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Society - 19/01/2021

Quando Nicola Casamassima documentava i “Tacchi Nudi”

La fotografia erotica del reporter bolognese è una capsula temporale: tutto il cinema hard è in crisi in questi anni. E i suoi scatti erotici sono un documento prezioso.

Nicola Casamassima ricorda la sua stagione sui set dei film hard con molta passione. “C’era un rigore massimo e tanta dedizione“, ci racconta oggi il fotoreporter bolognese diventato celebre per alcune mostre chiamate “Tacchi Nudi”, con le stampe di scatti avvenuti sui set. La fotografia di Casamassima affascina perché trasporta in una dimensione artistica dei dettagli comuni. Che sui set del cinema a luci rosse prendono vite a parte: le scarpe, gli accessori, le curve e le ombre sono di immutata bellezza.

Nicola Casamassima in uno dei rarimomenti di relax e interazione sui set del cinema hard che ha frequentato tra il 1999 e i primi anni del Duemila.

Avendo passato i sessanta, Nicola può dire di aver vissuto la stagione entusiasmante di un settore che al momento è in fase di stallo e ripensamento. E lo ha fatto con la consapevolezza dell’uomo maturo, a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, in modo da non perdere la testa. Ma quello di cui probabilmente non era cosciente è che le foto che ha in archivio sono dei documenti temporali unici. Bellezze, modi e mode di un settore che impiegava tante professionalità, che adesso quasi non ci sono più.

Caro Nicola, come hai iniziato a frequentare i set dei film hard?

Avevo realizzato un libro sulle trans uscito nel 1993 dal titolo “MA…DONNE” e il “fidanzato” di Massimina, la trans della copertina e famosa a Bologna quasi quanto Eva Robins, che aveva il celebre nome d’arte Andrea Nobili  mi chiese se fossi interessato a realizzare fotografie sul set di un film porno. “E’ una piccola produzione, non ci sono molti soldi, se ti va….” mi disse. Sono un fotografo e credo che tutti i fotografi siano curiosi e la richiesta mi riempì di curiosità. “Ci sto!” risposi “basta che oltre alle vostre richieste mi diate la possibilità di effettuare scatti per soddisfare la mia curiosità”. E lui: “Puoi fare quello che vuoi” disse. Stiamo parlando del 1995 e fino al 1999 le opportunità di frequentare quei set furono molto sporadiche.

Dove si svolgevano le riprese? 

I primi set si trovavano a casa di Andrea Nobili poi lo stesso nel 1999 mi portò a Praga. In quel periodo abitava in un paesino vicino a Bologna, e anche i carabinieri sapevano che tipo di scene si giravano in quell’appartamento, che poi fu noleggiato come location per una scena del film “Ravanello Pallido” con Luciana Littizzetto. Quindi lo spiegamento di forze della troupe (una trentina di persone) più un paio di camion “cinemobile” per l’elettricità e altro richiamò l’attenzione dei carabinieri che si fecero vedere alle 8 del mattino sul set chiedendo ai produttori quale fosse l’attrice di turno, intendendo l’attrice hard. Alla risposta “Luciana Littizzetto” pensarono di essere presi in giro, ma quando arrivò davvero rimasero di stucco.

Da curioso a riferimento del settore di ‘posati’ sui set hard. Come ti sei sentito?

Col tempo sono diventato un fotografo abbastanza ricercato nel settore, per cui dalle location in zone limitrofe si passò a trasferte europee soprattutto Praga e Budapest per conto di produzioni sia italiane che estere.Mi hanno anche portato a Santo Domingo, Guadalupe, Las vegas, Los Angeles e Parigi. Era un ambiente divertente ma estremamente professionale. Sopratutto le attrici tenevano molto alla loro vita privata.

So che col tempo hai fotografato sia sul set che in posa…

Spesso per entrambe in contemporanea. Si cominciava con le foto in posa, utili per la cover del DVD e locandine e poi si effettuavano prima le foto di scena delle 4, 5 posizioni canoniche, dopo di che si girava la scena. Tutti volevano prima le foto in modo da avere l’attrice ancora sana nel trucco. Sulla scena io mi portavo il mio set di flash classici, con ombrellini e il resto.

Si prestava attenzione al valore del lavoro?

