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Society

Society - 14/05/2018

Eurovision, cronache dal centro del mondo della musica

Da Lisbona la giornalista italiana Francesca Binfarè ci dice: “Per l’Italia di Meta-Moro è come se fosse una vittoria”.

Alla fine Ermal Meta e Fabrizio Moro hanno fatto meglio di Francesco Gabbani che l’anno scorso era dato per favorito. L’Eurovision Song Contest è stato vinto nel 2018 da Israele (Netta Barzilai con Toy) seguito dal favoritissimo Cipro (Eleni Foureira con Fuego). L’Italia di Non mi avete fatto niente è arrivata quinta, cantata in italiano con un duo che all’estero non è conosciuto vuol dire già tanto. E a raccontarci il dietro le quinte di questa settimana di follia collettiva per la musica di tutta Europa, c’era Francesca Binfarè, giornalista free lance e anima del music blog https://allyoucanpop.wordpress.com/

Francesca, tu hai seguito innumerevoli volte Sanremo. Per la tua prima volta all’Eurovision, la compagine italiana come era? Chi c’era a Lisbona?

C’era la delegazione italiana essenziale delle etichette che rappresentavano gli artisti e della Rai e avevano tutti un ufficio stampa al seguito. Devo dire una rappresentanza buona, essendo un programma tv c’erano dei referenti del mondo del broadcaster e ovviamente noi stampa che eravamo tutti interessati a capire i nostri come stavano giocando.

Parlaci un po’ dell’organizzazione portoghese di una macchina così complessa come l’Eurovision, paragoni con Sanremo?

L’organizzazione è svedese “importata” a Lisbona per l’occasione. Tutti ci dicevamo: ma perché a Sanremo non si può fare così? Pensa che c’erano ogni giorno in programma tre tipi di prove, al mattino per la regia, al pomeriggio per la stampa e alla sera prima del programma per i jury show, per le giurie. Erano sempre rispettosi della tabella di marcia e provavano tutto al limite dello sfinimento. Per un ritardo di 4 minuti si sono scusati, non potevamo credere alle nostre orecchie.

I giornalisti sono uguali in tutto il mondo?

Ho vissuto la sala stampa e ho vissuto l’atmosfera che si respira quando si sta assieme. Ovviamente noi italiani facciamo squadra, parliamo molto, queste sono anche occasioni di confronto. Quello che non si sa è che ci sono tre tipi di invitati a seguire il festival: giornalisti, delegazioni e rappresentanti dell’OGAE che è il fanclub dell’Eurovision. È un acronimo francese che sta per Organisation Générale des Amateurs de l’Eurovision or the International Organisation of Eurovision Fans, raccoglie oltre 40 fanclub nazionali del programma ed è stato fondato in Finlandia nel 1984. Davvero uno squadrone di supporter allegri e rumorosi.

Che fanno assieme tutti questi fans di un programma?

Sanno a memoria tutto, i partecipanti delle passate edizioni, le nazioni di provenienza, hanno tutte le compilation, sono fan della storia del programma e viaggiano per vederlo ogni anno. È bellissimo vedere come accolgono i vincitori delle passate edizioni, che per molti vengono dimenticati, per loro sono delle star.

Tu sei stata vicina a Ermal Meta e Fabrizio Moro? Come li hai visti?

Sono riuscita a girare una delle poche video interviste che hanno realizzato per l’Italia. Hanno fatto tanta promozione per vari paesi e non è un palco che li ha lasciati indifferenti ce ne siamo accorti tutti. La loro benzina è davvero nell’arena, un palco stratosferico e un affetto del pubblico travolgente. L’hanno gestita bene, a una delle prove sono calati, la millesima che volta facevano la stessa cosa era anche normale che ci fosse un rilassamento. Sono stati tesi ma nella dimensione giusta, ed è andata bene perché non era nell’aria arrivare quinti. È come se fosse una vittoria.

Le previsioni sono state rispettate a Lisbona?

Alla fine l’importante è che ci sia stata unità e qui si è respirata davvero un’aria da centro del mondo della musica. Ermal e Fabrizio erano un oggetto ignoto, non hanno fatto le tappe di avvicinamento alla finale. La favorita Cipro è arrivata seconda, Israele è partita bene, poi è riemersa perché il televoto è stato forte. L’Austria e la Germania non erano messe bene e si sono invece piazzate degnamente.

In tutta sincerità, questi cantanti restano “stranieri” una volta che cala il sipario?

Stranieri sì, perché cantano quasi tutti in inglese ma li si capisce. Però noto che c’è interesse internazionale per tutti i gareggianti, perché la stampa di ogni paese intervista tutti. C’erano cantanti slavi ed erano assaltati dal pubblico, se guardi Spotify oggi le canzoni di Eurovision 2018 vanno molto bene. Il cantante tedesco Michael Schulte può avere speranze, Fuego è già in radio e Toy potrebbe essere programmata anche in Italia. Detto questo è sempre vero che tutti ci ammirano per la nostra lingua. La frase più ricorrente che mi dicevano era: potete cantare tutto in italiano, sembra sempre bello.



Christian D'Antonio
Figlio degli anni 70, colonna del newsfeed di The Way, nasce come giornalista economico, poi prestato alla musica e infine convertito al racconto del lifestyle dei giorni nostri. Ossessionato dal tempo e dall’essere in accordo con quello che vive, cerca il buono in tutto e curiosa ovunque per riportarlo. Meridionale italiano col Nord Europa nel cuore, vive il contrappunto geografico con serenità e ironia. Moda, arte e spettacoli tv anni 80 compongono il suo brunch preferito.
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