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Society

Society - 16/10/2019

Gerardo Di Cola: “Doppiatori, odiati dai critici, amati da Fellini”

Da una ricerca di oltre 100 doppiatori italiani, lo storico del settore ha creato un filone. Di studio e di approfondimento storico che ci racconta in questa intervista.

La cosa che le dico è che lei sta facendo un’opera importante, visto che finora tutta la zona del doppiaggio è sempre stata considerata un accessorio artigianale del cinema, mai sostanza”. Così il giornalista e storico dello spettacolo Vincenzo Mollica etichetta il lavoro straordinario che sta portando avanti da molti anni Gerardo Di Cola, studioso di cinema ma soprattutto studioso di doppiaggio cinematografico. Di Cola, storico del doppiaggio, ha all’attivo diverse pubblicazioni dedicate all’argomento tra cui “Le voci del tempo perduto (Storia del doppiaggio dal 1927 al 1973)”, forse la più significativa, “Il teatro di Shakespeare e il doppiaggio”, “Anna Magnani e il doppiaggio”, “Lydia Simoneschi – La voce del cinema italiano” e “Federico Fellini e il doppiaggio”.

Partendo dall’affermazione di Vincenzo Mollica affrontiamo insieme a Gerardo Di Cola questa delicata tematica che ancora oggi divide critica e pubblico.

Possiamo affermare che prima di Gerardo Di Cola il mondo del doppiaggio era semplicemente una ruota dell’ingranaggio cinema? Cioè, una parte essenziale ma senza le dovute e necessarie (aggiungo io) considerazioni?

Anche dopo la mia casuale comparsa, il mondo del doppiaggio è rimasto una ruota dell’ingranaggio cinema ma certamente dopo le mie incursioni e quelle di altri ricercatori, tra i quali voglio ricordare Alberto Castellano e Mario Guidorizzi, la critica cinematografica si è accorta del doppiaggio e, quindi, una maggiore attenzione è stata data al fenomeno che in Italia ha mosso i primi passi nel 1930. Bisognerebbe chiedersi perché di doppiaggio non si doveva parlare, perché la critica ha sempre sorvolato sugli avvenimenti legati al mondo delle voci. Quando chiesi al critico Fernaldo Di Giammatteo perché non avesse mai parlato che un film come “Roma città aperta” fosse stato doppiato, mi rispose con aria meravigliata che non ci aveva fatto caso. Morando Morandini, invece, mi rispose con aria soddisfatta che aveva appreso una cosa nuova e importante. E ci voleva Gerardo Di Cola dopo oltre cinquant’anni per parlare di un fatto così clamoroso!? Anche un altro critico, Mino Argentieri, mi rispose che non si era mai posto il problema; mentre lo storico-scrittore e regista Carlo Lizzani ammise, dopo mia insistenza, che non si poteva scoprire il trucco! Il cinema italiano è stato truccato, dopato dal doppiaggio almeno fino agli anni ’70 e questo doveva rimanere segreto. Perché? Perché non si doveva sapere che attori italiani come Gina Lollobrigida, Sophia Loren, Franco Fabrizi, Renato Salvatori erano doppiati. E non sporadicamente. Ho calcolato che la Loren è stata doppiata per il 30% della sua produzione. Soltanto Italo Moscati e Giampiero Brunetta alla domanda di cui sopra mi risposero in maniera soddisfacente. Moscati: Parlare di doppiaggio mi avrebbe fatto perdere il ritmo del racconto. Brunetta: Non potevo occuparmi anche del doppiaggio come non ho mai parlato delle musiche e altro. Chiedo a te, Enzo, e ai tuoi lettori: che sarebbe stato del duo Bud Spencer e Terence Hill senza le voci dei due doppiatori, Glauco Onorato e Pino Locchi?

Come è nata l’idea di affrontare una ricerca per la stesura di un’enciclopedia del doppiaggio  anche per dar voce, è il caso di dirlo, ai doppiatori italiani?

