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Targets

Targets - 08/03/2020
ISKA CHAMPIONSHIP

Antonio Parlati: “Per un campione di Kickboxing serve modestia e disciplina”

Sempre più spesso, di recente, vi parliamo di successi atletici italiani. Perché è un momento di grande euforia per il nostro sport a tutti i livelli. Antonio Parlati, 29 anni, di Nocera Inferiore in provincia di Salerno, da qualche mese è alla ribalta mondiale per aver vinto l’oro nel K1 Open World Amateur Championship. Il primo posto ai mondiali ISKA, l’organismo internazionale che regola le competizioni di karate agonistico e kickboxing, lo ha ottenuto in un combattimento contro un collega moldavo. Ma tutta  la competizione svoltasi a Milano a fine 2019, aveva raccolto in Italia atleti da 26 paesi diversi.

Abbiamo vinto – ci racconta – e dico abbiamo perchè da solo senza il mio maestro Italo Mosca, senza il mio preparatore Alain e senza i miei amici che hanno sempre creduto in me non ce l’avrei mai fatta. Ringrazio tutti per il supporto”.

Come sei partito con lo sport, Antonio?

A sedici anni ho iniziato seriamente, in precedenza avevo fatto calcio e nuoto. Oggi, con 1.96 di altezza e un peso fino agli 85 kg sono professionista nella mia categoria.

Quando cambiano i giochi? Quando si può decidere che lo sport agonistico diventa vita?

Sono professionistica dal 2014, quindi potrei raccontarti tutto della vita prima e dopo, posso confermarti che faccio davvero quello che amo. L’incidenza la vedi soprattutto un paio di mesi prima delle gare. L’alimentazione rigida, uno stile di vita attento, gli allenamenti sempre più intensi.

Cosa ricordi dei combattimenti?

Quando arriva il momento devi darti con dedizione e piacere. Ti passa lo stress mentale, metti da parte l’emotività. E io personalmente mi ripeto sempre che non è una performance. Mi muove l’ambizione e la voglia di arrivare.

Come vivi il tuo mondo, il tuo ambiente?

Mi alleno nella mia palestra di Nocera, cerco di essere responsabile con le persone che mi stanno vicino. Le gare al sud Italia sono poche, in molti mi vorrebbero venire a vedere. Mi dedico anche agli altri, insegno agli atleti che vogliono seguirmi. Ci sono dei ragazzi che si sono distinti nella nostra zona.

Come si fa ad arrivare ai tuoi ragguardevoli traguardi?

Per accedere a competizioni internazionali, devi vincere almeno un campoionato nazionale. E io mi sono fatto strada dal 2015, vincendo ogni anno. Per il duello la cosa principale è saper riconoscere un avversario.

A cosa pensi?

Penso sempre a batterlo, tutto avviene mentalmente. Ovviamente calcolo il peso, il face to face iniziale già dice molto. Credo ci voglia fermezza, ogni match ti insegna qualcosa. Quando salgo sul ring sei in una situazione in cui non puoi fuggire e questo sport è fatto di concentrazione massima in 3 fasi da 3 minuti.

E poi dopo?

Diciamo che affronti la quotidianità più tranquillo, perché pensi di aver superato begli ostacoli. Io scarico tensione appena finisce tutto, sono sempre felice, festeggio con gli amici e mangio quello di cui mi sono privato per tanto tempo.

La rinuncia maggiore?

La cosa più pesante è il cibo , devo mantenere il peso per rientrare nella categoria. La pasta è la mia rinuncia. Però faccio stage e corsi, questo mi ripaga. L’attenzione che trasmetto agli altri che vogliono seguirmi mi ripaga.

Sei stato molto anche all’estero. Come sei stato accolto?

Anzitutto si vede la differenza. Mi sono allenato in palestre in Olanda o in Usa, si vede che è un’altra realtà. Quando nomini le federazioni dove sei iscritto comunque ti conoscono ed è quella una bella presentazione.

Quali sono le palestre che più ricordi?

La palestra UFC a San Diego, una di pugilato in Messico, Mike Gym ad Amsterdam. Sono stato anche in strutture molto belle in Grecia e a Norimberga, Germania.

Si hanno belle opportunità anche in Italia?

In Italia ho imparato sempre qualcosa man mano che andavo avanti. I corsi con Gevorg “Giorgio” Petrosyan, il thaiboxer e kickboxer armeno naturalizzato italiano a Buccinasco sono stati memorabili. In generale credo che al nord Italia i preparatori ti formino già al professionismo e a uno stile di vita che può reggere, anche con l’aiuto di sponsor. Noi ragazzi del sud, invece, per gareggiare dobbiamo comunque sempre avere un lavoro a parte.

Vorresti cambiare?

Non me ne vado, ho un senso di responsabilità col mio team, seguo 30 persone, sono contento di quello che stiamo costruendo, lavoro anche in una scuola. Ovvio, ci ho pensato, avrei dovuto farlo prima ma volevo essere sicuro di una destinazione interessante.

Se dovessi sfatare un mito sulla kickboxing?

La gente mi ferma e non crede che sia uno sport povero. Leggono dei successi e pensano che portino anche tanti soldi. Detto questo, non mi interessa la parte economica, lo faccio per realizzarmi.

Le tue ambizioni, di vita, non solo professionali?

Voglio sempre mettermi a disposizione per far nascere nuovi talenti in questo sport. E voglio continuare a viaggiare, pure da solo, come faccio a volte. Ogni mese devo fare un viaggio, mi sento bloccato se resto a casa. Mi piace scoprire la vita degli altri, le tradizioni e la cultura. Mi piace esplorare il cibo, anche quando non si parla la stessa lingua. Poi, si sa, l’inglese si parla ovunque ma è il viaggiatore iitaliano che si fa capire ovunque.

Hai dei miti nel tuo campo?

Il mio idolo è Mike Tyson, che è davvero il Maradona del ring. Un pazzo, dire, così come si criticava il calciatore argentino per il suo stile di vita. Tyson già a 22 anni aveva questa nomea dello sportivo più cattivo del mondo, la gente nell’ambiente si lamentava…

Ma tu sembri così tranquillo!

Ti dico un segreto: sono calmo nella vita, perché non devi dimostrare niente nel quotidiano se vinci sul ring. I buffoni, i leoni da palestra ti scivolano addosso. Se c’è un insegnamento che questo sport mi ha dato è la modestia. E sicuramente la disciplina.



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