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Society

Society - 03/04/2020

Quando il rock metteva contro padre e figlio: in un libro la “rottura” in nome di Bruce

Il giornalista Luca Miele ha scritto "Mio Padre Odiava il Rock'N'Roll", racconto che traccia la sua vita seguendo la passione per Springsteen.

Se siete stati adolescenti negli anni 80, o li avete scoperti dopo “studiandoli”, potete capire: da un lato c’erano i new romantic, dall’altro gli incalliti del rock. E se stavi da una sponda, eri certo di non dialogare con gli altri. E sicuramente mai avresti parlato e condiviso la tua passione coi genitori. Troppa era la distanza tra la generazione precedente e quello che stava succedendo nelle orecchie dei teen-ager. Luca Miele, oggi giornalista 47enne alla redazione degli esteri del quotidiano Avvenire, aveva scelto Bruce Springsteen come religione, e da questa folgorazione è derivato tutto il resto.

Miele, di padre napoletano ma cresciuto a Manfredonia, Puglia, guardava i video in tv e scopriva il rock da solo, per la prima volta. Dalla provincia italiana sognava attraverso le canzoni, una condizione simile a tanti suoi coetanei. Solo che Bruce Springsteen a quel ragazzino fece perdere, per il tempo di un video, ogni certezza. La musica cambia la vita tanto che nel libro appena uscito per Arcana, “Mio Padre Odiava il Rock’N’Roll” (foto copertina in immagine di apertura), la musica stessa diventa colonna sonora di un percorso di crescita determinante.

Luca come hai desiso di scrivere un racconto che è anche un saggio di sociologia del rock?

Il libro nasce dalla mia ersperienza personale, dal mio incontro a 15 anni con Bruce Springsteen. In quel momento tutta la mia complicità con mio padre è svanita. Perché per la prima volta ho capito che non piaceva a lui quello che non piaceva a me. Bruce è stata la mia prima infedeletà a mio padre, mentre prima avevamo vissuto in maniera simbiotica.

Cosa vi aveva diviso?

Io scopro la voce roca di ‘Born In The USA’, lui la definiva rumore, non riusciva proprio a comprendere. E soprattutto non abbracciava tutto il genere rock, ero quindi io a essere il ribelle in quella situazione. Quindi, la prima divergenza tra noi è stata musicale. Poi è scaturito tutto il resto.

Poster relativo al libro di Frank Stefanko, fotografo con 40 anni di collaborazione con The Boss, chiamato “BRUCE SPRINGTEEN. FURTHER UP THE ROAD”. Il libro diffuso dalla Wall of Sound Gallery di Guido Harari è disponibile solo nella versione Collector a questo link.

Questo significa che però fino ad allora c’era stata un’alleanza musicale con tuo padre.

La mia primissima formazione musicale è avvenuta attraverso dischi che suonava lui, come Charles Aznavour, Luigi Tenco e Massimo Ranieri. Ho avuto varie fasi di scoperta da solo, come un leggero passaggio veloce nel mondo di Prince. Ma agli occhi dei ragazzi alla ricerca di un’identità sessuale, quello forse era un personaggio troppo ambiguo. Poi ho avuto esplosione di amore per il rock.

Il Boss ti avrà aperto anche un mondo nuovo. Cosa hai scoperto con lui?

Da lì ho ascoltato e approfondito Lou Reed e Bob Dylan, quindi mi sono immerso nel rock americano e questo percorso ha accentuato il distacco dalla casa d’origine, che è una cosa sana e necessaria, ovviamente, a quell’età. Credo che mio padre non l’abbia vissuta bene, non abbia colto.

Sarebbe stato meglio se avesse approvato?

Sentivo il bisogno dell’approvazione, mi sarebbe piaciuto che amasse quel tipo di musica che per me era diventato non solo intrattenimento, ma meccanismo identitario. Ricordo di averlo costretto davanti al televisore ad ascoltare Lou Reed e lui lo boccò inesorabilmente. Pensava che parlasse e non cantasse. Penso che il rapporto padre-figlio sia dinamico, nel conflitto comunque sarebbe sempre bello ci fosse l’accompagnamento. Un adolescente sperimenta la distanza e il conflitto in una fase delicata. Ecco, io spero di essere un accompagnatore per i miei figli quando arriveranno a quella fase.

Cosa voleva dire amare Bruce Springsteen negli anni 80?

