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Smart Working: modalità consolidata, bisogna ora rivedere gli spazi

L'inchiesta che parte dai luoghi di lavoro (ancora chiusi) e analizza i dati e le opinioni degli esperti. Parlano Davide Carafòli di Collettivo Virale, gli architetti Francesco Scullica e Isadora De Pasquale di Copernico, l'esperto Roberto Di Canu.

Smart working o lavoro agile, è stato introdotto in Italia con la legge 135 del 13 giugno 2017, ed entrata in vigore il 14 giugno 2017. È una modalità alternativa di svolgimento di lavoro subordinato, stabilita mediante accordo scritto tra le parti, senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro e pertanto applicabile nella propria abitazione. In molti decidono di “espletare” questa funzione da casa, ma c’è anche chi lo fa da postazioni di coworking o da altri luoghi non deputati. Perché smart è smart.

 

Nel 2019 la percentuale di grandi imprese che ha avviato al suo interno progetti di lavoro agile è stata del 58%, in lieve crescita rispetto al 56% del 2018.  Nel 2020 arriva il Coronavirus, l’Italia viene messa in quarantena e tutti i dipendenti o collaboratori di lavori d’intelletto devono iniziare a fare dello smart working l’unico mezzo per poter lavorare.

Ad oggi i dati sono di 8 milioni di lavoratori agili. Davvero una crescita esponenziale.

“C’era una volta, neppure tanti anni fa, l’ufficio tradizionale, dove si doveva tutti essere presenti alle 9 al massimo, e dove tutti gli impiegati lavoravano fino alle 18, timbrando un cartellino cartaceo quattro volte al giorno”, spiega Roberto D’Incau , Founder&CEO Lang&Partners.

Roberto Di Canu, esperto di dinamiche legate al mondo del lavoro, e scrittore (attualmente in libreria con “Il Lessico della Felicità”), nonché fondatore di Lang & Partners, società internazionale di consulenza tra le TOP 5 agenzie di head hunding in Italia e leader in termini di consigli e strategie sviluppate su misura dei professionisti. Riassume questa vigilia di ripartenza così: “E’ dimostrato dagli studi, a fronte di questo maggiore empowerment del lavoratore, un impatto positivo sulla produttività, e anche un risparmio di costi: le aziende non devono più prevedere sedi monstre, con una scrivania per ogni singolo lavoratore, ma spazi condivisi più piccoli, sulla base del bisogno effettivo di essere presenti in azienda”.

È altrettanto dimostrato, da studi americani, che il 75% dei lavoratori lascerebbe volentieri un’azienda che non offre lo smart working per una che invece lo offre ai propri dipendenti. Infine, il pregiudizio che lo smartworker non lavori, paura di manager con uno stile fortemente orientato al micromanagement, è assolutamente infondato: è vero il contrario. Lasciamo queste paure a chi non è abituato a lavorare con la tecnologia e lo stile di leadership che serve alle aziende in questo decennio.

Si sta capendo forse per la prima volta il vero valore e potenziale di questa modalità operativa, nonostante gli uffici mantengano il loro ruolo cruciale, per un insieme di aspetti sia psicologici che logistici essenziali. Lavorare da casa agevola sicuramente le famiglie in termini di riduzione del tempo impiegato per gli spostamenti, più presenza nei confronti dei figli, meno stress psicologico e minor inquinamento. Sicuramente oltre a questi menzionati, ci sono notevoli plus per cui è assolutamente auspicabile che lo smart working continui ad essere implementato sia dalle grandi aziende quanto da quelle di piccole o medie dimensioni.

C’è però un aspetto molto importante da non sottovalutare e ciò quello degli spazi. Se da un punto di vista tecnologico questa emergenza sanitaria ci ha visto pronti e quindi il lavoro dal punto di vista sistemico e tecnico sta funzionando molto bene, dal punto di vista di organizzazione della casa bisogna fare delle valutazioni e attuare delle modifiche che possano agevolare la condizione dei lavoratori.

Le case non devono perdere le loro caratteristiche intrinseche e naturali di luogo adibito ai bisogni della famiglia e ai momenti di vita quotidiana e di famigliarità, ma è necessario che esistano anche spazi funzionali alla dimensione lavorativa se si desidera proseguire nell’implementazione di questo potente strumento lavorativo.

Come dice Francesco Scullica, architetto, professore del politecnico di Milano e direttore scientifico del Master Interior Design del Politecnico gestito da POLI.design e autore del libro Living, Working, Travelling: “Il nostro spazio domestico è improvvisamente inadeguato: i modelli di open space, di spazi a pianta libera, che ha avvantaggiato negli ultimi anni la zona living a scapito di quella più privata, sono messi in discussione”.

