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Society

Society - 10/04/2020

“Paul se ne va”: 50 anni fa finirono i Beatles

E con loro il sogno di un'epoca, gli anni Sessanta del Novecento, che ha fatto storia. Sempre rimpianti, mai niente fu più lo stesso. Come ci racconta lo storico del rock, Michelangelo Iossa.

“Paul quits the Beatles ”: è il 10 aprile di 50 anni fa. Il Daily Mirror pubblica in prima pagina la notizia dello scioglimento dei Fab Four.

Nonostante la frattura all’interno della band risalga all’anno precedente, l’ufficialità dello scioglimento viene data dal solo Paul McCartney in un’atipica intervista-comunicato rilasciata ai media il 9 aprile 1970.

I Beatles sono senza dubbio un piccolo grande prodigio della cultura popolare contemporanea: sin dal loro scioglimento ufficiale di 50 anni fa, non si è mai spento l’entusiasmo dei Beatlefans di tutto il mondo. Il repertorio beatlesiano si è, poi, arricchito – soprattutto dalla prima metà degli anni Novanta in poi – di altri capitoli discografici ‘ufficiali’ che hanno ampliato il songbook/canone (1962 – 1970) firmato dai quattro di Liverpool.

Alcune delle copertine di Classic Pop dedicate ai Beatles (comprabili qui https://shop.anthem.co.uk/all-products/the-beatles-years.htm?utm_source=Adestra&utm_medium=email&utm_term=&utm_content=&utm_campaign=Beatles%20Day%20CLP)

In questi giorni, Classic Pop ha deciso – per l’anniversario dello scioglimento occasione – di pubblicare ben quattro differenti progetti editoriali contemporanei: la guida VINYL BUYERS BIBLE, dedicata al catalogo e all’immensa eredità ‘vinilica’ della band inglese, la serie biografica THE BEATLES YEARS, il volume celebrativo McCARTNEY dedicato alla sola carriera di Sir Paul dal 1970 al 2020 e il numero speciale in due parti THE BEATLES della serie VINTAGE ROCKS.

Ma per raccontare quel 1970 è forse utile fare un passo indietro. Di un anno esatto.

Il 1969 si aprì, infatti, con una proposta avanzata da Paul McCartney, salutata con interesse da John Lennon, approvata pigramente da Ringo Starr e immediatamente bocciata da George Harrison. Il bassista suggerì, infatti, di portare nuovamente in scena i Beatles in versione live, proprio come ai tempi del Cavern Club di Liverpool e dello Star-Club di Amburgo.

Il progetto di McCartney – metaforicamente intitolato Get Back (“ritorno” agli esordi) – si basava sull’opportunità di eseguire nuovamente quelle canzoni che erano state protagoniste della crescita musicale del gruppo; un progetto discografico a carattere “documentaristico” avrebbe fatto da supporto alla nascita di un film diretto da Michael Lindsay-Hogg, incentrato sulle fasi di realizzazione dell’album stesso e trasmesso dalla TV inglese e statunitense: il lungometraggio – anch’esso intitolato Get Back – avrebbe nuovamente portato i Beatles all’attenzione del grande pubblico.

Originariamente, l’intero film doveva culminare con le riprese di un mastodontico live-act che i Fab Four proposero di tenere in un luogo scelto tra: un antico anfiteatro greco, la Roundhouse di Londra, una nave in viaggio nell’oceano, la cattedrale di Liverpool, il deserto del Sahara, il London Palladium e l’anfiteatro romano di Tripoli. Per portare a termine in maniera sbrigativa il progetto-Get Back, i Beatles scelsero infine di tenere un concerto a sorpresa il 30 gennaio 1969 sul tetto della Apple, nell’elegante strada londinese Savile Row! Il “concerto sul tetto” (“the rooftop concert”) del 1969 si trasformò nell’ultima occasione in cui i Beatles suonarono insieme durante un concerto pubblico: poco più di quaranta minuti in una fredda mattinata d’inverno per chiudere la carriera-live del gruppo più amato dalle folle di mezzo mondo!

Michelangelo Iossa è autore, tra gli altri, anche di un volume dedicato esclusivamente alle canzoni d’amore dei Beatles. Si chiama “LOVE” e come simbolo ha la ‘mela’ della loro casa discografica Apple a forma di cuore.

Il progetto-Get Back si arenò miseramente, sebbene fossero state realizzate lunghe videoriprese delle tante prove effettuate dai Beatles presso i Twickenham Studios di Londra, con il supporto dell’organista Billy Preston. Ecco cosa ricordò a tal proposito il produttore George Martin: “Alla fine, naturalmente, è stato realizzato un documentario, con le imperfezioni e tutto. (…) Abbiamo scelto la musica e si è trattato di un album onesto, quello che loro volevano. Ma è rimasto fermo per molto tempo perché il documentario sembrava non piacesse a nessuno con tutti quegli errori”.

In realtà, l’ultimo lavoro discografico registrato in studio dai quattro fu il 33 giri Abbey Road, pubblicato nel settembre 1969 e dedicato esplicitamente agli studios che accolsero i Fabs sin dai loro esordi, come dimostrato dalla foto di copertina che ritrae i Beatles passeggiare sulle strisce pedonali della strada londinese. Paradossalmente, Abbey Road risultò essere uno dei lavori discografici migliori dell’intera carriera dei Beatles: vibrante, formalmente ineccepibile e dotato di una compattezza estranea sia al successivo Let It Be sia al precedente The Beatles, Abbey Road è – insieme a Sgt. Pepper, Revolver e Rubber Soul, una delle ‘vette’ assolute della discografia dei quattro musicisti di Liverpool.