Io sono stato sedotto dalla voce e dalla musica ma anche della sua immagine, quando vedevo i video a Videomusic e Dee Jay Television o aspettavamo il passaggio in tv di qualsiasi cosa lo riguardasse. Anche l’acquisto dei dischi non era così immediato come oggi, spesso la merce doveva arrivare da fuori, dovevi ordinare. Riconosco che a quell’epoca l’immagine era inscindibile dalla musica.

Con la scoperta dell’idolo, avviene anche la marcia di avvicinamento. Cosa hai fatto per lui?

Non sono andato al primo, mitico concerto di San Siro del 1985 perché vivevo lontano. Ma ho avuto la bandana che indossava lui, ho sempre desiderato il suo fisico scolpito e non sono mai riuscito ad averlo, ero semplicemente allla ricerca di identità e l’immagine di forza che emanava era quello che faceva per me. Anche i messaggi delle canzoni, non dico che li percepivo totalmente, ma la sua rabbia mi arrivava a quell’età ed era appagante così.

Sembra un’infatuazione di un’altra epoca. Oggi i ragazzi dialogano con i propri idoli. Che differenze trovi nei due scenari?

Oggi è socialmetente accettato seguire un cantante e immergersi in una dimensione di marketing avvolgente. Per un quindicenne che viveva a Manfredonia sognare di andare ai primi concerti significava rassegnarsi ad attese di anni. Adesso è diverso, il tuo idolo te lo guardi sul telefonino prima di andare a letto, hai mille agganci con il mondo dell’artista. Anzi, sembra quasi che siano loro a inseguire noi ascoltatori mentre prima ce li dovevamo accaparrare.

Immagino i gusti dei tuoi figli pre-adolescenti. Ma i tuoi sono rimasti uguali?

Sono fedele a Springsteen, sono gli amori di quell’età che poi ti fanno essere fedele, l’amore per miti che hanno avuto longevità si giustifica con questo. Ma immagino anche grazie al loro spessore musicale e culturale gigantesco, che non li ha fatti tramontare. Io stesso dopo la fase di innamoramento più superficiale, legato all’immagine, ho scoperto la ricchezza dei suoi testi, il suo modo di essere personaggio, la sua vulnerabilità. I personaggi di allora hanno saputo nutrire il loro mito.

Tanta ammirazione, ora per il lavoro che fai sarà stato facile anche incontrare il tuo mito.

Da giornalista lo ammiro ma non ho mai cercato più di tanto di incontrarlo, mi piace anche ricordare così The Boss, una star da lontano. Questo libro segue due saggi, e vuole essere un racconto autobiografico dedicato a qualcuno che è diventato quasi una presenza famigliare.

E soprattutto in tempi più recenti, tuo padre aveva poi cambiato idea?

Beh, quando andò a Sanremo negli anni 90 per il disco “The Ghost of Tom Joad” glielo feci vedere e fu un po’ meno ostile, forse anche perché erano cambiati i tempi e la proposta musicale di Bruce Springsteen si era ammorbidita. Ma non ci furono ripensamenti!

Chi è il Bruce di oggi?

Anzitutto non vedo chi potrebbe sostituire una personalità così forte come quella di Springsteen oggi, non vedo una figura simile di analoga energia. Non ci sono personaggi di quella levatura, ma magari non li conosco. La mia ipotesi è che non ci sono più i miti di una volta come il Boss, che è arrivato al successo dopo due dischi prima di fare ‘Born To Run’, nel 1975. Oggi quale artista avrebbe la stessa possibilità? Sembra che siano anche morte le case discografiche, non danno la possibilità di crescere, ed è molto più difficile per chi ha talento.

E questo già è un segno perché significa che non c’è nessuno che mette d’accordo le generazioni. Ma perché i miti restano sempre quelli dei nostri sedici anni?

Penso che questi amori nascano in un momento in cui ci si schiude alla vita e coincidono con passioni in un contesto fertile per la designazione della propria identità. Inevitabilmente te lo porti dietro. Io il mio idolo l’ho scoperto quando io avevo 15 anni e lui ne aveva 35 e abbiamo fatto un percorso insieme, continuando a scoprirlo. Con ciò voglio dire che avendolo seguito nella sua evoluzione, non l’ho apprezzato quando è finito, ma in tutto il suo percorso espressivo.



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