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Andrea Ferrari: “La voce come rivoluzione punk della comunicazione”

Il giornalista e autore è creatore di un podcast sulla cultura pop dal titolo "Pop Side". Obiettivo: monitorare i fenomeni del passato e del presente, prevedere i futuri.

Si torna a parlare della voce come mezzo per comunicare contenuti e sentimenti. Concetti che sembravano spariti dal marketing digitale, ormai perso in un vortice di foto e video. Andrea Ferrari, di professione comunicatore e giornalista, ha deciso di creare il suo personale podcast. Favorito dal vento che soffia nella direzione giusta in questo momento, Pop Side vorrebbe porsi a metà strada tra intrattenimento e divulgazione. The Way Magazine, è stato il primo ospite a cimentarsi in digressioni su cultura pop e dintorni. Poi si sono succeduti (finora) esperti di calcio e del Festival di Sanremo.

Che tipo di momento stiamo vivendo nella comunicazione, Andrea?

La voce è il minimo comune denominatore di alcuni trend degli ultimi anni, basti pensare all’hype attorno a un social network come Clubhouse, a prodotti tecnologici come Alexa e al boom dei podcast. L’audio funziona perché si adatta bene a questi tempi caratterizzati dal multi-tasking mentre il video monopolizza l’attenzione. Oltre a ciò, io vedo anche un nesso con la situazione che stiamo vivendo: nella pandemia le relazioni umane hanno avuto uno stop forzato, ma ciò non ha cancellato, anzi ha rafforzato la voglia di comunicare e conoscere le persone, oltre a quella di esprimersi che poi è stata la spinta per creare Pop Side.

Qual è l’idea dietro al tuo podcast?

Il format si basa soprattutto sulle interviste. Quando ho provato a fare un elenco delle persone che mi sarebbe piaciuto intervistare mi sono reso conto di due cose: la prima è che non erano poche e quindi potevo mettere in piedi qualcosa di non estemporaneo e la seconda è che avevo modo di contattarle e convincerle a fare una chiacchierata di una ventina di minuti.

Perché il titolo Pop Side?

Il termine pop è quello che abbraccia meglio la varietà dei temi che vorrei trattare: la musica, l’arte e lo sport, ad esempio, fanno parte della cultura popolare. È ciò che tocca la vita delle persone più da vicino, siamo tutti legati, volenti o nolenti, a dei fenomeni culturali, siano canzoni, libri o luoghi. Poi il termine pop è universale, immediato e suona bene. Ciò detto, mi piacerebbe fare anche dei podcast più verticali su altri argomenti.

Come hai affrontato questa sfida dal punto di vista tecnico?

I podcast hanno un approccio punk perché tecnicamente sono alla portata di tutti, basta davvero poco: una buona connessione internet e dei programmi gratuiti con cui già si fanno le call di lavoro. Inoltre, conta più il contenuto della qualità audio, anche se paradossalmente l’intervista in un podcast “amatoriale” ha una qualità audio migliore di certe interviste telefoniche fatte nei programmi radiofonici. Questa modalità DIY democratizza l’accesso a questo modo di comunicare, ma poi è chiaro che la differenza la fa il contenuto, come in ogni ambito. Per l’ascoltatore, il podcast ha anche il vantaggio rispetto alla radio che non ha vincoli d’orario, di pubblicità, di input editoriali dall’alto. Insomma, è più libero. Almeno si spera.

Il podcast e il suo successo sono figli di questi tempi, secondo te?

