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Society

Society - 04/03/2019

Matteo Salvo: “Vi aiuto ad avere performance memorabili”

Il mind coach ci ha raccontato i segreti custoditi nel suo nuovo libro “Il potere delle Mappe Mentali nella gestione aziendale".

Buttate l’archivio digitale e fidatevi solo della vostra mente. Non è una provocazione ma è una realtà alla portata di tutti. Cosa ci vuole? Esercizio. E soprattutto un coach che vi sappia guidare. Il progressivo affrancamento dalla schiavitù dei telefonini e affini è la mission di Matteo Salvo, mind performance coach che guida i manager alla riscoperta delle proprie capacità di apprendimento e rielaborazione. Ora ha scritto anche un libro, in qualità di primo senior trainer abilitato all’insegnamento delle Mappe Mentali in Europa da Tony Buzan, dal titolo “Il potere delle Mappe Mentali nella gestione aziendale”, edito da IF – Idee Editoriali Feltrinelli.

Gian Maria Mossa, amministratore delegato di Banca Generali, che firma la prefazione al libro dice di Matteo: “Lui è capace di aiutare le persone a tornare padrone della capacità di apprendimento sfruttando le tecniche migliori e lasciando grande spazio alla fantasia”. Abbiamo incontrato Matteo per approfondire gli aspetti di questo nuovo modo di apprendimento che serve a tutti i livelli professionali.

 

Cosa sono le mappe mentali?

Sono rappresentazioni grafiche radiali del pensiero che consentono di strutturare concetti e idee in ordine di priorità. Hanno un nucleo centrale con una parola chiave, spesso associata a un’immagine creativa. Da lì si diramano i diversi “rami” concettuali e proprio grazie allo loro struttura curvilinea, le mappe “parlano” lo stesso linguaggio dei neuroni e per questo restano impresse facilmente nella memoria.

Un esempio di mappa mentale di Matteo Salvo: la strategia.

A cosa servono?

Le mappe mentali non servono solo a memorizzare, possono essere anche solo mezzi per chiarire un argomento. Per gestire un flusso di attività all’interno di un processo, ad esempio, la mappa assumerà la funzione di una “to do list” scritta, che aiuterà a mettere in risalto le priorità. In questo caso non saranno necessarie le immagini perché i contenuti non verranno memorizzati. Le mappe possono essere condivise e utilizzate come strumento di comunicazione chiaro ed efficace a ogni livello aziendale, stimolano un approccio creativo, che aumenta la coesione e collaborazione predisponendo tutti a gestire e indirizzare i cambiamenti. Ma non solo: questa tecnica di memoria aiuta le organizzazioni a raggiungere la massima coordinazione possibile verso risultati comuni, diventando davvero lo strumento che può fare la differenza nel raggiungimento di performance d’eccellenza.

 

Che tipo di realtà lavorative hai raccontato nel testo?

Si tratta di aziende di diversi settori, dimensioni e fatturato, che ho guidato verso il cambiamento e il miglioramento delle prestazioni. Ma la premessa fondamentale per l’utilizzo efficace delle mappe mentali è il pensiero laterale e la disponibilità a cambiare il punto di vista, per aprirsi a una visione d’insieme.

Che metodo hai usato per raccontare questo apprendimento nuovo?

È un libro con un linguaggio diretto ma rivolto a un lettore business, penso a un avvocato o professionista, che ha bisogno di leggere casi aziendali e come applicare le mappe in azienda. L’efficienza nell’apprendimento è il focus.

Che tipo di imprenditori incontri per la tua attività di coaching?

Quando mi chiamano hanno una certa sensibilità per l’uomo, la mente e la persona. Migliore è la prestazione dell’individuo e migliore è il risultato aziendale: sono aziende che investono sul capitale umano.

I benefit non sono solo ambientali, il tuo beneficio riguarda la mente…

È un approccio più profondo, perché in alcune aziende si fanno eventi di team building per motivare le persone, ma spesso in altre occasioni non ce n’è manco bisogno. Perché è il contesto che motiva, che fa tessere relazioni, senza sforzo ed è naturale che sia così. E quindi se ci si preoccupa di creare un ambiente piacevole, tutto il resto non è necessario.

Che esigenze ci sono nelle realtà lavorative?

Se una persona ha strumenti che permettono di essere efficiente e preparato ad avere prestazioni e preparazioni necessari, ci saranno meno tensioni. Immaginati le preparazioni prima delle presentazioni e meeting, spesso le aziende sono alla ricerca delle prestazioni estreme e in poco tempo. Ma se la tua macchina viaggia già a 200 all’ora, non puoi elevarla a velocità superiore.

Ti chiamano quindi per migliorare la performance. Come fai ad ottenere questo risultato?

