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Society

Society - 03/04/2020

Francesca Interlenghi: “In arte facciamoci riconoscere, ma senza egocentrismi”

Una donna che finalmente è quello che voleva. A cavallo tra arte e scrittura con la creativa che cavalca l'onda della dimensione digitale. Cruciale nel 2020.

Francesca Interlenghi è autrice, curatrice indipendente e docente di Storia del Costume e della Moda e di Comunicazione presso IAAD, l’Istituto d’Arte Applicata e Design nelle sedi di Torino e Bologna. Nella sua carriera ha affiancato registi e fotografi, ha sottolineato con la sua sensibilità tanti aspetti delle performing arts che sono un patrimonio di conoscenza e occasione di arricchimento per il pubblico. Attualmente scrive di arte e moda ed è autrice del proprio blog thedummystales.com. Ha partecipato a diverse video performance, realizzato performance pubbliche e preso parte al film “Voglio vivere senza vedermi” di Bruno Bigoni e Francesca Lolli presentato alla 37esima edizione di Torino Film Festival.

“Voglio vivere senza vedermi” (2019), di Bruno Bigoni e Francesca Lolli esplora “il potere come immagine, come immaginazione, come corpo fisico”, attivando il dialogo tra sperimentazione visiva e acting teatrale in un trittico che parte da Artaud, attraversa il Living Theatre e arriva ai giorni nostri. Un buon punto di partenza per la nostra intervista a questa personalità creativa poliedrica, che qualche mese fa ha curato la pubblicazione internazionale di un bellissimo e poetico libro di immagini sul Pakistan, “The Spirit of Sahiwal” del fotografo Sohail Karmani edito da Skira .

Questa è stata l’occasione del nostro primo contatto. Che ci ha portato a questa intervista per farci raccontare della sua carriera.

Francesca, da curatrice a cosa stai lavorando ora?

Ho organizzato una mostra di video arte destinata all’online dove io stesso sono una performer. Siamo quattro ‘Francesca’ figlie di genitori che per colpa di Battisti hanno avuto la fantasia bloccata, evidentemente…almeno così mio papà ha confessato. Differenti da un punto di vista squisitamente formale, le tre artiste sono accomunate da uno studio autonomo e indipendente di ricerca ed elaborazione. Il progetto si chiama ‘My Name is Francesca’.

Cosa ti attrae del video come forma d’arte?

Nell’arco di pochi decenni, quarant’anni circa ,superando molte delle convenzioni e dei dogmi ereditati dalla storia dell’arte, l’utilizzo del video ha innescato visioni sempre più ampie, ricche e articolate, allargando l’orizzonte del visibile. Una forma artistica particolarmente complessa, un mezzo di espressione estremamente duttile, che difficilmente si presta a una singola prospettiva interpretativa e a una lettura unificante. Volevamo in questo momento difificile mettere in campo arte che generasse bellezza. La fruizione privata può essere una nuova dimensione della fruizione artistica, il video ha bisogno di tempi più lunghi di metabolizzazione e farlo a casa senza persone intorno può aiutare.

Che tenore hanno le creatività che hai raccolto in questo progetto?

Anche se non può essere messo a confronto di una reazione di un pubblico dal vivo, abbiamo creato un luogo virtuale per delle vere video performance o corti che ruotano attorno al tema del femminile. La relazione dal punto di vista della donna, i rapporti con l’uomo e il confronto nel contesto attuale con le strutture sociali.

Perché solo donne?

Viviamo in un contesto molto erratico, ecco perché si inscrive ora la presenza sempre più fitta di protagoniste al femminile. Perché là dove le attività si fanno più estrose e mobili, legate alle intuizioni, all’agilità della mente, là il lavoro femminile aumenta di incidenza e presenza.

Storicamente che ruolo ha avuto nell’arte dei nostri tempi, la donna?

Se si considera nel suo complesso il Novecento, ben raro è l’apporto delle donne nell’arte, non assenti ma comunque in netta minoranza anche all’interno dei movimenti caratterizzati per una totale adesione ai valori delle avanguardie. Del resto il patriarcato è una realtà sistemica della storia globale, non soltanto della storia dell’arte.