Con il libro del 2004 “Le Voci del Tempo Perduto – La Storia del Doppiaggio e dei suoi Interpreti dal 1927 al 1970” ho ricostruito la storia dai pochi documenti che si sono conservati e dalle testimonianze dei doppiatori del passato ancora in vita. In diversi sono venuti a Pescara per aiutarmi in questa ricerca che non avrebbe potuto dare alcun frutto se solo avessi aspettato ancora qualche anno per l’età avanzata degli intervistati. Nel libro, poi, sono comprese 110 biografie dei più importanti doppiatori storici che hanno fatto grande il doppiaggio italiano e che hanno salvato la cinematografia del dopoguerra postsincronizzando un numero incalcolabile di pellicole straniere e italiane. Solo di pochi si conoscevano i dati biografici e le vicende della loro vita.

 

Come hai proceduto materialmente alla raccolta dei contenuti e alla composizione dei volumi?

Quando a metà degli anni novanta ho iniziato la ricerca, ho chiesto alle società di visionare i documenti relativi al doppiaggio e ai piani di lavorazione dei film dove sono indicati gli attori e relativi doppiatori. Tutte mi hanno risposto che i documenti del passato erano stati distrutti. Non potevo far altro che recuperare i film, visionarli e individuare i doppiatori che riuscivo a riconoscere. Così ho fatto analizzando circa duemila film dal 1936 (“Il grande appello”) al 1970. Durante questa fase ho conosciuto l’assistente di doppiaggio Aldo Giovacchini che aveva conservato le agende del padre, anch’egli assistente, dal 1940 al 1962. Aldo mi ha messo a disposizione tutte le agende, dove il padre, Amedeo, con precisione aveva annotato le date, le società, i direttori e perfino i guadagni di ogni singolo film in cui lavorava. Una vera manna! Purtroppo non sono riportati i nomi dei doppiatori in queste preziose agende che continuano ad essere in mio possesso. Mi piace ricordare anche due personaggi, Gianfranco Bellini e Isae Persa, che mi hanno aiutato nella ricostruzione delle vicende della prima scissione importante del 1952 avvenuta nella famosa CDC e la formazione della ARS. Bellini, la voce di Hall in “2001 Odissea nello spazio” mi raccontò gli avvenimenti che lo videro tra i protagonisti. Dopo qualche tempo anche Isae, ritiratasi a Bergamo dopo la morte del marito, Bruno Persa, mi inviò una commovente lettera dove quegli stessi avvenimenti erano visti dal punto di vista di Bruno, la voce di Humprey Bogart in “Casablanca”. Ci tengo a sottolineare, così rispondo alla seconda parte della domanda, che nei miei libri appaiono, forse per la prima volta, le fotocomposizioni a corredo del testo. Ho sempre pensato che i libri italiani sul cinema fossero poveri dal punto di vista iconografico.

 

Ci parli di “Il teatro di Shakespeare e il doppiaggio”?

Certo. Intanto un’idea del lavoro si può avere dalle dimensioni del libro: oltre 700 pagine, formato A3, dal peso di quasi 3 chili. In esso analizzo tutti i film tratti da Shakespeare, arrivati e doppiati in Italia, studiandoli atto per atto, scena per scena, personaggio per personaggio, attore per attore, doppiatore per doppiatore. Un lavoro di cinque anni contro gli otto che mi sono serviti per “Le Voci del Tempo Perduto”.

 

Hai preso in considerazione, nei tuoi volumi successivi, anche Anna Magnani e Federico Fellini dedicando loro un volume ciascuno, qual è stato il loro rapporto con il doppiaggio?

Certamente. Non mi sono mai sognato di scrivere su personaggi così importanti se non in relazione al doppiaggio che è la mia materia. In “Anna Magnani e il doppiaggio” cerco di dimostrare che: “quando gli attori italiani entrano in sala di doppiaggio per auto doppiarsi, allora si avverte uno scollamento sonoro tra la loro recitazione e quella dei doppiatori professionisti”. Anche se si chiama Anna Magnani! In “Federico Fellini e il doppiaggio”, cerco di dimostrare che: “i critici cinematografici, quasi tutti schierati contro la pratica del doppiaggio, hanno commesso una grave mancanza a non parlare della post-sincronizzazione dei film di Fellini che, invece, dava grande importanza al doppiaggio dove riusciva ancora a dare dei segnali di creatività a conclusione delle sue opere d’arte”.

