22 Marzo 2020

La fotografia di Sohail Karmani: “Negli occhi dei pakistani c’è qualcosa di tutti noi”

Il fotografo che riscopre le sue origini e il mondo che applaude. "Ritroviamo noi stessi in questi volti di una terra lontana".

22 Marzo 2020

La fotografia di Sohail Karmani: “Negli occhi dei pakistani c’è qualcosa di tutti noi”

Il fotografo che riscopre le sue origini e il mondo che applaude. "Ritroviamo noi stessi in questi volti di una terra lontana".

22 Marzo 2020

La fotografia di Sohail Karmani: “Negli occhi dei pakistani c’è qualcosa di tutti noi”

Il fotografo che riscopre le sue origini e il mondo che applaude. "Ritroviamo noi stessi in questi volti di una terra lontana".

“Trovo rassicurante la luce pomeridiana del Punjab” dice Sohail Karmani parlando della terra del padre. Il fotografo autore dello splendido e poetico libro “The Spirit Of Sahiwal” (Skira, 2020, che vi abbiamo presentato qui) è un attento scopritore del suo paese d’origine nell’età della maturità: cresciuto nel Regno Unito, si è recato in Pakistan solo dopo i 40 anni per la prima volta. Il frutto della sua permanenza è diventato un libro che appena è uscito, ha già commosso molti attenti esponenti della comunità culturale italiana. Merito di queste fotografie è il parlare oltre lo stereotipo. C’è poca mediazione e tanto riconoscimento di bellezza e umanità. I colori vivi, le luci, la naturalità della condizione umana, perfino i tessuti pieni di vita sono intrisi di una poetica che appartiene al luogo dove sono state originate le foto. Vecchi, bambini, transgender, qualche animale, le baracche, pochi dettagli ambientali e tanta vita di strada rendono l’ambiente del libro ricco di spirito.

Due persone chiave l’hanno aiutato nella ricerca: il fratello Niaz Bhutta, che risiende nel paese asiatico, e la curatrice italiana, Francesca Interlenghi, che ha avuto il merito e la visione di riconoscere un libro in questa raccolta di scatti unici. Abbiamo raggiunto Karmani in un suo veloce passaggio in Italia per il lancio del libro e la definizione della sua prima mostra personale a Milano.

Sohail Karmani, come fotografo, ha un forte interesse per la “fotografia di persone”, con particolare attenzione ai viaggi, alla fotografia di strada e ai documentari. Una caratteristica chiave che si sforza di mettere in evidenza nelle sue fotografie è una connessione emotiva tra soggetto e spettatore. Colore, luce, tonalità, consistenza e atmosfera spesso svolgono un ruolo essenziale nel suo flusso di lavoro.
La sua passione per la fotografia è radicata principalmente nel fascino del comportamento umano.

Sohail, che cosa fai tu nella vita?

Lavoro per la New York University che ha due sedi a Shanghai e Abu Dhabi. Vivo negli Emirati Arabi e sono un professore Con background accademico di lingusitica applicata. Ultimamente da tre anni mi sono dedicato alla fotografia anche a livello accademico, oggi insegno in un corso sull’etica della fotografia. Esploriamo le varie problematiche a livello professionale, morale del fotografo.

Che rapporto hai con gli studenti?

Racconto loro i miei dubbi morali, anche durante il lavoro che è diventato il libro mi domandavo cosa avrebbe implicato il catturare alcune immagini. Con i miei studenti parliamo molto dell’etica e del foto-giornalismo di guerra, come rappresentare un paese straniero. Parliamo della pubblicità e delle varie problematiche legate alla potenza delle immagini.

Cosa vorresti che emergesse dal tuo lavoro?

Mi piace quello che ha detto Roberto Mutti, storico della fotografia: queste foto non sono solo dei ritratti, sono un modello di identificazione. Anche gli italiani rivedono la condizione dell’Italia del dopoguerra in questi scatti.

Conosci la fotografia italiana?

Beh, Ferdinando Scianna, specialmente i suoi racconti di Bagheria e i volti della Sicilia del secolo scorso, hanno avuto una grande influenza su di me. Vedo delle similitudini col Pakistan contemporaneo. Vedo le stesse condizioni, perché c’è un’universalità nelle fotografie. Le stesse scene, penso ai barbieri di strada, nel dopoguerra, ad esempio, qui da voi.

Raccontaci questa tua incredibile manovra di avvicinamento al tuo paese d’origine.

