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Leisure - 18/05/2020

Andrea Mastroni, voce händeliana con venature dark

Il basso italiano di fama internazionale sta facendo scalpore con un'immagine contemporanea e volutamente insolita. "Per innovare bisogna conoscere la tradizione".

Vestito e truccato da sinistro personaggio fantasioso e misterioso, il cantante Andrea Mastroni ha una mission. Basso di fama internazionale con una storia già prestigiosa di esibizioni nei più grandi teatri lirici del mondo, sta facendo storia nel suo campo, innovando con un senso estetico e della performance molto marcato e personale. Dalla ristampa dell’album händeliano Melancholia, anticipata da un video di grande potenza visuale e coraggiosa sperimentazione, alla prima messa in scena in epoca moderna dell’Achille in Sciro di Corselli e Metastasio al Teatro Real di Madrid, la voce italiana sta trovando una nuova via all’opera.

Il suo clip su ‘Aci, Galatea e Polifemo’ di Händel con la regia di Nicola Garzetti/Altofuoco è un esempio del suo processo di rinnovamento del belcanto.

Lui, basso profondo amato dalla migliore critica e di una contemporaneità e finezza espressiva fuori dal comune, è stato clarinettista ed è appassionato di classicità con laurea in filosofia estetica alla Cattolica di Milano, infine cantante, diplomatosi all’Istituto Superiore di Studi Musicali Monteverdi di Cremona. Dopo aver frequentato l’Accademia Rossiniana sotto la guida di Alberto Zedda, riceve grandi consensi di critica e pubblico. La sua voce è risuonata al Metropolitan di New York, alla Royal Opera House e al Barbican di Londra, al Teatro Real di Madrid, a Parigi, a Barcellona, a Berlino.

“Sono partito dalla provincia – ci racconta – studiando le opere dal Seicento alla contemporaneità. Ho debuttato nel 2001 in un momento che c’era il colpo di coda del melodramma in Italia. Da lì, ho lavorato molto più all’estero“.

Andrea quali sono i ruoli che senti più tuoi?

Sono innamorato di figure mitologiche e di uno stile di canto ormai dimenticato, dall’händeliano Antonio Montagnana al rossiniano Filippo Galli. Credo che una certa interpretazione standardizzata dell’uomo maturo del melodramma ottocentesco abbia cancellato dalla nostra memoria storica e artistica la mezza voce, non necessariamente maschia e scultorea, il luciferino, la provocazione del falsetto, gli improvvisi salti di ottave.

Cos’è la musica classica per te?

Per me la musica classica è una parolaccia. Era la musica pop di altre epoche, non bisogna dimenticarselo. Contrariamente a quello che si pensa, non è stata composta per gli intenditori. Ci andavano i contadini ma volevano emozionarsi, erano persone fatte di sensazion forti, il pubblico ancora oggi è questo. L’uomo è sempre uguale, si emoziona, si innamora, tradisce. La storia non cambia ma cambiano i modelli.

Per te la provocazione in un campo di vacche sacre deriva da una profonda conoscenza. Che processo segui?

La mia è una ricerca di stupefazione che però è soprattutto ricerca di senso, espressività e da ultimo comunicazione col pubblico di oggi. Riscopro ruoli di basso restituiti alla nostra sensibilità contemporanea, alla nostra visione moderna dell’uomo maturo. Che in verità è la sua cifra più interessante, in uno strano percorso che mi riporta al Barocco, con la sua fluidità, umanità, fisicità ed espressività più vicine alle categorie del moderno rispetto a certe rigidità dell’Ottocento e Novecento.

Alla Royal Opera House di Covent Garden hai cantato la “Vecchia Zimarra” di Bohéme cantata come un Lied. Perché?

È lo sparito che ce lo chiede, Puccini non ha mai scritto oltre il mezzo piano, d’altra parte è logico che davanti ad una donna morente non si possa cantare un’aria a piena voce, sarebbe irrispettoso. Inoltre sussurrare crea attenzione, mentre il canto imponente genera distanza.

 

Che studente sei stato?

Nasco come strumentista. Sono stato clarinettista, ho però avuto una formazione a tutto tondo e pur provando piacere con lo strumento non ero realizzat. Per indole e personalità, col tempo mi sono reso conto che quello strumento che nell’orchestra è reputato ‘di fila’, non solista, non mi soddisfaceva. Ebbi l’intuizione di seguire lo strumento della voce. Ho conosciuto le armonie, le cattedrali sonore. Ho studiato con un grande obiettivo e dai 18 anni ho seguito solo la voce.

Come ti definisci oggi?

Sono un basso profondo, specialista nei ruoli malvagi. Ho messo in discussione il belcanto nel senso tradizionale dell’accezione. Sai, un basso rispetto agli altri ha bisogno di fare più gavetta, perché più cresci con l’età, più matura e diventa pregiata la voce, non si può accelerare. Forse ho avuto l’intuizione musicale prima, ma la maturazione è arrivata oggi.

Raccontaci del tuo debutto al Teatro alla Scala.

