ossessionato dal tempo e dall’essere in accordo con quello che vive, cerca il buono in tutto e curiosa ovunque per riportarlo. Meridionale italiano col Nord Europa nel cuore, vive il contrappunto geografico con serenità e ironia. Moda, arte e spettacoli tv anni 80 compongono il suo brunch preferito.
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