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Society

Society - 04/06/2019

Perché Selfie è un film di sperimentazione sociale

Il film di Ferrente sta avendo successo col passaparola. E squarcia il velo su una realtà degradata che produce, per fortuna, anche legami autentici.

Si emoziona ancora adesso, dopo due anni dall’inizio delle riprese, Agostino Ferrente, il regista di “Selfie”, il video racconto di due adolesceni del rione Traiano di Napoli. Applaudioto alla Berlinale, ora il film sta macinando consensi di pubblico e critica nelle proiezioni del circuito off. Ferrente, pugliese di origine, ha messo in mano ai due protagonisti del film degli smartphone. Per autoriprendersi nella vita quotidiana, e da quel momento, si percepisce, ha messo in mano a loro anche un po’ di sé. “Non ce la farò più a girare ancora con questo metodo – confida alla platea in ossequioso silenzio del cinema Beltrade di Milano, una delle sale che sta ospitando le proiezioni affollate del film sottotitolato in italiano – perché una volta che si chiude il progetto i protagonisti tornano alle loro vite. E io soffro”.

C’è da soffrire in realtà per il loro destino. Perché se Alessandro e Pietro, 16 anni ciascuno, proteggono la loro diversità di pensiero, il degrado rischia di sommergerli. In una realtà dove le priorità sono capovolte e i riferimenti confusi, alla fine l’unico momento di raccoglimento è il passaggio giornaliero “coi compagni”, alla lapide del coetaneo Davide Bifolco ucciso per errore dalle forze dell’ordine.

La confusione scatenata da questa tragedia è ancora più sconfortante. Chi sono i buoni? È normale che ci si ritrovi con le pistole in mano a girare una scena “alla Gomorra” a quell’età? È normale che Gomorra sia passato da denuncia a genere letterario-cinematografico tanto da inscenare una sparatoria con armi vere? Chi gliele ha fornite, chi salva questi ragazzi da un finale tragico, e non nella finzione della fiction?

No, non è normale, e Selfie ci induce a non girarci dall’altra parte. A non assuefarci alla mistificazione del racconto che “tanto le periferie sono tutte uguali”. Selfie, con la verità e l’ironia amara di due ragazzi forzatamente adulti, mette in pellicola anche le sconfitte di un paese intero. Quando i protagonisti/registi pensano di raccontare “le cose buone” che li circondano, la nazione che li guarda, trasecola sulle poltrone.

La cosa buona, e qualcuno glielo dovrà dire, sono loro: un’amicizia delicata e pura sulle pietre di un’esistenza ruvida. E a Ferrente va riconosciuto il merito di non aver ripulito, ma nemmeno voracemente sporcato come capita altrove, un affresco di verità amara.



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