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Da “safetyism” a “diversity”, le parole del 2020

Pen America ha dato delle indicazioni su dove si orienta il dibattito pubblico. I social media hanno fatto il resto. E spesso, il peggio. Ecco cosa conosciamo delle tendenze del pensiero globale.

Le parole del 2020 sono tutte legate all’emergenza sanitaria che stiamo vivendo e ai timori e la messa in “sicurezza” che stiamo tutti affrontando. Una per tutti: safetyism, la ricerca della sicurezza. C’è un ente in America, PEN America, fondato nel 1922 no profit che lavora per difendere e celebrare la libera espressione negli Stati Uniti e nel mondo attraverso il progresso della letteratura e dei diritti umani.

Da questa organizzazione arriva il volume “Dare To Speak: Defending free speech for all” della sua CEO Suzanne Nossel che sta scatenando il dibattito internazionale (ed è un bene) sulle nuove tendenze di public speaking e pensiero dilagante in tutto il mondo.

L’Italia non è indietro su questo fronte. Organizzato da Emilia Romagna Teatro Fondazione, Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna e Cantieri Meticci, il ciclo di qualche settimana fa Performing Resistance. Dialogues on Arts, Migrations, Inclusive Cities ha avuto molto seguito. Gli incontri viruali hanno raccontato l’attuale tendenza a esplorare il confine tra arte e attivismo, tutte le alternativa al sapere codificato, le forme di cittadinanza “affettiva” e di riconfigurazione attuale dell’arte pubblica.

DIVERSITY – Soprattutto in linguaggio aziendale, si tratta della cultura delle pari opportunità, in cui le nostre persone siano incoraggiate a essere sé stesse e a esprimersi al meglio. In Italia si è fatto strada da qualche anno anche il ranking di aziende che adottano diversity, visto che si ritiene che un’azienda inclusiva attragga e coltivi talenti. Il Diversity Brand Summit (#DBS2020), è l’evento ideato da Francesca Vecchioni, presidente dell’associazione no profit Diversity, che premia imprese e brand più virtuosi in questo campo che hanno dalla loro anche una favorevole ripercussione. Hanno infatti il 90% di advocates, ovvero di acquirenti che li consigliano”.

La comunità italiana GLBT è andata in visibilio quando Ikea ha lanciato il condivisibile progetto #fateloacasavostra, sostenendo chi dopo il coming out deve trovarsi casa perché allontanato dalla famiglia.

HATEFUL SPEECH – Con il Covid che dilagava anche tra le fake news dei social media, l’incitamento all’odio, strano da darsi, è aumentato e con esso il senso di contrapposizione in vari punti del mondo. Tanto che anche Twitter è intervenuto con regole più severe (taglio ai link diretti a posizioni di odio) e sono stati pubblicati vari libri.

C’è per fortuna anche una presa di posizione di aziende che si rifiutano di far pubblicità su Facebook se non si trovassero in ambiente “ripulito” dall’odio. #StopHateForProfit è la campagna che hanno abbracciato Starbucks e Unilever, tra gli altri, almeno in America: stop al loro investimento pubblicitario in piattaforme online che contengono “spargimento di odio”.

CANCEL CULTURE – Niente di più 2020 di questo termine. Complice anche la maggior propensione mondiale a stare sui social media, l’online shaming è emerso prepotentemente in questi mesi nel mondo Occidentale. La cancel culture non perdona: bersaglia tutti quelli che si sono opposti, con idee o azioni, a un particolare obiettivo, anche nel lontano passato. Chi la subisce, è umiliato pubblicamente online. Chi la attua, la usa idealmente (o ideologicamente) per fini che ritiene giusti. La situazione è diventata talmente opprimente in America che 150 personalità culturali che promuovono libertà di parola hanno pubblicato su Harper’s Magazine una lettera che si oppone alla furia “cassatrice”. E rivendica anche il diritto a sbagliare e a sperimentare con la propria arte.

SAFETYISM – Il diritto di sentirsi emozionalmente e psicologicamente al sicuro. La sicurezza, anche nelle idee, è sopravvalutata? In un anno come il 2020 pieno di incertezza, la pericolosità dell’arretramento culturale è un concreto problema da maneggiare con cura. Se pensiamo a cosa può portare questo eccesso, le ripercussioni sono tante. Falso senso di sicurezza sia mentale che fisica, troppo rischio percepito, perdita di intuito e coraggio anche nelle scelte economiche. Insomma, lo stare a guardare prudenti non è sempre foriero di saggezza. In America si parla già di “pericoli della safety culture” che si riferiscono a tutto quello a cui rinunciamo pur di non avere stress mentali. Meditiamoci.

IDENTITY POLITICS – Politica identitaria è un termine che descrive un approccio politico in cui le persone di una particolare religione, razza, contesto sociale, classe o altro fattore identificativo formano alleanze. Estremizzato: Amy Chua ha codificato in America il tribalismo politico che ha portato dall’inclusione alla divisione. Ed è forse quello che stiamo vivendo tutti in questi anni, con il ritorno del discorso pubblico sulle razze, che andrebbe abolito prima che sia troppo tardi. Mike Gonzalez ci ha già scritto un libro, “The Plot to Change America: How Identity Politics is Dividing the Land of the Free.”

Il movimento Black Lives Matter ha portato in questo 2020 talmente tanta radicalizzazione, che a un certo punto nel dibattito pubblico americano, la “whiteness” è diventata un fattore di cui vergognarsi, più che un dato di fatto. Segno inequivocabile che l’identità ostentata come un attributo con cui combattere non porta a nulla di buono se non la contrapposizione.

INCLUSIVE PUBLIC CULTURE – Le cosiddette “diversità urbane” sono gli anelli che collegano i pensieri alle azioni nelle nostre città, le conseguenze delle culture di inclusioni che si trasformano in spazi aperti, dal verbale al reale. Già nel 1993 Stephen Carr della Cambridge University scriveva: “Quando gli spazi pubblici sono di successo, aumentano le opportunità di partecipare alle attività comuni. Questa compagnia a cielo aperto alimenta la crescita della vita pubblica, che è stentata dall’isolamento sociale di ghetti e sobborghi. Nei parchi, piazze, mercati, fontane e aree naturali delle nostre città, persone di diversi gruppi culturali possono riunirsi in un contesto favorevole di godimento reciproco“.

La verità resta ancora per oggi: nonostante la frammentazione dei percorsi di formazione del pensiero comune (dalle piazze reali a quelle virtuali) è nelle città multi-razziali che avvengono i maggiori scambi. Ed è proprio lì che scaturiscono le idee più avvincenti. Dieci anni fa, in “Urban Diversity”, Caroline Kihato profetizzava: “Man mano che le popolazioni urbane del mondo crescono, le città diventano spazi in cui popoli sempre più diversi negoziano differenze come lingua, cittadinanza, etnia e razza, classe e ricchezza e genere“.

In foto d’apertura: Levi’s “Use your voice”, collezione Pride 2020



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