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Society

Society - 20/03/2020

Laura Calosso: “Fenomeno allarmante degli Hikikomori. La quarantena è un’altra cosa”

La giornalista ha scritto un romanzo sul fenomeno degli adolescenti che si auto-isolano. "Non paragoniamo a la condizione di oggi che è temporanea a una vera patologia".

Sono ragazzi eccellenti. Si ritirano da scuola con media altissima. Fanno sport a livello agonistico e poi, all’improvviso, si spengono”. Laura Calosso, giornalista d’inchiesta, scrittrice e traduttrice di Asti, da un paio d’anni dedica tutto il suo tempo per la ricerca e la divulgazione del fenomeno Hikikomori, così si chiamano i teen-ager che decidono di recludersi in casa, al riparo da tutto. Tanto da raccogliere testimonianze ed evoluzioni del fenomeno in Italia, in un libro (“Due Fiocchi di Neve Uguali”, SEM 2019) dove al centro del romanzo c’è Carlo, il ragazzo che ha alzato un muro tra sé e gli amici, la scuola e i genitori. Vuole solo scomparire e la storia scorre in parallelo con quella di Margherita, sua compagna di scuola che lotta per vivere.

Laura che cosa ti ha attratto di questo risvolto sociale a molti sconosciuto?

È un tema poco conosciuto, nato in Giappone ma che ha emuli inconsapevoli in tutto il mondo. Ci sono ragazzi chiusi al buio da anni, non usano neanche più il computer, sono spenti. Purtroppo in Italia i casi stanno aumentando. Siamo oltre quota 120mila accertati. Quando vado nelle scuole a parlare del libro intercetto sempre due o tre casi potenziali per istituto.

Che profilo ha uno ragazzo di questo tipo?

Luigi Zoja, psicoanalista, ha descritto l’Hikikomori come molto intelligente, superiore alla media nell’attività scolastica e spesso sportiva, due campi in cui consegue ottimi risultati. Ma all’improvviso crolla, ha paura di fallire. Qui non ci sono sconforti ambientali, infatti molti sono nelle classi più abbienti, con genitori più esigenti, con richieste di performance più ambiziose. Per questo chi si ritira dalla vita sociale non ha nulla a che fare con in ‘neet’, ragazzi che sono fuori dai percorsi scolastici ed educativi, spesso anche per sconforto ambientale o situazione difficile famigliare.

Come spiegheresti cosa c’è dietro la scelta di un Hikikomori, che vuol dire “stare in disparte” in giapponese?

Hikikomori è una pulsione al ritiro, dovuta a grande sofferenza. I ragazzi che si ritirano lo fanno perché soffrono terribilmente la pressione sociale della vita contemporanea.

Sappiamo sei intervenuta in dibattiti su chi paragonava questa condizione a quella che stiamo vivendo in questi giorni tutti per il Coronavirus…

Chi si chiude in casa per l’emergenza sanitaria lo fa per obbligo, non certo per disagio. Aiutatemi a diffondere un messaggio corretto, il recluso forzato è l’opposto di quello che viviamo noi oggi. Infatti la maggior parte di noi è a disagio perché non si può uscire. È da un anno che ci provo, andando in giro per l’Italia a presentare il mio romanzo. Chi conosce da vicino la realtà di Hikikomori sa che i ragazzi possono stare ritirati anche tutta la vita, se dall’esterno non arriva un aiuto. L’informazione corretta è un aiuto concreto così come può esserlo imparare a riconoscere il fenomeno.

Quando è più frequente questo pericolo?

Tra i 14 e i 16 anni è più frequente ma può andare avanti fino ai 29 anni. Solitamente i primi due anni delle superiori sono molto cruciali. Questa società non ha più i ribelli di una volta e non è in grado di gestire il conflitto. Adesso sui social i ragazzu litigano e si bannano. Chiudono così le amicizie, non c’è la gestione o il confronto. Se mi vieni contro, ti cancello, o bianco o nero, non c’è il grigio. Tutti i ragazzi fanno fatica a gestire e a mediare.

Come giudichi la conoscenza del fenomeno, attualmente?

