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Society

Society - 02/04/2020

La “Nemesi” di Philip Roth: pandemie simili in epoche diverse

Estate 1944. Nel «caldo annichilente della Newark equatoriale» imperversa una spaventosa epidemia di polio che minaccia la cittadina del New Jersey. Cosa vi ricorda?

La scelta del libro giusto riserva sempre qualche sorpresa: entro spesso in libreria con un’idea precisa ed esco poco dopo con un volume che non avrei immaginato di comperare. Così è accaduto la scorsa estate. A stuzzicare la mia curiosità è stato il titolo del romanzo di Philip Roth, Nemesi.

 

Questo termine di chiara derivazione greca (“nemo” vuol dire “distribuisco”), ha risvegliato il mio interesse per il mondo classico, richiamando alla memoria quell’antico principio di giustizia che ha il suo fondamento in un’eguale distribuzione di bene e male. Nella visione classica, infatti,  la dea Nemesi  garantisce l’equilibrio cosmico attraverso una compensazione, infliggendo, in alcuni casi, una punizione ai danni dei colpevoli e assicurando, in altri, una forma di risarcimento a favore degli offesi.

È sufficiente leggere le prime pagine del romanzo per comprendere le ragioni che hanno indotto Philip Roth a scegliere un titolo tanto evocativo: una terribile epidemia di poliomelite – questa è la nemesi – si abbatte sulla città di Newark, Stati Uniti, alla fine della seconda guerra mondiale. Qui, il protagonista, il giovane animatore del campo giochi della scuola di Chancellor Avenue, Bucky Cantor, si trova ad affrontare la diffusione di questo temibile morbo tra i suoi allievi, scoprendo, giorno dopo giorno, la fragilità degli uomini e la loro debolezza di fronte a un evento inspiegabile.

Cantor si accorge dell’esistenza di una giustizia crudele che agisce senza una logica, punendo degli innocenti con la morte, le famiglie di questi con il dolore della perdita e tanti altri con il dramma della disabilità. Ma quale armonia dell’universo può giustificare un fenomeno tanto inquietante? Quale dio può colpire i suoi figli con tale brutalità? Questi interrogativi attraversano l’intero romanzo e assillano l’animo di Bucky Cantor che, nonostante il temperamento e la determinazione, è costretto ad ammettere dolorosamente  il suo fallimento.

Nel tragico computo dei morti che il morbo ha causato, Cantor sopravvive sotto il peso di un terribile senso di colpa. Avrebbe dovuto salvare i suoi ragazzi dal contagio e, invece, senza rendersene conto, ha contribuito alla diffusione della malattia e alla morte prematura di tanti adolescenti.

Ormai adulto e gravato dagli effetti della poliomelite, Cantor fa un bilancio delle sue esperienze passate, mettendosi a nudo nel confronto con il giovane Arnold Mesnikoff, uno dei suoi vecchi allievi del campo giochi della Chancellor.

Gli rivela il drammatico esito della sua storia d’amore con Marcia, il rifiuto categorico di vincolare una donna a un uomo storpio, il desiderio di saperla libera e capace di costruire un futuro sereno senza di lui. Cantor non ha alcuna pietà di sé e sacrifica il suo amore per la presunta felicità di Marcia.

Il senso di colpa lo acceca a tal punto da impedire un’analisi razionale di quanto accaduto. Bucky ha bisogno di trovare un responsabile a tutti i costi ed è questa necessità a garantirgli la sopravvivenza.  Lo trova prima in quel dio contro cui non ha mai smesso di inveire nei mesi terribili dell’epidemia, immaginandolo come “uno stronzo depravato e un genio del male”. E quando questa soluzione non appare soddisfacente, Cantor torna a colpevolizzarsi, intrappolato in un gioco inconscio e perverso fatto di errori e autopunizioni.

Eppure l’unica spiegazione possibile è proprio davanti ai suoi occhi: la poliomelite non ha cause profonde. Tuttavia vecchi retaggi culturali, intrisi, in parte, di convinzioni religiose, hanno il sopravvento su qualsiasi tentativo razionale di interpretazione del fenomeno. E questa è forse l‘unica vera grande colpa di Cantor: non esser riuscito a liberarsi dalle catene di una mentalità tossica e retrograda che induce l’uomo all’autocommiserazione.

Quando lo scorso febbraio il Covid-19 si è abbattuto impietosamente sul nostro paese, con tutte le conseguenze del caso, ho avuto la sensazione di aver letto, pochi mesi prima, delle pagine profetiche di letteratura americana. Mai come in queste ultime settimane ho ritrovato, nella vita di tutti i giorni e nei comportamenti della gente comune, quelle dinamiche che Philip Roth ha sapientemente descritto nel suo romanzo.

L’angoscia di  Bucky Cantor, con le dovute differenze, è rintracciabile nei volti di tutti quegli operatori sanitari che, con spirito di sacrificio, lottano duramente, giorno e notte, per salvare la vita degli ammalati. Nelle pagine del romanzo in cui il giovane animatore vive sospeso tra il desiderio di rimanere in città e quello di raggiungere in montagna  la donna che ama, mettendosi, così, al riparo dal contagio, ho ritrovato il dramma di tanti cittadini, che hanno manifestato reazioni diverse di fronte alle improvvise e severe restrizioni volute dal governo per salvaguardare la nostra salute.

Alcuni, spinti forse da paura e senso di smarrimento, sono fuggiti via, riversandosi nelle stazioni delle grandi città, disposti a tutto per salire sul primo treno, altri, invece, hanno trovato la lucidità necessaria per decidere di restare, rinunciando ad un pezzo di serenità che, però, indirettamente, hanno regalato ai loro cari.

Philip Roth, con il suo romanzo,  ha aggiunto un nuovo tassello alla storia della letteratura, fornendo un potente affresco di una comunità schiacciata sotto il peso dell’epidemia e guadagnando, a buon diritto, un posto d’onore tra gli illustri scrittori che hanno raccontato drammi simili in epoche diverse.

La malattia, come insegnano Roth, Boccaccio, Manzoni, Camus, impone una riflessione  profonda sul rapporto con noi stessi, con gli altri, con la scienza e, in qualche caso, con la religione.  Nel dramma della malattia impariamo l’arte della solitudine. Il vuoto di alcuni momenti diventa un vaso da riempire con riflessioni che spesso non trovano spazio nella pienezza della nostra quotidianità. Nella faticosa ricerca di un rimedio per arginare i rischi dell’epidemia ritroviamo la fiducia nella scienza, così terribilmente bistrattata negli ultimi anni e piegata alle esigenze di chi  scambia il facile accesso alle informazioni per conoscenza reale e critica. Nella quarantena forzata riscopriamo il senso di appartenenza alla comunità e l’importanza del nostro contributo al fine di garantire la salute pubblica.

Nemesi , quel romanzo che ho tanto amato, è rimasto lì, sul tavolino del mio soggiorno, quasi un monito, una libro sibillino. E questo è il grande mistero della letteratura: la capacità di regalare, attraverso la sua potenza espressiva, pezzi di vita reale.

“Nemesi” (“Nemesis” in lingua originale), è uscito nel 2010. L’autore decise che sarebbe stato il suo ultimo romanzo. Philip Roth è morto nel 2018.

Testo a cura di Giuseppe Licitra.



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