Lo scopo ultimo di un’azienda è l’utile e se mi chiamano è per avere maggiori ritorni. Ho un ruolo di stimolo sia alle dirigenze che ai dipendenti. Sono sempre io con declinazioni diverse a fungere da stimolatore, le mie sono strategie che vanno bene allo studente o al manager che deve coordinare un team. Le mappe mentali che insegno sono declinabili nei vari mondi, e tutti i corsi che tengo sono necessariamente tagliati ad hoc per la situazione.

Quando insegni, sei autorevole o amichevole?

L’autorevolezza mi arriva dai risultati ottenuti e dalle cose fatte. Come rapporto umano tendo a essere vicino alle persone, mi piacciono le relazioni ma non vuol dire che questo distoglie l’attenzione o che la concentrazione svanisce. Lo percepisci subito se puoi rilassarti, altrimenti resti distante.

Matteo Salvo mostra a The Way Magazine il suo ultimo libro, “Il potere delle Mappe Mentali nella gestione aziendale” (foto di Christian D’Antonio).

La Swot analysis è l’analisi di forze, debolezze, opportunità, minacce (strengths, weaknesses, opportunities and threatscon ). Con la mappa mentale come si appronta?

Divento un facilitatore, metto in evidenza punti di forza, minacce o problematiche. Qui in Italia la filosofia a volte è: dai, inizia e poi vediamo. Invece maggiore è il tempo che dedichiamo alla pianificazione e organizzazione e minore sarà il tempo da dedicare alla fase organizzativa.

Un tuo intervento potrebbe modificare la struttura aziendale?

Sì, perché con le mappe mentali emergono i punti di forza da valorizzare. Non ha senso impiegare una persona in un ruolo per cui non è portata. Diventa un perdita, si limitano danni facendo la mappa del team in modo da incontrare i desideri e la passione di ognuno. Ma le cose spiacevoli ci sono sempre, ovviamente. Pensa a Valentino Rossi, che col tempo ha dovuto sempre di più allenarsi in palestra, cosa che non gli piace affatto ma gli giova per la sua resa in pista, con l’età che avanza.

Ti muovi ancora in un campo inesplorato. Cosa ti chiedono i clienti?

Non conoscendo gli strumenti sono io a chiedere i loro obiettivi. Per esempio, se vuoi saper leggere meglio, magari è solo un modo per dire che non riesci a immagazzinare meglio le informazioni. In una compagnia molto famosa mi hanno chiesto un corso sulla lettura, in un dipartimento che aveva tante persone costrette a leggere di continuo. Lì mi è capitato di constatare che non avevano avuto nessuna nozione su come fare a leggere e memorizzare. Se avessero un metodo per interiorizzare i faldoni, non avrebbero bisogno di leggere più velocemente, perché riuscirebbero a leggere una volta e ricordarsi.

Con la digital age si è costretti a leggere e scrivere di più. Ma quanto di queste attività è fatta per bene?

La prima cosa da capire è cosa vogliamo ricordare, cosa ci serve. Spesso archiviamo tutto, se non conosciamo le tecniche giuste, può prenderci molto tempo questa operazione. Le informazioni realmente importanti vanno trattenute, anche in maniera digitale, ovvio. Basta saperle riconoscere.

Riscontri differenza tra fonte illuminata e carta per la lettura?

Sì, c’è, ciascuno di noi ha canali preferenziali per la lettura. Lo schermo non coinvolge l’esperienza sensoriale ma non dà nemmeno l’idea dell’insieme, o della materia che si può dividere in parti. Il digitale è molto utile, veloce e leggero ma sottrae alcuni aspetti della percezione. Molti in azienda usano l’agenda digitale, ma hanno un’agenda con appunti su carta e penna.

Il coaching spesso si va in video. Un valore aggiunto di averti in aula?

È una cosa molto affascinante ed è il motivo per cui preferisco fare corsi dal vivo, a seconda anche del tema affrontato. C’è un’utilità nei videocorsi e non lo nego, ma in prima persona c’è un coinvolgimento molto alto. È un po’ come imparare a nuotare leggendo un libro. Un video ti aiuta a un livello più alto, senza dover interpretare. Ma l’esperienza dal vivo porta confronto e interazione, a me piace la filosofia dell’imparare dai migliori. Quando volevo vincere il Guinness per apnea e memorizzazione sono andato da Umberto Pellizzari, l’uomo del record mondiale di apnea profonda.

Cosa richiedi a chi ti ascolta?

Spesso oggi le aziende non fanno videocorsi perché si sono accorte che non ci sono risultati apprezzabili. La resistenza al cambiamento è diffusa ed è normale, tante volte anche i manager che hanno avuto dei risultati, mi vedono giovane e mi vedono fuori dal loro settore e mi guardano con sospetto. Ma faccio degli esercizi e loro si sentono coinvolti.

Come li conquisti?

Chiedo sempre i nomi all’inizio e li memorizzo. Dopo pochi minuti, grazie alle mie tecniche di apprendimento, li ricordo tutti e li chiamo per nome. Un espediente che crea familiarità e distensione.



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