Io sono inglese di nascita e non ero mai andato in Pakistan. Sono nato a Bradoford nello Yorkshire e sono andato a Londra a cinque anni. Ho vissuto a Tooting, il quartiere a sud, lo stesso quartiere dell’attuale sindaco di Londra.

Che pensi della comunità pakistana a Londra?

La città oggi è una storia a parte, un’isola nell’isola, è multiculturale. La comunità pakistana è molto vasta, esiste dagli anni Cinquanta, i primi arrivati erano soggetti britannici, perché facevano parte dell’impero. Oggi c’è una varietà che impedisce di parlarne in maniera monolitica. Anche politicamente è varia: abbiamo avuto un ministro della Finanza di origine pakistana, militava nei conservatori, mentre il sindaco di Londra Sadiq Aman Khan è laburista.

Perché fotografi i pakistani nel loro paese e non in Gran Bretagna?

A me è capitato di fare foto per caso. Non ero mai stato in Pakistan e nel 2010 dovevo andare a vedere dei parenti e ho fatto il mio primo viaggio. Per me è stata un’esperienza formativa, mi ha cambiato molto e mi ha spinto a fare foto. Vedere le persone, riconoscere i personaggi, ho avuto una rivelazione: li vedevo in contesti e vestiti occidentali fino a qualche giorno prima, e una volta arrivato lì era tutto diverso. Quando queste persone vengono da una fascia sociale ed economica di agiatezza, conosci solo metà della medaglia.

Hai quindi conosciuto o riconosciuto delle persone?

Veramente mi ha incuriosito tutto, era tutto nuovo, era un paese che avevo dentro ma che non conoscevo. Sono rimasto stregato. Il libro è tutto scattato nel villagio di mio padre, Sahiwal. Non è un libro sul Pakistan, ma ho deciso di concentrarmi su un distretto molto specifico. Ci sono fotografi che vanno in viaggio e fotografano tutto ma per me era necessario delimitare l’azione. Non puoi dire l’Italia è Milano, Sicilia e Roma. Qualcosa di autentico lo vedi solo se vai a fondo se ti limiti a indagare un luogo per volta.

Che idea avevi di un paese che non avevi mai “vissuto”?

Da una parte avevo un’idea tipicamente da occidentale di un paese arretrato, fanatico, pieno di terroristi, senza gioia. Ed era una prospettiva molto viziata. Dall’altra, avevo invece genitori che ne parlavano sempre in maniera romantica…quando sei emigrato pensi sempre che la tua terra sia la migliore. E io che sono cresciuto con la diffidenza verso i racconti di mio padre, mi sono trovato quindi con queste due visioni contrastanti.

E quando ci sei andato a 40 anni cosa hai trovato?

Un paese lontanissimo, anche se la famiglia tradizionale mi ha trasmesso la lingua Punjabi e il cibo. Ci legava la cultura, alcune usanze anche religiose. Nello stesso tempo ero anche inglesissimo. Quando vedo questi primi piani, rappresentano qualcosa nella mia memoria visiva. Li ho visti da qualche parte quegli sguardi. Potevo essere io se fossi nato in Pakistan e se ho scelto dei soggetti è perché rappresentano qualcosa di personale. Sia nel bene che nel male.

Tu non fotogragi solo bellezze. Perché?

Non mi piacciono le cartoline. Sembra un cliché ma scatto col cuore, ci deve essere qualcosa di emotivo che mi attira. Se provo qualcosa scatto e se viene fuori qualcosa di bello, per me è casuale. C’è qualcosa di bello sempre nelle emozioni, ovvio. Ma non voglio mettere in risalto solo un aspetto.

Riguardi quello che porti a casa con l’obiettivo?

Non posso dirti cosa provo riguardandole. Posso usare una serie di aggettivi, ma la visione di una foto supera il linguaggio. Gli occhi sono lo specchio dell’anima, è vero, sono la parte più importante di un viso, quindi potrei dirti che privilegio quelli. Non credo che ci sia una bellezza oggettiva, magari per un europeo è curioso ammirare occhi pakistani per via dei colori e delle forme, ma per me è importante cosa si stabilisce come connessione empatica tra il soggetto e chi lo guarda.