Pensi che il video fruito da casa possa essere un buon antidoto alla crisi sociale attuale?

Il contesto dell’emergenza Coronavirus SARS-CoV-2 ha funzionato da epicentro creativo per la realizzazione di questa ultima mostra nella sua estemporanea e inedita versione on-line. Sta di fatto che, al dì là della situazione contingente, accomunate dall’interesse a sviluppare le proprie ricerche reinventando ogni volta mezzi e modalità d’uso del video, Francesca Fini, Francesca Leoni e Francesca Lolli producono originali declinazioni che ci fanno percepire questo mezzo come una delle più vitali e innovative forme dell’arte contemporanea. È un tema che è poco conosciuto rispetto alla fotografia che non ha bisogno di grandi spiegazioni. Però raccontata bene e sono sicura sia un terreno percorrbile.

Che tempi viviamo?

Quello a cui si assiste oggi, lo slittamento verso un egocentrismo e un antropocentrismo radicale che alimenta la propensione verso la realizzazione esclusivamente nei termini dell’io trascurando l’altro o gli altri, è stato fino a ieri dominante. Non ho aspettative alte ma la comunicazione è fondamentale, anche per ricostruire. Potrebbe essere la chiave, ma cruciale resta la nostra volontà di reagire a questo empasse, l’impotenza e il sentirsi in balia degli eventi è una dimensione inedita. È una risposta molto femminile quella del generare qualcosa che possa essere da contrasto allo smarrimento.

Tu che background hai?

Arrivo dalla moda, sono figlia di un imprenditore veneto, sono cresciuta in mezzo agli stracci. Nel 1998 l’azienda è fallita perché faceva parte di un gruppo grande e in me ha preso piede l’altra passione, la scrittura. Mi sono state affidate delle docenze, attualmente allo IAAD. E poi dopo tante collaborazioni giornalistiche, un bel giorno ho detto: faccio da me ho aperto un blog a mia immagine e somiglianza, The Dummys Tales.

L’ultimo, nuovissimo progetto di curatela di Francesca Interlenghi è My name is Francesca è un progetto che nasce come articolata proposta di mostra fisica per spazi tradizionali, ma che ha oggi il suo improvviso debutto in rete come risposta attiva alla crisi del contatto e del contagio che tutti stiamo vivendo sulla nostra pelle a causa dell’emergenza Coronavirus SARS-CoV-2. Tre donne coinvolte, tre storie di resilienza, tre approcci vitalistici all’arte.

Che tipo di scelte fai per i contenuti del blog?

Ci ho messo dentro le mie passioni, la mia idea di moda e bellezza che non ha niente a che fare con i trend e viaggia aldilà del marketing, e in stretta connessione con il tema dell’arte e ha una dimensione atemporale. E soprattutto va a braccetto con la contaminazione. Mi metto in gioco io stessa, quando vado a una inaugurazione di mostra nello scrivere mi rappresento anche fotograficamente con abito calato nella dimensione della galleria o museo. Come se fosse un esperimento dove il corpo si relaziona agli stimoli esterni.

Nella mare della confluenza, in che momento è l’arte oggi?

C’è molta confusione, hai ragione, chi è autentico e se stesso ha la meglio. Oggi siamo talmente bombardati da tante sollecitazioni, che l’autenticità è il vero tratto distintivo che può far affermare la propria personalità. L’ho fatto io stessa su di me: cerco sempre di scrivere, agire, appassionarmi distinguendomi. Faccio scrittura, arte e curatele perché le ritengo tutte sfaccettature della stessa persona. Ho imparato tardi ma oggi sono sicura di essere quella persona che ho sempre voluto essere.

Francesca Interlenghi ha da poco curato il libro d’esordio di un vero talento della fotografia, Sohail Karmani che ha pubblicato per Skira “The Spirit of Sahiwal”. Di lei, Karmani dice: “La sua visione, dedizione e instancabile impegno ha reso possibile un volume che non eissterebbe senza la sua formidabile spinta. Grazie a Francesca per aver reso il mio primo libro il migliore possibile”.

In immagine di apertura: Francesca Interlenghi in una foto di Elisabetta Brian

 



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