Sì, ormai vale il concetto che non ci sono quasi più barriere all’ingresso, sia per chi produce che per chi consuma. Il mondo della musica in questo senso è paradigmatico: il ragazzino che crea facilmente musica nella propria cameretta può anche ascoltare tutte le canzoni che vuole in modo gratuito. Per quelli, come me, che sono cresciuti nell’epoca pre-internet dove vigeva il concetto di scarsità, è una rivoluzione. Da un lato è entusiasmante dall’altro rischia di svilirne il valore. Quando ero teenager, se volevi fruire della musica o dell’informazione a essa legata, o la compravi o la copiavi dalle cassette degli amici. E poi i podcast sono figli di questi tempi anche per l’iperspecializzazione dove ogni nicchia ha il suo pubblico. Se io facessi un podcast che parla solo di serial killer o di ricette avrei un pubblico più facilmente raggiungibile di un podcast più generalista come Pop Side.

Le varie generazioni quindi hanno mentalità diverse quando usufruiscono di qualcosa?

L’epoca della scarsità, giocoforza, resta in testa a chi l’ha vissuta. Il rito di andare ad acquistare un disco, dedicarci del tempo per ascoltarlo dall’inizio alla fine, dà valore all’esperienza e all’opera artistica. Mentre la disponibilità illimitata rischia d’indurre un consumo compulsivo, è come avere davanti decine di piatti appetitosi: inizi ad assaggiarli un po’ tutti senza concentrarti davvero su nulla. Una tendenza che riguarda anche lo sport, di recente è uscita una ricerca da cui emerge che ai giovani interessano più gli highlight che l’evento sportivo nella sua interezza. Quindi è fondamentale saper raccontare con intelligenza e passione la marea di contenuti che un ragazzino ha a disposizione oggi. Un programma come “33 giri Italian masters” su Sky Arte che spiega la genesi di alcuni dischi epocali, andrebbe fatto vedere in prima serata dalla Rai. Sarebbe un vero servizio pubblico.

Chi ti piacerebbe intervistare in Pop Side?

Carlo Verdone e, se potessi, riporterei in vita Labranca e Pinketts, due grandi intellettuali scomparsi troppo presto. Loro due il pop l’hanno davvero onorato e avrebbero saputo dire cose originali e intelligenti su qualsiasi tema. Li ricordo con grande nostalgia. Labranca, tra l’altro, ebbi modo di conoscerlo e vado fiero di averlo fatto lavorare per alcuni progetti in anni in cui era stato dimenticato dall’establishment del mondo culturale. Permettimi di dire che è vergognoso che il Comune di Milano non abbia onorato degnamente due scrittori che questa città l’hanno saputa amare e raccontare come pochi altri.

Affronti anche molti temi legati all’industria musicale nei tuoi podcast. Ti sei fatto un’idea di come è cambiata?

Dal punto di vista economico i dischi hanno perso importanza mentre i concerti ne hanno acquisita. Questa cosa per me è paradossale, i concerti oggi sono una sofferenza, tra gente che sta tutto il tempo a far video e foto con lo smartphone (alcuni addirittura col tablet) e quelli che fanno salotto chiacchierando come se niente fosse. Rimpiango l’emozione dei miei primi concerti negli anni ’90 e l’ingenuità nell’appassionarsi al Britpop con la sfida tra Blur e Oasis, i miei primi due concerti in assoluto, entrambi al vecchio Palalido di Milano. C’era la combo micidiale tra musica e moda senza sapere che era soprattutto una rimasticatura di quello che era stato fatto a fine anni ’80 nella scena di Manchester e negli anni ’60 quando ci fu la cosiddetta British Invasion.

Che futuro ci aspetta nella comunicazione?

Le previsioni sono fatte per essere smentite, per anni si è detto che la tecnologia avrebbe ucciso la radio, invece è viva e vegeta mentre è la tv generalista a essere in crisi, meritatamente, vista la qualità infima di molti programmi. Un tema chiave riguarda i Big Tech come Google, Facebook e Amazon, la grande domanda è: la loro posizione dominante verrà scalfita o no da norme antitrust? Un’altra cosa interessante riguarda la piega che prenderà la deriva del politically correct e della cancel culture, qui c’è la “linea del Piave” della libertà d’espressione.

Pop Side è su Spreaker: www.spreaker.com/show/pop-side



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