Ci tengo a citare che tra i due libri ho scritto anche “Lydia Simoneschi – La Voce del Cinema italiano” che vuole essere un omaggio alla più grande doppiatrice di tutte le più importanti attrici straniere e italiane ( Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Alida Valli…) relegata a vivere la sua esperienza artistica nel più completo anonimato.

Infine vorrei aggiungere gli enunciati dei teoremi che ho cercato di dimostrare in “Le Voci del Tempo Perduto”: “quando gli attori italiani hanno iniziato a farsi doppiare, allora cala un velo pesante sul mondo del doppiaggio”; e in “Il Teatro di Shakespeare e il Doppiaggio”: “I doppiatori, considerati attori dimezzati o di serie b, dimostrano, invece, grande perizia nel recitare i testi di Shakespeare in una sala di doppiaggio”. Altro che attori dimezzati! Vorrei sentire impegnati sui testi del Bardo gli interpreti italiani sopra citati e anche tanti attori di oggi.

 

Sei partito dagli albori del doppiaggio e sei arrivato ai giorni nostri senza dimenticare nessuno, com’è cambiato il doppiaggio dagli anni ’40 ad oggi? E come sono cambiati i doppiatori?

Tutto è cambiato nel mondo delle voci come in qualsiasi altra attività. Negli anni trenta, quaranta e anche cinquanta, prima di recitare le battute scritte sul copione, i doppiatori avevano la possibilità di leggerle, rendersi conto per sommi capi della vicenda narrata, appuntare le appoggiature e le pause: un lavoro di preparazione meticoloso e necessario. Oggi si ha appena il tempo di entrare in sala e, mentre l’assistente prova a sintetizzare la storia, arriva dal gabbiotto la voce del direttore che con determinazione invita a incominciare quando il doppiatore si è appena posizionato davanti al microfono. Una rapida lettura delle battute da recitare, uno sguardo fugace all’interprete da doppiare e via per una prova che è seguita dall’incisione che al massimo ha tre possibilità di essere ripetuta. I tempi del doppiaggio si sono drasticamente ridotti a scapito della qualità! E’ la lamentela ricorrente che all’inizio, quasi 25 anni fa, sentivo fievole ma che ho avuto l’avventura di sentire crescere in maniera esponenziale nel tempo. I doppiatori del passato vivevano con serenità il loro straordinario lavoro che li gratificava molto. Adesso, tranne le eccezioni, i doppiatori vivono il loro lavoro con meno tranquillità e più competizione.  Non voglio certamente generalizzare ma è quello che mi sento dire più spesso dalla generazione delle voci che hanno sostituito quelle storiche.

 

Oggi il doppiatore tende a stare meno nell’ombra rispetto al passato?

Prima il doppiatore poteva permettersi di stare nell’ombra, anzi era meglio non uscire allo scoperto! Erano pochi, guadagnavano tanto e in modo continuo e sicuro, il lavoro era comodo anche se faticoso. Oggi sono tanti, forse troppi, c’è molta concorrenza al ribasso, non è più molto comodo per la difficoltà degli spostamenti tra uno stabilimento di registrazione e un altro. A differenza del passato, oggi i luoghi deputati al doppiaggio sono dislocati su tutto il territorio della capitale. Se prima c’erano una decina di sale, oggi se ne contano una cinquantina. Se prima erano un centinaio di doppiatori, ora sono un migliaio. Se prima non c’erano scuole di doppiaggio, oggi se ne contano a decine. La concorrenza è grande! Quindi, è meglio diversificare le attività recitative anche per soddisfare un sacrosanto desiderio di rincorrere il sogno di recitare in teatro e nel cinema.