Era fondamentale! Devi sapere che una volta esistevano le fiere e le più importanti erano a Berlino in Europa e Las Vegas negli USA. Il cliente, che era distributore di DVD, prima guardava la brossura con le foto, poi se era interessato voleva guardare il trailer del film, dopo di che comprava l’esclusiva di distribuzione nel proprio paese.

Hai fotografato molte calzature. Cosa si ricercava nelle scarpe? Sia uomo che donna?

La scarpa era un accessorio importante solo per la donna. Certo, pure l’uomo doveva essere elegante se la scena lo richiedeva.

Sei stato a contatto con persone che dovevano cercare questi oggetti o le modelle le portavano da sé?

Spesso le ragazze dell’est, e qui parliamo di 20 anni fa, non avevano scarpe eleganti e quindi era lo stesso regista che si portava dall’Italia la valigia con scarpe e vestiti eleganti se la trama del film lo richiedeva.

Chi dava indicazioni? Il regista?

Sì. Anche se regista e attrice si accordavano prima della scena sulle esigenze di entrambi sia per il modo che per il denaro, a seconda della complessità delle performance. Un giorno arrivò sul set una ragazza ungherese e disse al regista che avrebbe fatto solo una modalità, perché aveva sul set il suo ragazzo. E quindi quello che solitamente veniva pagato di più, puoi immaginare, venne realizzato a un prezzo di cortesia.

Come si sceglievano le ambientazioni?

Una volta c’erano i soldi e i film spesso avevano una trama. Si passava dall’eleganza a film in costume. Mario Salieri era il numero uno. Tutto preciso. Dai costumi alle relative scarpe al trucco alla perfezione nella fotografia. La prima volta che mi ingaggiò fu solo per farmi realizzare le foto per la cover. Aveva preparato perfino un menabò con tanto di disegni per le cover dei sui film. Erano una decina. Era il 2001 e da allora la qualità delle mie foto in posa migliorò molto. Lo ringrazio ancora.

Che angolazioni sceglievi per i tuoi scatti?

Per le pose cercavo un angolo della location che si avvicinasse alla trama anche se col tempo questa cosa è andata svanire. Gli ultimi anni, diciamo dal 2006 al 2012, le produzioni preferivano foto posate con muro bianco come background. Questo per dar modo al grafico di effettuare scontorni e quindi collocare la foto in un contesto loro. Diciamo che questa pratica mi ha un po’ impigrito e credo abbia cancellato la mia professionalità.

C’era dell’ironia mentre si girava?

Sì, c’è sempre stato un buon feeling fra me e gli attori e attrici e registi…spesso siamo diventati amici.

I particolari parlano, anche nel caso del porno: che particolari notavi?

I particolari sono sempre stati la mia forza. Ho sempre dato risalto ai particolari, cosa che nel settore non è mai stata presa in considerazione. Il porno per molti è “carnazza” e basta. Io lo vedevo in modo diverso.

C’è un ricordo che ti è rimasto di più impresso?

Generalizzando posso dire che la cosa che mi colpiva di più era che le ragazze si presentavano sul set con le scarpe di tutti i giorni poi in dieci minuti col tacco 12 sembravano tutt’altro. Questa metamorfosi è stata la cosa che mi ha colpito di più anche perché le tenevano anche a letto, il che è chiaramente una fantasia.

Le tue foto documentano un momento di un’industria che è molto cambiata. Perché c’è stato interesse a metterle in mostra?

Si è trattato di un interesse graduale, in tutto sono state fatte 4 mostre. La prima in un bar/osteria a Bologna e il padrone gli diede il nome “Dietro le Quarte”, riferendosi al numero di reggiseno. La stessa fu ripetuta dopo qualche mese a Cagliari presso una libreria di prestigio “La libreria di Via Sulis”. Poi il boom avvenne in uno spazio culturale a Bologna e prese il nome di “Tacchi Nudi”. Ci fu un riscontro positivo di critichee tam tam sui quotidiani locali e anche nazionali. L’ultima che ho allestito è stata in un circolo fotografico a Foggia, il Foto Cine Club Foggia, che è stata quella a cui tengo di più. Le foto furono stampate tutte in bianco e nero ad altissima qualità. E poi il pubblico, numerosissimo, accorse, attento ed esperto. Il titolo rimase “Tacchi Nudi”. Credo che sia sintetico di quello che è stato questo momento professionale che mi è capitato di vivere intensamente.

Tutte le foto del servizio copyright Nicola Casamassima concesse per l’articolo a The Way Magazine. Il suo Instagram qui.



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