Ero il Dottor Grenvil nella Traviata del 2013 con la regia di Dmitri Tcherniakov. Non fu un anno da ricordare, perché l’accoglienza fu travagliata. Anche se conservo un ricordo memorabile, il grande prestigio, il lustro dell’evento monda. Accanto a ciò c’è anche la pressione di ritmi di lavoro inenarrabili, la tensione di esibirsi nel tempio della lirica sul palco dove le opere che si interpretano sono state rappresentate quando i compositori erano vivi e tutto quello che si fa viene messo in discussione. Una serata adrealinica, con un’aspettativa altissima, visto che l’ultima volta che si era rappresentata la Traviata c’era Maria Callas.

Dopo quello spettacolo è cambiato qualcosa per te?

Quella è stata una vetrina importante che mi ha portato successivamente in teatri enormi. Tantissimo lavoro in Spagna, per esempio, è arrivato in seguito a Milano, lì al Teatro Real di Madrid ho trovato un affetto enorme. La mia carriera è molto legata all’estero, la scelta è molto pratica: la tradizione dell’opera e dell’arte non è una priorità per nessuno in Italia mentre fuori è un bene prezioso che ci invidiano. Senza regole e tutele nel mio paese, è triste dirlo, mi sono cercato consensi altrove. Vado dove l’arte è sentita come priorità speciale, dove ha il rispetto che si merita, come in Francia e Spagna.

A ottobre dell’anno prossimo festeggi i 20 anni di carriera. Che vita è stata finora?

Sono partito dalla tradizione, con ruoli di fianco anche per sviluppare lo strumento che è la mia voce. E questa condizione mi ha dato la possibilità di attingere il mestiere da grandi artisti. Tutto quello che facciamo nasce da tanto lavoro, è un’arte classica la nostra, c’è un grandissimo studio e preparazione dietro, siamo degli atleti e lo studio esclude improvvisazione. Il corpo cambia e bisogna declinare bene nel tempo la mutevolezza dello strumento. Per fortuna lo studio mi fa mantenere l’asticella alta. Ho un vocal coach che mi segue da anni, musicalmente, in questa quarantena, ho avuto possibilità di concentrarmi su alcune cose che volevo.

Che idea hai della tradizione e come ti discosti da essa?

La tradizione mi ha insegnato l’arte classica. Ma anche che si può scegliere di essere un cubista, un espressionista, metterla in discussione da conoscitore. Avendo fatto melodramma per vario tempo, tra cui 300 recite del Rigoletto, con la grande volontà di affermazione che avevo mi ero stufato delle stesse cose, le trovavo limitanti. Di Callas e Pavarotti ci sono gli originali. Io volevo raccontare altre opere da scoprire, del resto ho fatto una tesi sull’estetica del melodramma di Monteverdi. Se crescendo si ha l’estensione lunga, l’espressività musicale e scenica, ci si può permettere di affrontare ruoli diversi. Mi piace rinnegare me stesso per mettermi in gioco.

Che cantante sei?

Mi sto costruendo la mia strada puntando sul simbolismo, su un lavoro che mi permetta di allontanarmi dal concetto di cantante come vociomane, lavorando sul corpo che diventa struttura recitante. Io sono un attore che canta, che mette in scena tutti i sentimenti. Nei video mi avvalgo di ballerini, truccatori, creo un immaginario a modo mio. Faccio il mio ‘Barock’. Il regista Nicola Garzetti è il mio angelo, con i clip creiamo immagini nuove a servizio di una musica antica.

Che tipo di vita fai e come ti tieni in forma?

Ci vuole disciplina grandissima per l’arte classica, parlo di alimentazione sana, cibi mirati a creare energia e sostentamento. Pratico il Gyrotonic, disciplina molto interessante che ti agevola la rotazione e la flessibilità, la torsione del corpo. La bellezza di un corpo e la teatralità aiuta a essere duttile ed espressivo. Bisogna allenarsi con la respirazione e aver percezione del proprio corpo per stare su un palco.

Pensi ci saranno conseguenze dopo questo fermo di mesi per i teatri?

Credo sarà difficile per molti. Venezia con la Fenice, Palermo con il Massimo e Milano con alla Scala resisteranno. Sarà difficile per l’Italia, davvero non oso pensare cosa accadrà dopo. Sento colleghi tormentarsi, specie quelli che sono concentrati con la loro carriera in Italia. Per quanto mi riguarda a ottobre ho un impegno all’Opera di Roma.

 

Credi di creare scompiglio con le tue scelte?

I melomani classici non mi amano, ma ispiro loro simpatia. Ho un motto: dire la verità è sempre più facile. Se sei autentico, il pubblico non può essere non colpito. Non c’è cosa più intrigante e paurosa dell’indefinizione, e io ho voluto fare scelte artistiche specifiche, per mia scelta e voglia. Uso il simbolismo, creo stranezza, sono il ballerino di fila che non riesce a stare nella fila, racconto fisicità e ambiguità. Non ho mai seguito i greggi, viaggio da solo.

L’attività dal vivo di Andrea Mastroni è in attesa della riprogrammazione dei calendari. Nel frattempo la sua voce è ascoltabile sulla ristampa dell’album Egea Melancholia.



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