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Society - 24/09/2019

Luciano Salce, quando l’ironia era una cosa seria

Il figlio Emanuele alla vigilia della grande mostra a Roma: "Costituito un Fondo Salce per la cinematografia consultabile da tutti".

Acuto, elegante, caustico, ironico, raffinato, poliedrico, satirico, semplicemente… Luciano Salce. A trent’anni dalla morte, il figlio Emanuele con Andrea Pergolari ricorda il regista de Il federale con una mostra fotografica dedicata a lui: Luciano Salce – l’ironia è una cosa seria, dal 25 settembre al 6 ottobre 2019 a Palazzo Firenze, Roma. Dal teatro, alla radio, dal cinema alla televisione, quella di Luciano Salce è stata una presenza importantissima ed essenziale nel panorama artistico italiano, soprattutto in quello cinematografico. Un linguaggio innovativo il suo sempre e perfettamente a proprio agio tra commedia e comicità, tra cinema grottesco e cinema drammatico. Regista a tutto tondo ma anche uno straordinario attore. Un’assenza ingombrante, uno sguardo lucido sulla realtà che Emanuele Salce con fatica e amore sta restituendo al suo pubblico.

Luciano Salce con Ugo Tognazzi.

È la prima volta che viene dedicata una mostra fotografica di questo tipo a Luciano Salce?

Sì, decisamente. Col mio fraterno amico Andrea Pergolari (un vero salcista con tanto di tesi di laurea su di lui) c’eravamo accorti già dieci anni fa (a vent’anni dalla morte di papà) che nessuno aveva fatto nulla per ricordarlo e nessuno probabilmente lo avrebbe mai fatto. Al massimo fecero delle mini retrospettive in piccole rassegne di quartiere. Decidemmo quindi nel 2009 di prenderci le nostre responsabilità e realizzammo prima un documentario intitolato L’uomo dalla bocca storta e poi, a completamento del nostro intento celebrativo anche un volume monografico su di papà.

Dall’Uomo dalla bocca storta all’Ironia è una cosa seria. Come mai questo titolo?

Con l’ironia che è una cosa seria voglio solo esprimere un concetto che ben definisce Luciano Salce, giocando sul doppio binario che definisce e il concetto in sé ma che anche riassume la vicenda artistica unitamente a quella privata di mio padre. Un uomo che ha sempre affrontato e superato le difficoltà e le sciagure cui si è trovato a far fronte nella vita (parliamo di un uomo che è rimasto orfano della madre dopo pochi mesi di vita e che è stato per due anni in Germania prigioniero dei tedeschi, tanto per dirne due) senza che questo mai intaccasse la sua capacità di reagire, superarle ed infine irriderle. Questa è la vera lezione di papà e questo è l’aspetto che ambirei maggiormente far emergere.

Emanuele Salce, figlio di Luciano e curatore dell’imminente mostra a Roma.

Come si articola la mostra?

Si articola in 39 pannelli fotografici nei quali abbiamo ricostruito più o meno l’esistenza di mio padre uomo e artista. In una seconda sala si potrà vedere il diario teatrale di Luciano Salce, un reperto prezioso storicamente parlando, si tratta di una raccolta di fotografie, articoli e pagine di appunti scritti da mio padre usando inchiostro bianco su cartoncino nero. Poi memorabilia varie e altre curiosità in aggiunta ad una cospicua parte multimediale con repertorio delle Teche RAI con alcuni spezzoni scelti fra quelli più rari e a nostro avviso significativi. Nel tentativo di restituire un ritratto il più completo possibile. Cosa importante che tengo a dire è che mio padre era un grande ‘accumulatore’ o conservatore di carte, che oggi, ordinate in 44 faldoni, costituiscono il fondo Salce, fondo che sarà donato alla biblioteca Chiarini del Centro Sperimentale di Cinematografia rendendolo così fruibile e disponibile per tutti.

A proposito, speso il teatro di Luciano Salce è stato definito intellettuale, insieme a Franca Valeri e Vittorio Caprioli, sei d’accordo con questa definizione?

Beh… faceva parte di una certa intelligenza sì, era dopotutto uno dei più preparati della sua generazione e indubbiamente faceva parte di un gruppo di menti evolute; non era insolito rinvenire fra i suoi sberleffi spesso qualche citazione di Gozzano piuttosto che di altri.

Al cinema invece la sua cultura si esprime con un capolavoro assoluto che è Il federale. E’ vero che la produzione voleva imporre Raimondo Vianello al posto di Georges Wilson?

Sì, tieni conto che era anche appena il secondo film di mio padre e che portò sullo schermo le musiche di un certo Ennio Morricone, detto questo, lui sapeva che con Vianello non si sarebbe usciti dal popolare duo comico della TV e fu proprio grazie alla sua determinazione  nel far sì che quel ruolo fosse assegnato a Georges Wilson (un attore francese della Comédie-Française che non avrebbe dato sponda facile a Ugo) che emerse tutto il talento attoriale di Tognazzi dando così il via alla sua straordinaria carriera di attore a tutto tondo.

Fu un bel rapporto quello con Tognazzi?

Molto. Fecero tre-quattro film di seguito con mio padre, tra cui La voglia matta. Lo si potrebbe definire l’alterugo rispetto a mio padre. Ma erano anche e soprattutto amici nel privato. Amici di una vita.

Fantozzi. La corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca. Villaggio disse che fu una reazione a tutti i cineclub anni ’70 che proiettavano film cecoslovacchi con sottotitoli in russo mentre altri attribuirono a tuo padre il fatto di aver cristallizzato per sempre il capolavoro di Sergej Ejzenstejn nella storia del cinema grazie a quella battuta. Sei d’accordo con questa lettura?

Non lo so, ti direi una balla. Posso dirti che Fantozzi nasce certo da Paolo Villaggio e dai suoi libri. Il successo della saga poi non si può non condividerlo con gli sceneggiatori Benvenuti e De Bernardi che fecero un lavoro eccelso e a parer mio, ma forse sono di parte, con mio padre, cui va il grande merito della messa in scena, del cast, della misura di tutto questo. Inoltre, non avendo ottenuto i diritti per utilizzare gli spezzoni originali de La corazzata Potemkin, li rigirò completamente, antichizzando poi le immagini, davanti alla Galleria d’arte moderna di Roma sfruttando quella meravigliosa scalinata per la scena della carrozzina.

È vero che si rifiutò di girare il terzo Fantozzi?

Sì è verissimo, semplicemente perché non velava legarsi a saghe cinematografiche, consigliò anche a Paolo di non legarsi al personaggio per evitare derive commerciali.  Mio padre girò altri film con Villaggio: Il belpaese, Rag. Arturo De Fanti bancario precario, Professor Kranz tedesco di Germania. Voleva molto bene a Paolo. E credo fosse anche contraccambiato…

Come avrebbe reagito oggi Luciano Salce davanti i nuovi media come i social?

Posso solo supporre che ne avrebbe preso atto senza troppa retorica. Poi ne avrebbe certo tratto degli spunti per irriderli.



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