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Society

Society - 18/10/2016

Incontro con Massimo Wertmüller: “Il mio pellegrino dell’800 è attualissimo”

Incontro con l'attore prima del debutto de Il Pellegrino al Teatro Sette di Roma, un testo che riporta alla nascita dell'Italia.

Massimo Wertmüller è una figura prestigiosa del mondo teatrale italiano. Nato artisticamente al laboratorio di Gigi Proietti, ha debuttato sul grande schermo nel 1984 nel film della zia Lina Wertmüller La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia. Da lì, tante esperienze di successo in teatro e in tv (La Squadra, Ris Roma).

Oggi torna in scena, dal 18 al 30 ottobre al Teatro Sette di Roma, con “Il Pellegrino”, un testo ironico e attualissimo, nonostante sia ambientato nella Roma di Pio VII, con la regia di Pierpaolo Palladino. Aiutato solo dal suo straordinario talento, una sedia, un costume da vetturino ottocentesco e dalle musiche dal vivo di Pino Cangialosi; Massimo Wertmuller dà vita a Ninetto, il vetturino (oggi diremmo l’autista) di un alto prelato, incaricato di “scortare” suo nipote nella capitale per metterlo al sicuro dalla polizia austriaca.

massimo wertmuller

Massimo Wertmüller ha anche doppiato Peter Gallgher in American Beauty.

Massimo Wertmuller, quanto ti piace fare questo spettacolo?

(ride) Innanzi tutto, sono trent’anni che interpreto questo ruolo e per un attore credo sia una cosa meravigliosa. Il mio incontro con “Il Pellegrino” è stato folgorante e questo testo mi si è cucito addosso come un abito sartoriale, su misura per me. Credo inoltre che un attore, se vuol fare bene questo mestiere che è spesso feroce oltre che ricco di grandi soddisfazioni, non debba mai abbandonare un ruolo che tanta emozione gli ha suscitato e suscita nel pubblico, e questo è quello che vedo io e che sento quando calco la scena, insomma io ho iniziato a farlo quando avevo 30 anni… e questo “vestito” mi calza ancora a pennello. E ci tengo a dire che il Teatro Sette è diretto da Michele La Ginestra.

Chi è il pellegrino? Cosa si porta in scena?

Il pellegrino non è altri che un viaggiatore, una figura di passaggio, Roma è piena di pellegrini, in generale sono credenti che cercano un incontro spirituale, in questo caso il pellegrino è un nobile, il conte Enrico, costretto dallo zio, il cardinal Caracciolo, ad una “vacanza” forzata a Roma perché sospettato di essere vicino alla carboneria.

Il protagonista però è Ninetto…

Sì, Ninetto è un vetturino che stringe amicizia col conte.

Siamo nella Roma del Papa re, diresti che Ninetto è ancora attuale?

Scherzi? È attualissimo, nel senso che Ninetto, come ognuno di noi credo dovrebbe fare, è uno che si guarda intorno, osserva, commenta e tira le proprie conclusioni, insomma, non tace e quello che deve dire lo dice, s’impiccia.

S’impiccia con 26 personaggi… e li interpreti tutti tu, come ti sei preparato a questo tipo di spettacolo?

Esatto. Sono 26 personaggi e li faccio tutti io. Non per megalomania o stranezze varie, diciamo che io non amo particolarmente il monologo, però la soluzione dei 26 personaggi che dialogano con me, mi ha fatto uscire dal monologo. Io dialogo con loro stando in scena, botta e risposta, mi giro, mi muovo, li ascolto e loro fanno lo stesso con me. Possiamo dire che ci siamo piegati ognuno alle esigenze degli altri. La fatica poi scompare, diventa divertimento (sorride), ripeto, amo tantissimo questo personaggio, questo testo e se non mi divertissi… ci siamo capiti.

Prima abbiamo accennato al perché il conte Enrico si trova a Roma, siamo dunque nella Roma del Papa re, qual è il tuo rapporto con la storia?

Bellissimo e fortissimo, io sono laureato in storia, Il pellegrino è ambientato nella Roma di Pio VII, siamo nei primi anni del XIX secolo a ridosso del Congresso di Vienna e difronte a tutto un fermento storico che poi ha portato all’unità d’Italia.

