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Society

Society - 27/03/2017

Il tempo ispira le opere promosse da Krizia alla Biennale di Venezia

Svelati i progetti che la maison made in Italy e la Fondazione Querini Stampalia presenteranno al mondo dell'arte nel 2017.

Si parla di tempo nell’arte promossa da Krizia e Fondazione Querini Stampalia alla prossima 57esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.

Nel progetto curato da Chiara Bertola (Venezia, 10 maggio – 24 settembre 2017) in modi diversi e quasi opposti nelle materie che utilizzano, si toccano in quel loro soffermarsi su concetti quali la caducità e il trascorrere del tempo: geologico, lentissimo e costante per Giovanni Anselmo (nella foto d’apertura particolare a sinistra); ritmato, fluido e trasformativo in Elisabetta Di Maggio (nella foto d’apertura particolare a destra). I due artisti selezionati si confrontano inevitabilmente con la storia, gli spazi e le collezioni che costituiscono il patrimonio della Fondazione e rientrano in “Conservare il futuro”, il programma pluriennale di arte contemporanea dell’istituzione culturale veneziana Querini Stampalia che rivoluziona le abituali categorie di conservazione, esposizione e fruizione museale dell’opera d’arte.

alcuni lavori di Giovanni Anselmo

Alcuni lavori di Giovanni Anselmo

Giovanni Anselmo – Senza titolo, invisibile, dove le stelle si avvicinano di una spanna in più, mentre oltremare appare verso Sud-Est, e la luce focalizza…

Fondazione Querini Stampalia | Area Carlo Scarpa

L’installazione in collaborazione con Tucci Russo Studio per l’Arte Contemporanea con il sostegno di Vistamare Benedetta Spalletti e Lia Rumma ha il consueto lungo titolo per l’artista che ricerca, dal suo esordio nell’Arte Povera, la presenza potenziale dell’invisibile nel visibile.

Anselmo crea per la Biennale un percorso in quattro elementi-opere. Si parte da Senza titolo,1967: una lastra in plexiglas viene leggermente arcuata e mantenuta in questa posizione grazie a un ferro uncinato. L’utilizzo di materiali industriali, naturali, umili e minimamente manipolati porta lo spettatore a relazionarsi tanto con la fisicità tangibile di elementi concreti, quanto con quelle tensioni invisibili che appartengono comunque all’ambiente e all’esperienza reale.

Si procede con Invisibile,1970-1998-2007: un blocco di granito, con sopra incisa la parola “visibile” sul lato estremo. Nella grande sala espositiva pensata da Carlo Scarpa, Anselmo ha deciso di esporre Dove le stelle si avvicinano di una spanna in più, 2001-2016, un sentiero di sei blocchi di granito che tracciano la profondità di un pensiero che scavalca i limiti spazio-temporali. Ci si avvicina al cielo di una spanna, quasi a toccare le stelle con la mano, se solo salendo su quei massi di granito ci si rende conto del paesaggio più vasto che ci sovrasta e a cui siamo direttamente collegati.

Nel percorso c’è Mentre oltremare appare verso Sud-Est,1981-2016, due blocchi di pietra rettangolari, uno con l’ago magnetico presente nella bussola incastonato sopra come espressione di forze che indicano una direzione, e l’altro, con la parte esterna colorata di pigmento oltremare, a indicare che lo spazio altrove è sempre oltremare. Come alla ricerca di uno spazio non definito, mentalmente oltre le pareti, l’opera indica un desiderio costante.

Il percorso della mostra di Anselmo prosegue al secondo piano con un’unica opera posta nel Museo della Fondazione: Particolare ,1972-2017.

Alcuni lavori di Elisabetta Di Maggio

Alcuni lavori di Elisabetta Di Maggio

Elisabetta Di Maggio – Natura quasi Trasparente

Fondazione Querini Stampalia | Museo Querini Stampalia, in collaborazione con T Fondaco dei Tedeschi — DFS e Laura Bulian Gallery.

Elisabetta Di Maggio ha trascorso molto tempo nella casa/museo della Querini Stampalia per realizzare il progetto site specific.

Natura quasi Trasparente si articola nello spazio del Museo tra il portico – il luogo riservato al pubblico all’interno del palazzo veneziano – e l’infilata delle stanze private che si snodano oltre il corridoio d’accesso. Nel Portego del Museo, l’intervento dell’artista invade lo spazio, come nelle grandi superfici di carta, anche nelle fragili foglie, Elisabetta Di Maggio ripete il rito della vita e del suo diffondersi ineluttabile.

Come dice l’artista stessa: “Sul concetto di tempo declinato in tutte le sue forme ho basato la mia ricerca, tanto da far diventare il tempo stesso la vera materia del mio lavoro. La memoria e le sue stratificazioni sono sempre fonte di ispirazione per la nostra esistenza, ci danno delle indicazioni preziose e provocano cortocircuiti mentali da cui nascono le idee…”.

Elisabetta Di Maggio ha voluto entrare nella stanza “segreta” dietro il boudoir, oltre la camera da letto, e includere nel proprio progetto lo spazio intimo e privato. Qui ha trovato un vecchio armadio guardaroba del XVIII sec., parte della collezione di mobili della Querini Stampalia conservati in deposito e non esposti, dove si conservano piccoli oggetti, fragili e delicati e non visibili al pubblico: dipinti di piccole dimensioni, monete, cammei, medaglie, sculture di porcellana, gemme, oggetti d’uso quotidiano (sigilli, bussole, manometri, spille, bottoni, tabacchiere) che raccontano la vita della famiglia Querini Stampalia e la storia della loro dimora. L’artista allestisce con cura un “cabinet de curiosité” dove colleziona i suoi “reperti” unici e particolari.

alcuni lavori di Maria Morganti

alcuni lavori di Maria Morganti

Maria Morganti – Svolgimento di un quadro

Progetto per la Caffetteria della Fondazione Querini Stampalia, a cura di Chiara Bertola e Cristiano Seganfreddo, in collaborazione con Bonottoeditions

Questa è l’installazione permanente in uno dei luoghi interni del palazzo cinquecentesco progettati dall’architetto Mario Botta, la caffetteria. L’opera ha origine dal Quadro per la Sala dell’800 che l’artista ha dipinto nel 2008 durante ripetute visite alle Collezioni del Museo. Prendendo spunto dai colori dei dipinti esposti in quella sala e in particolare dal fiore tra i capelli della donna del quadro di Alessandro Milesi (La Modella, 1910), come fosse la tavolozza sulla quale il pittore ha ragionato sui propri colori, Maria Morganti nel corso di ogni visita, ne ha accolto uno, portandolo con sè nel suo studio e l’ha materializzato in uno strato di pittura sulla tela. Il risultato di queste stesure cromatiche compone il quadro che l’artista spiega così: “Io non faccio il colore, lo trovo. Non lo invento, non lo progetto, non lo produco, non lo riproduco… tendo verso di esso. Lo ascolto e lo vedo farsi. Lo vedo nascere sulla tela”.



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