Un quartetto che ha fatto storia. Questa foto montata in questo modo è rimasta simbolica e imitata da tante altre stelle del rock.

L’album e il film-documentario che nacquero dall’esperienza/Get Back videro la luce oltre quindici mesi più tardi e accompagnarono lo scioglimento ufficiale della band, avvenuto nel 1970: il progetto venne ribattezzato Let It Be (Lascia Che Sia) e dell’originario titolo Get Back rimase solo una bella canzone, uscita su 45 giri l’11 aprile 1969 e inserita nuovamente – seppure in una differente versione – nell’album Let It Be, pubblicato l’8 maggio 1970 in un cofanetto contenente il libro fotografico The Beatles Get Back. Il film, della durata di 81 minuti, conquistò un Oscar nel 1970 nella categoria Migliore Colonna Sonora Originale: l’unica statuetta dell’Academy Award vinta dal quartetto fa attualmente parte della collezione privata di Paul McCartney.

“Hanno aspettato che il film venisse editato e preparato. (…) L’album Let It Be era la colonna sonora, quindi si doveva aspettare che uscisse il film”: la spiegazione fornita dal road manager Neil Aspinall chiarisce il motivo per il quale Abbey Road fosse stato pubblicato prima di Let It Be, la cui produzione venne affidata – dal solo John Lennon – al ‘veterano’ Phil Spector.

Il lavoro condotto da quest’ultimo fu oggetto di numerose controversie da parte dei Beatles: venne osannato da Lennon (“gli è stato dato il mucchio più merdoso di ignobile merda malamente registrata e ne ha cavato qualcosa. Ha fatto un gran bel lavoro”), apprezzato da Ringo (“A me piace davvero il lavoro che ha fatto Phil”) e da George (“Ero favorevole all’idea di coinvolgere Phil”), ma fu pesantemente stroncato da Paul (“Ho risentito la versione di Spector ed era tremenda”) e da George Martin (“Il Let It Be di Spector non mi piaceva affatto”).

Si sciolsero nel 1970 ma l’ultima apparizione live assieme fu un anno prima, il 30 gennaio 1969 a Londra. Il Concerto dei Beatles sul tetto (detto anche “Rooftop Concert”) fu l’ultima esibizione pubblica dei Beatles dal vivo.

Molti anni dopo, la produzione di Spector venne “ridiscussa” da Paul, Ringo e Harrison: quest’ultimo, poco prima di morire, affidò a McCartney e Starr la cura di una riedizione del disco, al fine di riproporre Let It Be in una versione “nuda e cruda”, così come originariamente concepita dai Beatles e così come realizzata da George Martin con la collaborazione del sound engineer Glyn Johns. L’album venne pubblicato nel 2003 con il titolo Let It Be…Naked (Let It Be…nudo).

La fine inevitabile dell’epopea beatlesiana creò un vuoto nella pop-music degli anni Settanta, solo parzialmente colmato dalle produzioni soliste degli ex-Beatles.

I Seventies hanno visto protagonisti – a livello individuale – i componenti del quartetto più celebre al mondo: basti pensare che canzoni come Imagine e Jealous Guy (John Lennon), My Sweet Lord e Give Me Love (George Harrison), Band On The Run e Live And Let Die (Paul McCartney), You’re Sixteen e Photograph (Ringo Starr) sono riuscite a conquistare le classifiche di vendita e a sottolineare il valore dei singoli componenti dei Beatles.

Soprattutto dai primi anni Novanta ad oggi, la “beatlemania” ha vissuto una seconda esplosione, a testimonianza del forte richiamo che ancora esercitano i Beatles anche sulle generazioni più giovani.

 

Dal loro singolo d’esordio Love Me Do del 1962 in poi, i Beatles sono riusciti ad entrare nei cuori, nelle sensibilità e nelle menti di milioni di ascoltatori, frantumando barriere sociali, linguistiche, culturali e geografiche: le canzoni dei Beatles trovano spazio nelle citazioni sui diari degli adolescenti ma anche nei riferimenti dotti della ricerca scientifica, dell’economia internazionale e della politica.

Steve Jobs ha eletto i Beatles a modello di business, Allen Ginsberg li ha paragonati a quattro evangelisti illuminati, Jacques Le Goff li ha annoverati tra i 13 documenti/monumenti fondamentali del Novecento, la NASA li ha utilizzati come colonna sonora delle sue missioni, mentre lo sport, il cinema e i fumetti citano costantemente i loro contenuti, le canzoni e perfino l’iconografia-simbolo. Da Danny Boyle ai Minions, da Steven Spielberg ai Simpson, da Ron Howard all’ONU passando per Barack Obama, le Olimpiadi di Londra, Shrek, Baby Boss, Bee Movie, Tony Blair, Robert Zemeckis, Sister Act e Wes Anderson in un colossale frullato ultrapop, spesso gustosissimo e ricco di sorprese.

 

Oggi la Terra è un pianeta ricoperto per tre quarti dalle acque dei mari e per un quarto da dischi dei Beatles. Con oltre due miliardi di dischi venduti, centinaia di milioni di download digitali, di vinili, di DVD, di videocassette, di audiocassette e di supporti vari, le vendite dei Beatles sono, infatti, la testimonianza del fenomeno-pop più deflagrante degli ultimi sei decenni.

Testo a cura di Michelangelo Iossa, storico dei Beatles, per The Way Magazine – aprile 2020.



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