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Affari di famiglia, il business in Italia cresce

Ritorno al futuro per il capitalismo familiare, che oggi conta +8% rispetto a dieci anni fa. Ma i capi delle imprese sono in media più vecchi.

Il capitalismo italiano è fondato sempre più sulle aziende di famiglia. E i numeri danno ragioen a questa fotografia che a volte ci sembra anche un po’ da cliché, ma che in realtà continua a essere lo specchio del business tricolore.

Le aziende familiari censite dall’Osservatorio Aub della cattefrea Aidaf EY di Strategie delle ziende familiari dell’Università Bocconi, mostrano un balzo rispetto ai numeri di 10 anni fa.

L’importanza del capitalismo familiare nell’economia italiana cresce con il tempo per numero di aziende con fatturato superiore ai 50 milioni di euro, occupazione e incidenza sul fatturato totale, mentre i risultati delle aziende familiari sono tornati ai livelli ante-crisi. Lo evidenzia la decima edizione dell’Osservatorio AUB (AIDAF-UniCredit-Università Bocconi), tutta dedicata al confronto tra la fotografia del capitalismo familiare scattata dieci anni fa e quella odierna. «Una riflessione supplementare la meritano, però, la sorprendente dinamicità delle aziende familiari, con metà della popolazione che è cambiata nell’ultimo decennio e il progressivo invecchiamento dei leader», dice Guido Corbetta, titolare della Cattedra AIDAF–EY di strategia delle aziende familiar in memoria di Alberto Falck e curatore del rapporto insieme a Fabio Quarato e Alessandro Minichilli.

 

Le aziende familiari con fatturato superiore ai 50 milioni di euro erano 4.251 dieci anni fa e 4.597 (+8,1%) oggi, impiegavano 1.471.674 persone allora e ne occupano 1.885.771 ora e la loro incidenza sul fatturato totale delle imprese delle loro dimensioni è passata dal 32,5% al 37,5%, secondo i dati forniti da Camera di Commercio Milano Monza Brianza Lodi ed elaborati dall’Osservatorio, che analizza i bilanci di tutte le aziende familiari italiane e non di un semplice campione.

 

Se il tasso di crescita dei ricavi, in dieci anni, è diminuito (dal 9,3% al 6,5%), rimane comunque superiore a quello delle aziende non familiari (sceso dal 7,9% al 5,5% nello stesso periodo). È stata inoltre recuperata la redditività pre-crisi e la solidità delle aziende familiari è addirittura aumentata. Il ROI è passato dal 9,5% al 9,6% e il ROE dal 9,6% al 13,6%, mentre il rapporto tra posizione finanziaria netta ed Ebitda è sceso da 5,5 a 5 e il rapporto di indebitamento da 6,5 a 5.

 

Delle 4.597 aziende censite quest’anno, solo 2.445 (il 53%) erano parte della stessa classe dimensionale dieci anni fa. Delle 1.806 non più presenti, 742 (il 17,4% della popolazione di dieci anni fa) sono entrate in procedure liquidatorie o concorsuali, 631 (il 14,8%) sono state oggetto di fusioni o acquisizioni, 254 (il 6%) sono scese sotto la soglia dimensionale dei 50 milioni di euro, mentre le altre hanno cambiato proprietà. I settori che hanno visto una maggiore crescita delle aziende familiari sono alimentari e bevande; meccanica; chimico-farmaceutica. Le province che hanno assistito a una più forte crescita del numero di aziende familiari sono Monza-Brianza (+62), Milano (+39), Vicenza (+32), Treviso e Napoli (+22 per entrambe). Il declino maggiore è quello sofferto da Modena (-21), Torino (-19), Padova (-12), Trento (-9), Verbano-Cusio-Ossola, Prato e Alessandria (-8 per ciascuna delle tre province).

Si assiste, infine, a un progressivo invecchiamento dei leader delle aziende familiari. Nei dieci anni considerati i leader con meno di 50 anni di età si sono ridotti dal 26,9% al 20,7%, mentre quelli al di sopra dei 70 anni sono aumentati dal 17% al 25,5%.

 

«Si vede dal rapporto», dice Jean Pierre Mustier, amministratore delegato di UniCredit, «un’espansione sia a livello territoriale che industriale: in particolare lo sviluppo di nuovi hub urbani e l’individuazione di nuovi settori in cui investire. L’85% delle piccole e medie imprese italiane sono familiari. In Europa, rappresentano la spina dorsale dell’economia europea, il 60% del valore aggiunto e il 70% dell’occupazione. Si adattano più facilmente ai cambiamenti del mercato. Hanno maggiore creatività e flessibilità».

 

«Le imprese familiari», dichiara Carlo Edoardo Valli, vice presidente della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, «sono alla base del nostro sistema economico, esempio vivo del modo di fare impresa italiano e milanese nel mondo. Imprese che hanno resistito alla crisi e che soprattutto sul nostro territorio costituiscono un esempio di capacità di innovazione ed apertura internazionale ma che si trovano ora ad affrontare la difficile sfida del ricambio generazionale. La Camera di commercio con l’Università Bocconi collabora a questa ricerca per monitorare un fenomeno caratteristico del nostro territorio».

 

«L’Osservatorio Aub ci aiuta a capire l’importanza di una governance rigorosa affinché le imprese familiari possano proiettarsi con successo nel futuro, per realizzare una chiara visione che valorizzi qualità e innovazione, basandosi su valori saldi e condivisi», afferma Elena Zambon, presidente AIDAF.

 

«La Borsa può giocare un ruolo importante nell’accompagnare le aziende familiari nei passaggi generazionali, nell’attrarre talenti manageriali ed accelerare la crescita», dice Barbara Lunghi, head of primary markets Italy di Borsa Italiana. «Le aziende familiari continuano a rappresentare 2/3 del listino principale, coniugando la presenza di azionisti familiari e investitori domestici e internazionali».

 

L’Osservatorio AUB è realizzato in collaborazione con UniCredit, EY, Fondazione Angelini, Borsa Italiana e Camera di Commercio Milano Monza Brianza Lodi.



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