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Society

Society - 28/01/2021

Nicolas Denino: “In pittura racconto la società liquida”

Supporti legati al riciclo, estetica che richiama l'individuo liquido teorizzato da Bauman. Incontro con l'artista italo-uruguayano a Firenze.

Delle bolle blu fluttuano nei dipinti e nelle installazioni artistiche come individui alla ricerca dei corrispettivi. Bella la metafora con intensa comunicativa cromatica di Nicolas Denino, artista 35enne che da Montevideo (Uruguay) si è trasferito un anno fa a Firenze. La sua ricerca sulla società liquida da rappresentare in arte è piaciuta talmente tanto anche in questo periodo di quarantene a singhiozzo, che nel suo studio arrivano sempre ordini e committenze da tutto il mondo.

Nicolas vive di arte da relativamente poco. Faceva cose completamente diverse fino a tre anni fa. Dopo il diploma intraprende numerosi viaggi in Europa e si stabilisce a Barcellona, iniziando a lavorare nel campo della moda e del design. Nel 2014 approda a Milano, dove si appassiona all’arte contemporanea e inizia a studiare pittura come autodidatta. All’inizio del 2019, dopo un periodo trascorso a New York, decide di dedicarsi totalmente all’arte e si trasferisce a Firenze dove apre il suo studio in via Maggio.

Che legame c’è con la tua pittura e i tempi che viviamo?

Tutti i supporti che uso in qualsiasi modo sono legati al tema del riciclo. Possono essere delle cornici abbandonate per strada, o dei libri dimenticati. Dipingo da 15 anni e ora che è un lavoro voglio dare questo senso a tutta la mia produzione.

L’adattabilità della serie “liquid project” di Nicolas Denino.

Da dove nasce l’ispirazione delle tue opere?

Il mio lavoro nasce dalla ricerca e dalla voglia di rappresentare il tipo di rapporto nella società liquida come Zygmunt Bauman aveva teorizzato. Tutte le mie opere hanno le bolle o cerchi blu che sono gli esseri viventi in forma di unità che si scontrano nel galleggiare nel mondo. Se ci fai caso non si incontrano mai, questo perché sento che non riusciamo a connetterci con gli altri, a diventare protagonisti di rapporti solidi. Le bolle galleggiano senza toccarsi. Le mie prime opere si chiamano “liquid” sulle pagine di un libro, per esaltare l’antitesi tra le certezze di una storia stampata e concreta e le liquidità dei rapporti umani inafferrabili.

Hai anche altri filoni, sempre caratterizzati dall’uso del blu.

Roots, radici, sono nate in quarantena, mi sono fatto mandare radici dalla Spagna, Corsica, Sud America. Sono lavori rapportati alla natura, raccontano del rapporto umano di natura egoistica e individualista che abbiamo con la natura. Pensiamo sempre che sia un aspetto che ci appartenga, ma dobbiamo renderci conto che siamo noi stessi natura. Bisogna avere più consapevolezza, dobbiamo essere più uniti.

Perché il blu?

Il blu è il colore riferito all’uomo, che reputo essere spesso condannato a relazioni fluide e sfuggenti. Rendendolo “bolla” voglio rappresentare sia la chiusura rispetto al resto del mondo ma anche il piccolo universo di un organismo che si adatta e accoglie ciò che incontra. Si tratta di un colore che mi porto dietro da piccolo, la mia famiglia aveva un’azienda di acqua e il blu era il colore aziendale. Per me il blu è sinonimo di liquido.

La serie “Transparency” di Nicolas Denino, nata nel 2020. Presto l’artista realizzerà una versione scultorea.

Hai usato anche le trasparenze. Perché?

Ho usato supporti di vario tipo, dalla tela, al polistirene alle pagine dei libri. Ma con Transparency su vetro ho voluto inglobare nel lavoro delle cornici di risulta e anche un concetto molto legato agli ultimi mesi che stiamo vivendo. La trasparenza è qualcosa di cui abbiamo bisogno in questo momento, dobbiamo essere davvero onesti, tutti dipendiamo da tutti.

Pensi che la tua idea di arte si possa declinare in altri modi?

Certo, sono alla continua ricerca di mezzi espressivi diversi. Sto lavorando con la ceramica per un progetto nel mondo dell’ospitalità e a febbraio lavorerò a un una prima mostra in una galleria-abitazione. Sarà a Pescara, in Abruzzo, regione a cui tengo particolarmente.

Come mai?

Mio nonno abruzzese scappò in Uruguay durante la guerra. Dopo 8 mesi di nave arrivò e gli cambiarono nome per errore, lui era Di Nino, diventò Denino. Vorrei fare serie di opere legate al posto, per riconnettermi con quel luogo che visiterò a breve per la prima volta. Riuscire a collegare la mia discendenza con la mia arte mi riempie il cuore.

Ode al rispetto per la natura: la serie “Roots” di Nicolas Denino, 2020.

Ti senti un po’ italiano?

Devo dirti che da quando sono a Firenze ci penso di più. Ma dentro sono molto uruguayano anche se sono 16 anni lontano dal mio paese. Ho una cultura contaminata, ho vissuto 11 anni in Spagna, in America…certo che sull’arte mi sto creando un modo di fare all’italiana, che secondo me è il posto dove l’estetica è padrona.

Che effetto ti fa vivere in una città d’arte come Firenze?

C’è tutto ed è tutto bello. Gli italiani non se ne rendono conto, se si sapessero vendere bene come gli americani sarebbe diverso. Però poi penso che non sarebbe l’Italia come la conosciamo, che è quell’incontro di eredità artistica e naturalezza dei comportamenti. Guardo oggetti, case, architetture e penso che è tutto così in armonia. Mi ha fatto bene vedere prima altro e poi arrivare a Firenze. Mi perdo nei pensieri quando percorro queste strade, fantasticando che prima di me qui ci sono stati Brunelleschi e Leonardo.



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