Il pellegrinoA proposito, ricordo che hai anche interpretato il marchesino Eufemio nel film di Gigi Magni, “In nome del popolo sovrano”.
Sì, sì, bellissimo personaggio a cui sono affezionatissimo. Lì però eravamo nella Roma della Repubblica, o meglio del primo tentativo di Repubblica, c’era infatti Pio IX come Papa. Eufemio si ritrova ad essere un patriota suo malgrado, un po’ per riconquistare la moglie, una passionaria della Repubblica, un po’ perché trovandocisi in mezzo abbraccia anche lui la via della rivoluzione.

“A chi vuoi che sparo? Sparo a nonno? Che ride pure lui? Ecco… così non ride più.”

(ride) Ah vabbè questa è la battuta del marchesino Eufemio quando prende coscienza di quello che sta per diventare, spara al ritratto del nonno per dimostrare al padre (Alberto Sordi) che può essere anche lui un rivoluzionario. Per dirtene una, al museo del Risorgimento di Porta san Pancrazio a Roma, in una sala c’è il ritratto di Pio IX che guarda il ritratto di Angelo Brunetti detto Ciceruacchio, che nel film era interpretato da Nino Manfredi, ecco io, grazie ad un bottone che sta sotto al quadro dò la voce a Ciceruacchio che comincia a spiegare chi è stato e che ha fatto, per sintetizzare, era un patriota che prima aveva sostenuto la politica di Pio IX e successivamente lo ha combattuto per il suo voltafaccia. Questo è il mio rapporto con la storia, dove si può scoprire l’embrione della nostra Costituzione, perché è da lì che è nato tutto ed è sempre con grande rispetto che ci dobbiamo avvicinare a certe tematiche.

Come è stato il tuo rapporto con Gigi Magni? Forse il solo che ha narrato la storia d’Italia come ha fatto lui.

Senza forse, è stato il solo che l’ha fatto. Magni per me è stato un secondo padre, mi ha insegnato molto e sono cresciuto tantissimo con lui. Vedi, oggi figure come lui, che purtroppo non ci sono più, hanno lasciato un vuoto incolmabile, culturalmente e intellettualmente, sono venuti a mancare dei riferimenti importantissimi. Il cinema italiano, quel cinema là, è stato divertente e amaro, graffiante, spregiudicato, ironico e feroce per certi versi pur facendo ridere. Io ho amato tantissimo il cinema di Francesco Rosi per esempio, pure quello di Elio Petri, figure oggi che hanno lasciato davvero un buco intellettuale e anche politico di notevole profondità. Sergio Corbucci, col quale ho fatto “Night club”, un film elegante sui night della fine degli anni ’50, una storia garbata che ha narrato la morte di Fred Buscaglione come cornice di un’Italia che stava entrando nel boom economico e ancora non lo sapeva.

Che ne pensi dei giovani?

Bene, Sorrentino ad esempio sta portando avanti un certo tipo di linguaggio, così come Garrone, tra i tanti mi piace Alessandro Aronadio, autore di “Orecchie” .

Se a bruciapelo ti dico “La zavorra”?

(sorride) Sei andato a pescare nella preistoria. “Il pellegrino” è anche la storia di un’amicizia, gli amici della Zavorra non li frequento più ma ha rappresentato per me un periodo di vita molto frenetica, fatta di non ho tempo e quasi di sprechi. Oggi sono molto più riflessivo ma si sa, quando si è giovani si corre sempre.

 

Per info Teatro7



Enzo Latronico
Sceneggiatore e giornalista, laureato in Scienze dell’educazione e della formazione, Enzo Latronico è il nostro esperto del grande schermo. Ha scritto il documentario "I musei di Palazzo Farnese" e ha diretto per il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il docu-movie "A memoria d'uomo". Autore del libro "Ugo Pirro. Indagine su uno sceneggiatore al di sopra di ogni sospetto" e della sceneggiatura del film "Solo di passaggio" (regia di Alessandro Zonin, ispirato alla novella di Dino Buzzati, Il mantello), in concorso ai David di Donatello tra i corti. Al Palazzo Farnese di Piacenza ha curato la grande mostra sul cinema "Le macchine del sogno. Dai Lumière al cinematografo". Fondatore e direttore del blog/magazine cinemascritto.wordpress.com, è studioso della cinematografia di James Bond e Star Trek.
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