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Society - 24/05/2020

Mendolicchio: “Basta ossessioni, la bellezza del cibo e del corpo deve essere in un rapporto naturale”

Il medico protagonista del programma tv "Fame d'amore" dirige una clinica a Varese. E ci racconta di quanto gli italiani siano spesso a rischio. Anche da bambini.

Vi abbiamo presentato l’impegno del dottor Leonardo Mendolicchio (questo l’articolo pubblicato su The Way Magazine) nel programma televisivo di Rai Tre “Fame d’amore”. Il responso è stato talmente fenomenale che abbiamo deciso di indagare e conoscere questo medico delle implicazioni psicologiche dell’alimentazione con un’intervista.

Dottor Mendolicchio, che formazione ha?

Mi sono laureato in Medicina e Chirurgia a Foggia nel 2002 e specializzato a Bari e nel 2006 in Psichiatria, sotto la direzione dei professor De Giacomo e Nardini. Sono poi arrivato a Milano per seguire il Master II livello in Psicofarmacoterapia nel 2008 presso l’Università San Raffaele. Dal 2012 sono membro dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi e della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi in Italia.

Come è iniziata la sua carriera?
Dopo un’esperienza nei reparti di psichiatria per acuti e di ricerca in farmacologia epidemiologica presso l’Istituto Mario Negri Sud, mi sono dedicato alla cura dei disturbi del comportamento alimentare come anoressia, bulimia e obesità. Sono attualmente direttore sanitario di Villa Miralago, una clinica per i DCA di Varese, nonchè vice presidente nazionale in Italia della Società Italiana di Riabilitazione interdisciplinare disturbi alimentari e del peso, la SIRIDAP.

Un paziente che viene da lei cosa si aspetta?
Mi occupo della diagnosi e della cura sia farmacologica che psicoanalitica di tutti i disturbi psichici
dell’adulto e dell’adolescente con particolare predilezione per i disturbi del comportamento
alimentare che comprendono anoressia, bulimia e obesità psicogena. Il programma tv in onda in questo momento è molto seguito perché fornisce storie di chi vive in prima persona una forma di disagio.

Che posizionamento ha l’Italia in questa triste geografia del disagio?

I dati sottostimati parlano di 3 milioni di cittadini che soffrono di questi disturbi, che sono comuni a tutte le nazioni occidentali. Da noi è più pesante la situazione dei bambini. L’Italia ha il più alto tasso di incidenza di obesità infantile in Europa. I ragazzini al Sud sono peggio messi, nonostante quella sia la patria della dieta mediterranea.

Come è possibile che si verifichi ciò?

Abbiamo una carenza di conoscenza grave per abitudine, ignoranza marcata, e soprattutto siamo area di disagio e spesso ce ne dimentichiamo. I disturbi alimentari ci insegnano quanto disagio sociale c’è in alcune zone del paese. L’equilibrio si spezza spesso e i sintomi culturali che qualcosa non funziona sono proprio questi.

Storicamente è sempre stato così?

Ultimamente l’Italia è un caso a parte per l’infanzia. Non è sempre stato così le cose peggiorano perché gli equilibri peggiorano. Adesso ci aspetteremo l’ondata di ritorno per la pandemia, i disturbi alimentari derivano anche da un grosso trauma e quello che può comportare, proprio perché il cibo diventa valvola di sfogo.

Oggi ci si consola anche solamente con delle frasi a effetto che nascondono crepe pericolose. Cosa pensa quando si sente in giro del ‘comfort food’?

Il problema c’è perché se c’è esigenza di ricerca di conforto, significa che c’è qualcosa che manca. Oltre a rilevare una pressione industriale ed economica che alimenta sistemi di dipendenza. Ma il mercato funziona nel momento in cui c’è domanda. E noi su quella dobbiamo agire.

Come si fa a riconoscere il problema col cibo?

L’indicazione da dare a chi legge è di capire bene i cambiamenti nelle abitudini, individuare i sospetti e rivolgersi a persone competenti, perché la cura è complessa, si agisce su più livelli di assistenza. Chi lavora in questo campo sa che ci vuole tempo e pazienza per un percorso completo, non si può andare dal nutrizionista e poi dallo psicologo. Bisogna rivolgersi agli specialisti del disagio alimentare.

Cosa possiamo fare invece per prevenire?

Sarebbe bene che ci rendessimo tutti consapevoli del nostro rapporto col cibo, non sottovalutassimo le scelte, il rapporto con la propria immagine. Spesso si confondono i disturbi con l’ossessione alla bellezza. Perché chi lavora eccessivamente sulla forma fisica potrebbe nascondere un’ossessione sul lato performativo, non tanto sulla bellezza.

Quindi anche l’eccesso di attenzione alla forma può nascondere dell’altro?

Una patologia molto subdola e frequente è quella dei vigoressici, che spesso nelle palestre inseguono un modello di perfezione di un’immagine che è quasi impossibile.

Lei cosa fa per essere un buon esempio?

Io cerco di avere un rapporto naturale col cibo, mi piace sempre se associato alla convivialità, credo che derivi dal rapporto con le mie radici pugliesi. Cerco le tradizioni, il nutrimento è al di là delle calorie. Mi piacciono i cibi che mi ricordano la mia storia ed è molto appagante.

 

 



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