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Society

Society - 27/02/2017

Il caso Iran sbarca agli Oscar 2017. Cosa ricorderemo dell’assenza di Farhadi?

Il discorso del regista iraniano letto da due incaricati d'eccezione: lo scienziato della Nasa Firouz Naderi e Anousheh Ansari, astronauta.

Avevamo già parlato del “Muslim Ban” creato dal neo eletto presidente Trump, oggi sospeso da una sentenza di primo grado decisa da James Robart, giudice federale dello stato di Washington, e avevamo già discusso del fatto che il regista iraniano Asghar Farhadi non avrebbe potuto partecipare alla 89a edizione degli Accademy Awards per ritirare un più che probabile (oggi confermato) oscar come “Miglior film straniero” ottenuto con la pellicola “Il cliente” (Forushande).

E così, dopo le proteste che hanno diviso la nazione e vari controlli effettuati anche su vip o parenti (il figlio di Cassius Clay è stato bloccato per ore in aereoporto per dei controlli dell’immigrazione, così come i protagonisti del documentario “The White Helmets” vincitore dell’oscar come “Miglior documentario” che non hanno potuto raggiungere la cerimonia perché il loro paese è stato inserito in black list, ndr) il regista ha deciso di non partecipare alla cerimonia di premiazione. Si tratta probabilmente di una forma di rispetto verso i suoi concittadini i cittadini delle altre nazioni colpite dal provvedimento.

A ritirare il premio ci hanno pensato lo scienziato della Nasa Firouz Naderi e l’astronauta Anousheh Ansari, portavoci del regista, che hanno guadagnato una standing ovattino leggendo il discorso preparato da Farhadi.

È un grande onore ricevere questo premio per la seconda volta, ringrazio i membri dell’Academy, la troupe, il produttore Amazon e gli altri candidati nella stessa categoria. Mi dispiace non essere con voi, ma la mia assenza è una forma di rispetto verso i miei concittadini e i cittadini di altre sei nazioni che sono vittime di mancanza di rispetto per una legge disumana che ha impedito l’ingresso negli Stati Uniti agli stranieri. Dividere il mondo in due categorie, noi e i nemici crea soltanto paure e un’ingannevole giustificazione alle aggressioni e alla guerra. Queste guerre creano mancanza di democrazia in Paesi essi stessi vittime di aggressioni. I registi hanno però la possibilità di acendere la cinepresa e catturare le qualità umane e rompere gli stereotipi, creando quell’empatia tra noi e gli altri che oggi ci serve più che mai”.



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