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Travel - 16/02/2021

Kalavrìa: suggestioni in film di un lembo di terra italica nel mezzo del Mediterraneo

La lingua dimenticata, la gente custode di antiche sapienze e tradizioni. Una regione scrigno di tesori al centro del Mediterraneo. Che aspetta di essere riconosciuta.

Due giovani calabresi, di Sant’Eufemia d’Aspromonte, hanno investito sapienza, energia e competenza per mettersi al servizio della propria terra. Davide Carbone e Freedom Pentimalli, hanno girato due docu-film molto apprezzati sulla Calabria che mettono in luce i legami antichi tra la regione italiana e la Grecia. Il primo, proiettato anche all’estero, “Kalavrìa – La terra dei greci di Calabria“, è un viaggio appassionato tra le terre che richiamano anche nella morfologia alcuni pezzi dell’Ellade. Ma soprattutto è un viaggio di straordinario valore antropologico. Il secondo, “Ettù Parànu – Dove suonano ancora le vallate” è misterioso e avvincente quando si addentra nella scoperta di riti e musiche antiche con strumenti e abitudini che sussistono solo in alcune zone, spesso dimenticate, dell’Italia.

Siamo nel 2021, bene ricordarlo, ed è straordinario che un trentenne come Davide Carbone, che di mestiere fa il cameraman in Lombardia, abbia investito tanto in questi due progetti, curandone regia, montaggio e coinvolgendo in parte anche l’associazione di cui è presidente, Mediterranea Magna Grecia nell’operazione. Prima del Covid, 160 iscritti in Monza e vicinanze, animavano incontri e iniziative. Ora che la situazione è sospesa, questi due film sono un bell’esempio di cosa si può fare per esaltare le proprie radici. E in qualche modo proteggerle.

Davide Carbone ricorda le riprese di “Kalavrìa” così: “Per raccontare l’Area Grecanica abbiamo deciso di attraversarla tutta in lungo e in largo, partendo dalla sua modernità sulla costa fino alle cime della sua tradizione montana, respirando l’atmosfera suggestiva della vallata della fiumara Amendolea, arteria ancora pulsante di grecità: dalle vie di Roghudi Vecchio, con le storie di cui furono teatro, alle perle architettoniche di Bova Superiore”.

Come vi diete dedicati a questi argomenti, Davide? Cosa vi ha spinto?

Abbiamo anzitutto scritto un percorso, io e Freedom, entrambi 31enni, dopo essere venuti a conoscenza di questa cultura che eredita da insediamenti greci usanze e lingua. Ci sono poche persone attualmente che sono punti di riferimento della zona ellenofona calabrese, l’area grecanica come viene chiamata, che comprende 16 comuni tra cui Gallicianò e anche Reggio Calabria. Sono successi anche cataclismi che hanno ostacolato il tramandare della cultura, come quello dell’alluvione tra il 1971 e 1973 a Roghudi Vecchio, abitata sin dal 1050 e facente parte di un’area grecanica, che fu dichiarata totalmente inagibile.

Cosa successe?

Dopo l’alluvione l’insediamento abitativo è stato abbandonato e le persone si dispersero sulle coste quindi oggi non resta granché di quella comunità. Stimiamo che in tutto, di parlanti effettivi anziani del greco calabro ci siano un centinaio di persone. Anche se devo dire che il numero dei giovani interessati al recupero è aumentato con corsi ad hoc e anche nela grecia salentina c’è un risveglio.

Quali sono le aree del greco in Italia?

Ovviamente sono eredità della Magna Grecia, delle fondazioni delle colonie che hanno importato culture che sono rimaste incastrate in questi villaggi remoti del Sud Italia. In Salento ci sono dei dialetti molto simili al nostro e soprattutto si capisce che hanno similitudini più col greco antico che con quello moderno. La zona più densa è sulla punta della Calabria e lì è ancora vivo il greco di Calabria.

Come è nato il progetto “Kalavria”?

Ci siamo messi d’impegno e con tre anni di studi e riprese, soprattutto estive, abbiamo creato un film totalmente indipendente senza finanziamenti. Freedom è stato in Grecia per approfondire degli aspetti, io tornavo a casa dal Nord solo d’estate. L’iniziativa ha avuto eco anche all’estero, con proiezioni in Polonia all’università di Varsavia.

Cosa avete scoperto che non sapevate?

Sono nato in Italia ma mi sento greco“, dice un anziano nelle nostre riprese di un documentario futuro. Questo senso di appartenenza è ignoto ai più e mi dispiace dover constatare che le persone vicine a queste minoranze nemmeno sanno bene di cosa si tratta. Voglio andare avanti in questa opera di scoperta, avere più mezzi e sostegno per arrivare a girare un film vero in quei luoghi.

Dopo “Kalavrìa” ti sei poi dedicato a un’indagine sulla musica di quei territori.

Siamo riusciti ad attingere a un bando per avere mezzi per le riprese migliori e siamo partiti da una domanda ancestrale: cos’è un suono e quando diventa musica? E quando un canto si fa tradizione? Ettù parànu è un verso di una canzone “dal monte, lassù” e indaga le vallate in cerca della tradizione musicale greca di Calabria. Per farlo abbiamo chiesto di viaggiare con noi a Pantaleone Danilo Brancati, un giovane che a dispetto di altri bambini, ha sempre parlato con gli anziani.

Quindi è un locale che diventa ambasciatore della sua terra in video?

Esatto, tra l’altro lui è diventato ora punto di riferimento della comunità locale, perché devi essere dentro la cultura per saperla raccontare al meglio e lui è un musicista dell’area ellenofona, e può guidare il racconto tra ricordi personali e dialoghi. Il suo essere parte integrante di quel mondo ha schiuso le porte a tutti noi sull’essenza del “krùma”, concetto che racchiude in sé tanto la performance musicale, quanto la convivialità, tanto il legame col passato, quanto estasi artistica.

Cosa hai portato nel cuore, dopo le riprese?

È una realtà che ti apre gli occhi su tante cose, ti rendi conto che la Calabria è piena di ricchezza ignota dagli stessi calabresi. Riscoprire le radici fa sempre bene, ma creco che sia l’incontro con le persone del luogo a riempirti il cuore, in questi paesi che sono ancora come cinquant’anni fa. Poco raggiungibili e isolati, proprio per questo la cultura e la lingua si sono preservate. Credo sia un bene che siano stati al riparo dal turismo di massa ma ora ci sono delle associazioni che lavorano per l’emersione di questi tesori. Bisogna scoprirli perché altrimenti restano fini a se stessi.

Graphic Designer – Francesca Caruso

Nella foto d’apertura da sinistra: Freedom Pentimalli, Pantaleone Danilo Brancati, Davide Carbone, Claudio Paturzo.



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