 

Angelo Maggi, uno tra i più importanti doppiatori del nostro panorama, ha portato in scena il “Doppiattore”, uno spettacolo nel quale mostra l’attività del doppiatore sottolineando principalmente il fatto di essere un attore, qual è il tuo pensiero sull’argomento?

Il mio amico Angelo Maggi da quattro anni porta in scena un suo testo, “Il Doppiattore”, dove ripercorre filologicamente la storia del doppiaggio. Uno splendido lavoro che soltanto una trentina di anni fa non avrebbe potuto scrivere e rappresentare. I tempi non erano maturi per dare risalto alla disciplina del doppiaggio tanto detestata anche da chi ne parlava male pur utilizzandolo. Per esempio il più accanito nemico del doppiaggio è stato Michelangelo Antonioni che però nel suo primo film “Cronaca di un amore” fa doppiare Lucia Bosè da Rosetta Calavetta, la voce di Biancaneve e di Marilyn Monroe. Potrei fare tanti esempi. Angelo ha il grande merito di aver mostrato le sue qualità di attore pur essendosi dedicato principalmente al doppiaggio. Così altre voci importanti come Francesco Pannofino, Luca Ward, Emanuela Rossi hanno sentito l’esigenza di mostrare il loro valore di attori completi diversificando le loro prestazioni. Insomma: per essere bravi doppiatori bisogna essere bravissimi attori e completi. Non tutti gli attori italiani, però, sono completi anche se bravissimi. Qualcuno ha avuto la necessità di essere doppiato nella sua carriera. Per esempio Franco Nero e Claudia Cardinale nel film di Damiano Damiani “Il giorno della civetta” recitano grazie a Sergio Graziani e Rita Savagnone. Nero e Cardinale vinsero il “David di Donatello” per quell’interpretazione. Forse sarebbe stato giusto coinvolgere nel premio anche Graziani e Savagnone; che ne dici Enzo!? Mi rendo conto, però, che nel 1969 era impensabile una cosa del genere, anche se l’anno prima c’era stata la “battaglia voce-volto” dove si stabilì che i doppiatori non avrebbero più doppiato gli attori italiani. Battaglie all’italiana maniera!

Quello italiano è ancora il miglior doppiaggio del mondo?

Probabilmente sì, anche perché negli altri paesi il ricorso al doppiaggio non è stato così massiccio come in Italia. Si doppia anche all’estero come tiene a rimarcare il mio amico Davide Pigliacelli ma in nessun paese si doppia anche la produzione propria. E’ questa la differenza sostanziale tra il doppiaggio nostrano e quello praticato all’estero.

 

Quale futuro si potrebbe prospettare per il doppiaggio in generale?

Sono pessimista per le ragioni che ho espresso prima sull’esasperata concorrenza e l’eccessivo numero di addetti, sulla qualità del prodotto finito che risente sempre di più dei ritmi frenetici imposti dalle case di produzione che vogliono ridurre i costi del doppiaggio, ma, soprattutto, dal fatto estremamente positivo che gli italiani si siano affrancati o si stiano affrancando dal male atavico di non conoscere le lingue. Fra qualche anno non sarà più necessario doppiare i film girati in inglese, francese, tedesco e per le altre produzioni si ricorrerà tranquillamente ai sottotitoli perché gli italiani si sono affrancati anche dall’analfabetismo, vera causa della nascita e prosperità del doppiaggio dagli anni della rivoluzione del sonoro avvenuta nel cinema nel 1927.

Da dove è partita la tua storia di autore?

Il mio primo saggio “Profilo di Storia del Doppiaggio” ha dato il via. Attraverso di esso, probabilmente la prima ricostruzione organica sull’arte negata del doppiaggio, ho voluto lanciare un segnale ben preciso ai critici, scrittori e giornalisti chiedendo loro maggiore attenzione verso i doppiatori e il loro mondo visto che il Neorealismo e tutto il cinema italiano almeno nel passato è stato un cinema totalmente d’oppiato dal doppiaggio. Una semplice verità che è venuta alla luce per la mia necessità insopprimibile di smascherare qualsiasi forma di mistificazione della realtà.



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