Tuttavia, “la casa non può sostituire completamente un ufficio o uno spazio di coworking. Spesso per ragioni tecnologiche, ma soprattutto per la mancanza del fattore umano. Gli uffici sono infatti spazi relazionali dove si costruiscono comunità. Sono luoghi di incontri, opportunità e scambi di idee, sono acceleratori di relazioni. Ma è probabile che si lavorerà uno o due giorni a settimana da casa” continua Scullica. E allora, come possiamo organizzare al meglio il lavoro da casa?

Dovremmo innanzitutto stabilire quali potrebbero essere le stanze della casa aperte a tutti, sempre, e quali gli spazi dedicati al raccoglimento e al lavoro individuale” – ha dichiarato Isadora De Pasquale, architetto progettista di Copernico – “Non sarà come lavorare da un ufficio attrezzato o da uno spazio dedicato allo smart working – che abilita il networking, offre eventi e servizi, favorisce la creatività – ma sicuramente diventerà parte di un progetto più ampio che unisce agli uffici flessibili o agli uffici delle proprie aziende anche un momento tra le quattro mura di casa”.

Il #CollettivoVirale nasce da un’idea di Davide Carafòli come rete di imprese e professionisti per proporre servizi integrati ad alto impatto professionale con l’intento di snellire il processo produttivo e ospitare in un’unica sede le differenti professionalità e i servizi offerti. Nella sede operativa esistono diverse postazioni di coworking create per incentivare e favorire il contatto creativo e lo scambio di esperienze e fornitori.

I COWORKING – Nel mezzo tra ufficio nelle aziende e abitazione domestica si collocano realtà nate già prima dell’emergenza Covid-19, i cosidetti spazi cooworking.

Luoghi pensati principalmente per liberi professionisti che solitamente lavorano da casa e piccole imprese che magari hanno esigenza di contenere i costi per gli uffici, che condividono uno spazio organizzato secondo le proprie esigenze lavorative, pur occupandosi di attività diverse.

Davide Carafòli ha aperto nel 2020 lo spazio “Collettivo Virale”, nel quartiere Nolo che si trova in Via Sauli 24 a Milano. “Questa avventura si fonda su uno spazio dedicato a sviluppare un’atmosfera che ispiri la creatività, favorisca la nascita di nuovi progetti e promuova opportunità. Prima dell’emergenza sanitaria in atto avevamo tantissimi progetti ed eventi in partenza, tra questi un incontro per la Digital Week con The Way Magazine, il Covid ha cancellato tutto. Non posso prevederlo con sicurezza, ma mi auguro e spero vivamente di saper cogliere ancora più spunti rispetto a prima con tutte e persone che abiteranno questo spazio e che ciò possa portare ad una maggior voglia di contatto e condivisione”.

L’obiettivo di Collettivo Virale è quello di essere un luogo che ospiti numerosi eventi, workshop, mostre fotografiche. “Non so immaginarmi il futuro e ho sinceramente una grande paura per tutta l’economia italiana, – dice l’imprenditore, che è lui stesso un creativo – ho investito molto in questo progetto. Per me è stato un lavoro straordinario, abbiamo trasformato uno spazio mediocre in un luogo bellissimo di coabitazione, un investimento continuo e importante. Purtoppo, come dico io, le tasche sono svuotate ma i costi rimangono. Pensavo inoltre di agevolare freelance e creativi proponendo postazioni gratuite per i primi due mesi. Questo perché mi rendo conto che la situazione attuale ha messo in crisi moltissime persone e bisogna ripartire insieme”.

Ora Davide Carafòli pensa a una ‘seconda inaugurazione’ che potrebbe essere una ripartenza per il coworking del quartiere dei creativi a nord di piazzale Loreto a Milano. “Abbiamo aperto ufficialmente il 21 febbraio, proprio il giorno in cui si seppe del primo contagio a Codogno e pertanto fu ovviamente un festeggiamento interrotto e la felicità ha subito ceduto il posto alla preoccupazione. A volte penso anche a chi ci ha incolpato ingiustamente. Il nostro nome è Collettivo Virale, Covir...siamo stati anche tacciati di aver usato questo nome per cavalcare l’onda, cosa assolutamente falsa e terribile. Come dico io oltre il danno la beffa”.

Ci facciamo veicolo delle ambizioni e delle preoccupazioni di Davide che in questo contesto può trovare appoggi, almeno morali, da parte di tanti imprenditori ma anche di utenti che stavano appena poche settimane fa, facendo la sua conoscenza: “Devo ammettere che questa situazione mi ha abbastanza demoralizzato in quanto avevo appena iniziato a raccogliere i frutti di tutto il mio impegno, ma nonostante questo ho tantissima voglia di ripartire. Per carattere sono una persona che non molla e che ha sempre entusiasmo e cuore da investire”.

Testo a cura di Veronica Russomando



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