Lo strano destino di un fotografo. Nel 2010, inaspettatamente, Sohail Karmani si ritrovò a mettere piede per la prima volta nella città natale di suo padre a Sahiwal, una città situata nella provincia centro-orientale del Punjab in Pakistan. Colpito da quanto visivamente entusiasmante sia stata l’esperienza per lui, ha avuto un desiderio quasi istantaneo di tornare e catturare i colori vibranti, la calda luce del sole pomeridiano, i tessuti e gli sfondi, ma soprattutto i volti e le storie straordinarie che ogni giorno i pakistani portano con sé.

 

Cosa dovrebbero vedere le persone in questo paese?

Non ha niente a che fare con la visione orientalista che ha l’Occidente. Non è un paese triste, io ho trovato molta gioia di vivere, ospitalità. Voglio incoraggiare i lettori a scoprirlo, vi affascinerà come ha affascinato me. Credo sia un posto di grandi diversità, grande cultura, in qualche modo il libro è un assaggio di quello che si sperimenta sul posto. Detto questo, non esiste il turismo in Pakistan, non ho mai visto uno straniero in quella terra mentre scattavo queste foto. Ed è un aspetto bello. Al momento ci sono pochissimi libri che lo raccontano.

Il governo si è interessato a quello che stai facendo? Potresti diventare ambassador del tuo Paese con questo libro.

Ma no, lì le infrastrutture sono da Terzo Mondo e credo che le mie foto non piacciano necessariamente sempre, a tutti. C’è una classe di alta borghesia pakistana che non vuole l’emersione di questa realtà. Una fotografa benestante del luogo, una volta mi ha detto che si vergognava di quello che io facevo vedere. Mi ha rimproverato, diceva che facevo vedere cose brutte al mondo intero.

E tu come hai reagito?

Le ho detto che era la verità, che non è Dubai. Io posso andare a tutte le feste cool che rappresentano una piccola percentuale del popolo pakistano e documentarle. Ma reputo più importante aver avuto la possibilità di avvicinarmi alle persone con più libertà perché parlavo la loro lingua e le ho ritratte nelle loro azioni quotidiane.

Sei un fotografo della verità?

Non esiste la verità nella fotografia. Quando scatti è sempre una rappresentazione della verità che non corrisponde necessariamente con la realtà. Non è equivalente alla realtà, la mia fotografia non è reportage. C’è un elemento di racconto della quotidianità di un paese, ma lo faccio con un’estetica, uno stile che è mio, è la mia testimonianza personale, la mia sensazione che provo. E questa la trasmetto nel risultato finale. Ma continuo a pensare che con 120 foto non puoi rappresentare nessun posto nel mondo.

Karmani dice di non usare intenzionalmente il bianco e nero nel suo lavoro: “Riconosco che circa il 90% della mia fotografia è a colori, c’è quindi una prevalenza verso questa modalità. Ma non è foto da reportage. Credo di applicare un mio stile alle foto”.

Cosa vorresti scattare in futuro?

Potrei scattare in Pakistan per tutta la mia vita e ci sarebbe sempre qualcosa di nuovo. Quindi voglio interressarmi a questa possibilità. Mi interessa anche molto Gaza, dopo aver visto un documentario di un regista irlandese che mi ha ispirato a raccontare la vita quotidiana. Ultimamente sto lavorando agli Emirati Arabi, c’è un mondo oltre i grattacieli e non tutti vanno in giro con la Ferrari. Ci sono molte storie che meritano di essere conosciute.

Esiste un luogo italiano da fotografare che è adatto a te, alla tua sensibilità?

Mi incuriosisce molto il Meridione. O meglio, l’idea che io ho adesso di quella parte d’Italia che riconduce in alcune cose al mio popolo. Mi piacerebbe molto fotografare Napoli, che ritengo una delle città più interessanti. Andare oltre quella rappresentata da Gomorra e dai libri di Roberto Saviano. Penso anche alla Sicilia, Palermo…c’è qualcosa a livello emotivo che mi collega a queste città.

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Christian D'Antonio

Christian D'Antonio

Figlio degli anni 70, colonna del newsfeed di The Way, nasce come giornalista economico, poi prestato alla musica e infine convertito al racconto del lifestyle dei giorni nostri. Ossessionato dal tempo e dall’essere in accordo con quello che vive, cerca il buono in tutto e curiosa ovunque per riportarlo. Meridionale italiano col Nord Europa nel cuore, vive il contrappunto geografico con serenità e ironia. Moda, arte e spettacoli tv anni 80 compongono il suo brunch preferito.
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