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Society

Society - 16/07/2019

Davide Ferro: “La mia arte come metafora dell’uomo nella massa”

Il pittore pavese dimostra una sensibilità peculiare nel rappresentare uomini "schiacciati" dal pensiero comune. E piace a grandi e piccoli.

La società come un acquario dove si muovono uomini con occhi vuoti. Davide Ferro, pavese di 55 anni, con la sua arte ha da sempre voluto esprimere una presa di posizione sul modus vivendi attuale. Non guarda indietro, mai, nemmeno nella tecnica. L’artista del resto all’Accademia di Belle Arti Europea dei Media di Milano aveva presentato un tesi dal titolo “Arte come coinvolgimento sociale“. E dal 1979 ha continuato a divulgare e comunicare con le sue mostre questo personale incoraggiamento al ritrovarsi nella folla. Di persone e di idee, di scambi globali che spesso risultano vuoti. Insomma, dietro ai suoi omini colorati che piacciono tanto ai bimbi, c’è un significato da scoprire.

Quando hai iniziato a dipingere?

Le opere su tela sono state l’inizio, il mio primo lavoro a otto anni nel 1971. Si trattava un veliero in alto mare che procedeva a vele spiegate in preda a una tempesta. Ho iniziato a dipingere in famiglia quando c’era mio padre che lo faceva, disegnava da autodidatta. Ho seguito l’istituto d’arte a Pavia e poi l’Accademia di belle arti europea dei media a Milano. All’inizio mi intrigava la copia da foto o dai dipinti classici per mettermi alla prova col confronto. Poi ho fatto paesaggi dal vero, scorci del quartiere dove abitavo. Usavo pastelli, acrilici e olio su cartoncino e su tela.

Altre passioni?

Ho fatto per 7 anni dai 18 anni motocross a livello regionale, correvo in Piemonte. La passione mi è rimasta ma non lo pratico più come sport, lo seguo solo in tv. Viaggiare in modo dà la percezione della realtà attorno più ampia, rispetto a viaggiare in macchina. Perché sei all’aperto. E la libertà che si assapora ti offre visuale più completa, conosci meglio il paesaggio e i particolari ti restano dentro, ti puoi fermare a guardare.

Come sei arrivato a includere nei paesaggi i tuoi personaggi?

I lavori della tecnica con i personaggi li creo da una decina d’anni. Ci sono arrivato facendo un percorso di ricerca, ho iniziato a prendere spunto dagli impressionisti, futuristi, metafisici, astratti, surreali. Fino ad arrivare alla mia caratteristica, anche concettuale, non solo estetica, che sono esseri con le teste staccate dal corpo e gli occhi vuoti.

Cosa vuoi rappresentare di più?

Parto dall’analisi della massificazione che socialmente tende a conformare tutti. Ma se vai a indagare in ogni persona le differenze restano. I miei personaggi vengono raffiguranti sempre con la testa distaccata dal corpo, tranne gli animali. Perché loro sono ancora puri secondo me, non sono condizionati.

Perché succede agli animali e non agli umani?

Perché gli animali vivono sempre in maniera spontanea e non innaturale. La natura li governa, non hanno maschere. E gli animali sono presenti nei miei quadri come sono nella realtà. I personaggi umani sono dei fantasmi con la testa distaccata, il desiderio di apparire più che essere e in ogni circostanza portano una maschera diversa. E non si riesce a sincronizzarli ma nel bene e nel male c’è un non essere se stessi, frutto delle convenzioni sociali.

Vedi molto di ciò attorno a te?

Siamo in un periodo molto veloce, con necessità di avere ritmi di pensiero e reazione molto veloci. Chi ha dinamiche comportamentali lente si sente a disagio. Che spesso è mascherato con voler apparire quello che non si è. Ho comunque una visione positiva della vita. Penso sempre che in realtà ogni persona ha un potenziale positivo che prima o poi emergerà. Nonostante le costrizioni che  allontanano dal proprio essere. Sono consapevole che prima o poi riusciremo a liberarci.

Come ti senti tu?

Per me è una fortuna poter mettere su tela un mio pensiero, mi libera e consente di esprimermi. Se dovessi tenere tutto dentro sarei in conflitto. Per me la pittura è la costruzione di un mandala come i monaci tibetani. Non è l’effetto finale ma il percorso e la ricerca ad essere cruciale.

Hai fatto sempre quello che hai voluto?

Nella pittura ho fatto decisioni in libertà. Nella vita da 20 anni sono un impiegato del Comune di Pavia, a contatto di molteplici situazioni e persone, spesso superiori alla fantasia. Se dovessi vivere solo di pittura diventerei ozioso, ho bisogno di una sollecitazione sociale. Mi porta molti stimoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le persone che guardano i tuoi quadri cosa ti dicono?

Sono incuriositi dalla testa distaccata e dagli occhi triangolari. È la mia caratteristica, perché il triangolo è la perfezione. Le persone cercano di trovare la perfezione fuori, guardando gli altri, ma l’equilibrio lo devi trovare dentro. Solo se sei positivo riesci a vedere fuori qualcosa di positivo.

Cosa dovrebbe fare la pittura oggi?

La pittura è la forma d’arte figurativa più precisa. Dalla nascita della fotografia, tutto è diventato arte. Che dovrebbe alimentare il lato estetico, appagare la necessità di bellezza, alimentare l’attività di pensiero. Che da sola è quello che fa l’arte concettuale. Il quadro bello fa invece entrambe le cose, ti fa riflettere e portarti in un altro mondo. La pittura non è mai passata. Con questo non voglio sminuire installazioni o cose simili, ovviamente.

Il tuo futuro come lo vedi?

Ho due mostre in Sardegna su Leonardo Da Vinci. A Castel Sardo e Cagliari, dove una galleria di Novara, Vivace, ha organizzato l’esposizione. Ho dei lavori legati al genio leonardesco reinterpretando l’Ultima Cena e l’Uomo Vitruviano. La contaminazione tra i punti di vista artistici diversi è l’aspetto che mi fa sentire più vivo.

Fotoservizio: Davide Ferro fotografato da Christian D’Antonio nello studio d’artista di Angela Capozzi – NoLo – Milano.



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