Non esiste un saggio di uno specialista ma solo casi. Io ho studiato i casi e le storie per scrivere un romanzo e quando arrivo nelle scuole per parlarne, dopo due minuti gli studenti stanno con gli occhi spalancati, soprattutto i bulli fanno silenzio, devo riconoscere. Perché in fondo è un messaggio diretto a tutti i ragazzi affinché sappiano riconoscere questo disagio.

Di storie estreme ne hai raccolte?

Non avevo più rivisto un mio amico che aveva un figlio che aveva avuto questo problema. E quando ci siamo parlati dopo anni lui si è incupito. Lì ho capito che c’era qualcosa che non andava. Non vedeva il figlio da un anno e mezzo. La madre gli passava il cibo in una fessura fatta nella porta. I genitori non sapevano più chi era il proprio figlio. In un altro caso, a un pressing eccessivo della madre, la situazione si è aggravata e c’è stata chiusura maggiore. In un’altra città, alcuni amici di un ragazzo recluso si erano presentati a casa con l’appoggio della madre: la chiusura da quel momento è stata netta, perché l’hikikomori ha molta vergogna della sua condizione.

Il problema è anche riconoscerli, giusto?

Prima dal mio libro non c’era granché. Ora sono uscite tantissime ricerche e molti dei propri figli dicono: l’ultima cosa che pensavo era questa, pensavo a una sorta di depressione, crisi di adolescente, dipendenza da internet. Anche gli psicologi non sempre sanno identificare e come intervenire.

Come si svolge la vita di questi ragazzi?

Spesso in stanza al buio. Se vanno a lavorare i genitori, invertono il giorno con la notte, dormono di giorno e stanno svegli di notte perché sono più rilassati quando gli altri dormono e non sentono pressioni esterne. Non serve a nulla la minaccia di togliere internet, perché verrebbe a mancare l’unico contatto che possono avere.

E quindi un genitore che dovrebbe fare?

Prima di tutto identificare il problema. Capire che il figlio ha uno spirito ipercritico e spesso non ha interesse per quello che fanno i compagni, non si diverte. A volte ha subito bullismo perché non rientra nei codici comportamentali contemporanei, non gli interessano i modelli di Instagram. E quindi meglio non attaccare con rimproveri. O peggio, stimolarlo e minacciarlo di più per ottenere impegno scolastico o successi.

Ti sei fatta un’idea di come si arriva a tutto questo?

Partiamo dai genitori. L‘aspettativa dei genitori si somma a quella di un contesto sempre più votato all’apparenza. Un qualcosa che Facebook dal 2006 ha accentuato, che prima non c’era. Arriva il momento per questi ragazzi dove si ha il “dovere” di mettersi in mostra. Le famiglie hanno continuato a dare un’educazione classica, ma poi non c’è un’aderenza con la realtà. E quindi da qui può partire l’apatia, iper-stress con problemi di attenzione. Il rifiuto, di lì a poco, di andare dallo psicologo è ovvio.

Come reagiscono i compagni di un ragazzo che si chiude?

È un progressivo scollamento. Se all’inizio sono ancora in contatto con l’esterno è fondamentale che l’amico non li abbandoni. difficile che succeda, devo essere sincera, perché gli Hikikomori sono respingenti, anche taglienti, con risposte alle sollecitazioni spesso rabbiose. E quindi diventa difficile che qualcuno abbia voglia di continuare a frequentare una personalità del genere. Bisognerebbe sempre presidiare, perché poi l’uscita spontanea può avvenire.

Che cura c’è?

Una volta che si chiudono è davvero difficile. La cura non è sui ragazzi ma sulla famiglia. Se il genitore è intelligente e capisce che non serve minacciare si ha qualche speranza. Bisogna abbassare livello di tensione e cercare di tenere la calma anche di coppia. Perché con un problema del genere in casa, spesso si scatenano attriti e rimpalli di responsabilità anche tra genitori.

Hai un messaggio per i ragazzi?

Abbiate cura di chi è più fragile. Sappiate riconoscervi, perché è importante ricordarsi che la frustrazione altrui, di chi sta male, spesso è centinaia di volte superiore alla nostra che non sappiamo capirlo.



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