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Spice Girls, nel mondo il “girl power” diventa “people power”

La reunion delle baby del pop anni Novanta ha raccontato un'eredità che non è più solo legata alle donne: ma alle famiglie, anche arcobaleno.

Dallo scorso 24 maggio al 15 giugno le Spice Girls hanno radutano in 13 concerti in Inghilterra, Irlanda, Scozia e Galles, ben 700mila persone. La all-girl-band con l’operazione reunion a 4 (Victoria Beckham ha declinato di partecipare, ma ha accettato di guadagnare) ha incassato 78,2 milioni di dollari. La cifra dei live allo stadio di Wembley per la tripletta finale a giugno 2019 è il più alto incasso del 2019 fino ad oggi (27,6 milioni di dollari per tre concerti).

La reunion, come aveva annunciato Geri Halliwell (ora Horner), è stata una riproposizione dell’etica “Girl Power” con l’allargamento alla “people power”, visto che si è notato come lo zoccolo duro di questo ritorno siano stati famiglie, famiglie arcobaleno, single gay da tutta Europa che hanno trovato nel tour delle Spice in Gran Bretagna un’estensione naturale del Pride Month.

Come si spiega la maggior eco di questo ritorno a 4 che ha offuscato la reunion a 5 del 2007 che durò tre mesi e incassò meno (70 milioni di dollari)? Semplicemente perché è il tempo che ha restituito al pop world la voglia di spensieratezza targata Spice. Probabilmente 12 anni fa le cronache dello spettacolo erano troppo impegnate con Amy Winehouse e Britney Spears per abbracciare nuovamente una pop band al femminile. Che, ricordiamo, ha avuto la sua consacrazione con un’apparizione memorabile solo dopo, quella delle Olimpiadi londinesi del 2012.

Il ritorno di quest’anno è stato costellato da una miriade di gadget e digital marketing experience che ha enfatizzato i ruoli e le caratteristiche delle cinque Spice, immutate nel tempo: Melanie Brown (“Scary Spice“), Melanie Chisholm (“Sporty Spice“), Emma Bunton (“Baby Spice“), Geri Halliwell (“Ginger Spice“), Victoria Beckham (“Posh Spice“), anche lei presente nei souvenir.

Tutta la comunicazione, anche spontanea, finanche sui mezzi pubblici che portavano agli show era “brandizzata” con l’arcobaleno. Insomma, non si parla più di gender equality quando si parla di fenomeno musicali che uniscono, anche se sono ritorni da un passato che appare lontano. Come gli anni Novanta: anni in cui si poteva creare scalpore affermando l’esuberanza tutta al femminile.

Non vi è traccia di un messaggio settario nella reunion di chi il Girl Power l’ha inventato: la scritta a inizio spettacolo per 13 sere ha ripetuto: “Benvenuto a tutti gli spettatori di ogni genere e religione”.

Dal punto di vista creativo, la reunion delle Spice è stata un ri-bilanciamento del tanto strombazzato ritorno degli anni 90 anche nella moda e nel design. Ormai si è capito che questi cicli sono sempre più veloci e immediati, ma durano se sono attualizzati. Il direttore creativo Lee Lodge, l’art director Kate Moross, il costumista Gabi Slade e lo scenografo Jason Sherwood non hanno quindi giocato solo sulla nostalgia. Tutto, dai colori alle animazioni, fino ai vestiti, è stato filtrato dal gusto 2019. E infatti non è risultato ridicolo e nemmo fuori luogo.

Molte star dovrebbero prendere in considerazione questo tipo di rilettura. Magari tralasciando il dilettantistico approccio all’audio degli show (mai sistemati a pieno regime), ma l’impalcatura estetica, che è quello che regge il tutto in questi casi, non ha scricchiolato. E se poi Geri e Mel B possono permettersi ancora addominali in bella vista oltre i 40, che ben venga.

La grafica e scenografia di Studio Moross è stato diretto a tutte le identità di genere, sessualità, abilità, razze e background. Un clash culturale e un allargamento che è risultato particolarmente azzeccato, specie nella fase finale del tour, quando sul palco a Wembley sono saliti davvero i famigliari delle quattro performer. Lì, tutti hanno tirato un sospiro di sollievo: è proprio vero che il tempo passa per tutti.



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