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Targets

Targets - 01/06/2020
LUCA D'AURIZIO

Una poesia contro i negazionisti: “Sono un infermiere”

Luca D’Aurizio lavora nel formale e algido mondo dell’alta moda milanese. Ma i suoi scritti, i suoi pensieri e le sue realizzazioni di clip di reading online sono un colpo all’anima. Oggi che la disinvoltura con cui si affronta la socialità sembra aver soppiantato all’improvviso l’angoscia dei momenti bui della pandemia (solo un mese fa, ricordiamolo), la sua sentita poesia in video “Sono un infermiere” funge da monito per un popolo che vuole dimenticare in fretta. Il dramma non è solo di chi non c’è più, c’è da sottolineare. I segni di questa pandemia, che alcuni incredibilmente vorrebbero anche negare, sono ancora sui volti degli operatori sanitari che hanno tentato, come si poteva, di salvare vite umane. “Premetto che l’argomento mi tocca da vicino come sensibilità – dice Luca che ha pubblicato lo scritto sulla sua pagina originariamente per la giornata degli infermieri il 12 maggio scorso – ma anche perché ho in famiglia operatori sanitari che sono chiamati ogni giorno a questa mansione”.

Eppure oggi, nonostante la poesia in video abbia raggiunto migliaia di views e commosso tanti italiani, sembra di essere tornati alla normalità anche nelle emozioni. E pare che la voglia di dimenticare spesso porti via anche la partecipazione emotiva alla vita e ai rischi che i nostri concittadini in prima linea hanno sperimentato solo qualche settimana fa. “Vero – ci racconta Luca – penso che ci si stia dimenticando dell’esperienza. La poesia è partita da un amico con cui ho fatto le superiori, che dal Molise mi raccontava di cosa stava succedendo negli ospedali. L’ho scritta sulla base di uno scritto di un’infermiera di Termoli e l’ho riscritta con il pathos necessario.  Ho parlato con la Federazione nazionale degli infermieri e ho voluto dar loro voce, montando il filmato con le immagini passate da un infermiere e persone che lavorano con lui a Termoli”

Noi di The Way Magazine vi esortiamo a mandare questo articolo a tutti quelli che vi contattano per invogliarvi a dimenticare quello che è stato. Lo reputiamo un atto civico, un dovere morale. Luca D’Aurizio ha messo l’anima e un crudo realismo, un combattuto senso di responsabilità e dolore, in queste righe che riportiamo dopo l’inserto fotografico di questo articolo. “Scrivo poesie in video che per me sono esorcismi, perché esorcizzano i miei mali, quelli del mondo.. Emergono le paure, come in questa sugli infermieri che continuano a essere identificati come ruoli sociali, magari eroi, ma mai persone con un peso enorme, per rischi e responsabilità assunti. In quelle condizioni, non ci si può permettere di avere le mani tremolanti o essere stanchi”.

Luca è abbastanza moderato quando si tratta di rispondere a chi oggi dimentica quello che è stato in nome di un bisogno di libertà:Di due cose sono sicuro. Sono sicuro che il virus esista, inutile dire il contrario, e credo fermamente che l’essere umano sia egoista. Dobbiamo considerare che il comportamento dei singoli sia influente sulle sorti di tutti. Prendiamo questa occasione per parlare del bene comune”.

SONO UN INFERMIERE – di Luca D’Aurizio (video qui grazie a Wendell Donato Breder per la notizia)

“Cara madre,
Ho paura.
Ci sono notti, come questa,
In cui la Luna non rivolge il suo sorriso
A nessuno.
E mi lascia solo.
Solo con i miei pensieri,
Le mie ansie
E la mia angoscia più grande:
Sarò abbastanza forte da salvarne altri, domani?
Avrò tutto il coraggio di cui necessito,
Per incrociare i loro sguardi
ed infiammare i Loro cuori
con la speranza e la fede in me?
Un nessuno.Come posso io, umile uomo,
Dir loro chi vivrà e chi
Non riuscirà a passare la notte?
Oh cara Madre, come riescono gli scultori
A render vive cose inanimate,
Mentre io, a volte, sono costretto
A veder la vita sfiorire.

Ho paura di deluderli.
Ho paura che i loro occhi giudicanti
Mi uccidano e mi seppelliscano
Sotto valanghe di accuse.
Accuse perché non cel’ho fatta.
Eppure ho provato.
Ho retto loro la mano fino alla fine.
Ho sussurrato parole di conforto alle loro anime.
Ho pianto quando hanno chiuso gli occhi per l’ultima volta.

Ma come lo spiego a tutti loro?
Come spiego che ogni vita persa
È una parte di me che va in frantumi?
Continuano a darmi dell’incapace
E a ricordarmi unicamente per ogni anima perduta.
Non ricordano mai tutte le vite che
Sono riuscito a trattenere qui
Mentre cerco di salvarle
Ed urlo i loro nomi.
Ma a volte, la mia voce, diventa fioca alla loro orecchie
E non riuscendo a sentirmi
Vanno via.
allora io… mi sento impotente.
A volte non posso nulla,
sono solo un uomo Che sta qui a confidarti tutte le sue paure,
Nel silenzio di questo inchiostro”Eppure, mia cara Madre, questa è l’ultima lettera che ti scrivo
Perché stanotte, l’unica luce che mi porta conforto,
Quella della mia lanterna,
Contiene il fuoco
che brucerà questi ultimi versi Che volevo spedirti
Infusi di ogni mera debolezza umana
Che non posso permettermi di avere
E che mi spronano ad alzarmi
Ogni giorno
Più forte del precedente
Per assistere
e non lasciare all’abbandono nessuno

Allontanando tutti i miei timori
Per un bene superiore.
Amata Madre,
Stanotte mi concedo di aver paura,
Ma domani scenderò di nuovo in campo
Perché altri, lì fuori, hanno bisogno di me.
Perché io
SONO UN INFERMIERE.

 



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