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Leisure - 25/10/2019

Le “Poesie brutte” di Paolo Agrati: “Versi consapevoli ispirati da Instagram”

Il poeta milanese racconta in questa intervista la genesi del suo nuovo lavoro. "Ho coniato un nuovo metodo e usato nuovi strumenti".

Avevamo lasciato Paolo Agrati in giro per il mondo e lo ritroviamo in giro per il mondo. Dalla nostra ultima intervista ad oggi crediamo abbia completato il giro del globo, crediamo, perché con lui non si può mai sapere fino alla fine. Per lui andare in giro significa ricerca e sperimentazione, una ricerca che non è solo movimento da un continente all’altro per esempio, ma soprattutto ricerca filosofica anche da fermo. E l’ultima volta che lo abbiamo incontrato ci aveva lasciato con questa affermazione: “la poesia è grande se comprende il proprio tempo”. È vero. Nell’arte la comprensione del proprio tempo è fondamentale e Paolo Agrati, anche messo di fronte al fatto compiuto di una irreversibile deriva presa dalla poesia in particolare, ha iniziato, quasi un anno fa, a sondare lo spazio (una volta avremmo detto il terreno) intorno a sé. Ciò che è emerso è fortemente connotativo e stranamente (ma neanche tanto) adattabile ad un nuovo nascente linguaggio poetico. Nasce la poesia brutta e “Poesie brutte” non è solo un nuovo linguaggio esplorato da Paolo Agrati ma è anche il titolo del suo ultimo libro che con questo “reazionario” volume si è cimentato nella composizione di una nuova struttura poetica.

Non a caso ho definito reazionario (anche se tra virgolette) il tuo volume spudoratamente intitolato Poesie brutte. È così? Nasce un po’ da una reazione?

Diciamo che ci voleva. Ci voleva dopo il mio libro “Partiture per un addio. Ne ho sentito l’esigenza guardandomi intorno, annusando un po’ l’aria che tirava. Ho letto cose talmente brutte da diventare belle, non voglio scomodare Umberto Eco e la sua “Storia della bruttezza”, ma io sono andato a scovare nei social tutto un mondo fatto di parole e frasi che prese singolarmente ti aprono davvero molteplici scenari, poetici e soprattutto umani.

Paolo Agrati durante un reading (Foto di Alberto Brevi)

Quali social hai indagato?

Soprattutto Instagram ma non direi tanto indagato, ho rovistato ed è stato sufficiente. È immediato, manca cioè la mediazione di un terzo e chi scrive si rapporta direttamente col pubblico, se proprio vogliamo parlare di mediazione c’è solo lo schermo dello smartphone ma va bene. Si tratta a volte di parole, altre volte di frasi inserite in vari contesti che scritte in un certo modo sembrano proprio poesie. Il segno distintivo di tutto questo è la brevità.

Comprensione del proprio tempo?

Sì anche, anzi, direi soprattutto. Instagram oggi è espressione del nostro tempo. Un artista racconta il proprio tempo, è una specie di cronista, lo è anche la poesia. Tornando alle poesie brutte ad esempio, è l’ironia che ti permette di lavorare con questi elementi. Io poi ho proceduto con un lavoro di composizione letteraria nuovo, strutturando e destrutturando, ho creato giochi di parole lavorando sulla brevità, e alla fine comprendi che è proprio la semplicità che ci dà l’idea dei nostri tempi.

Marshall McLuhan teorizzò e dimostrò che il mezzo è il messaggio. Mi esprimo attraverso Instagram, conseguentemente il mio messaggio dovrà necessariamente adattarsi a quel mezzo. La carta stampata, la televisione, il cinema, la poesia… ogni messaggio usa il proprio mezzo e al termine del processo di comunicazione è il mezzo che passa, indipendentemente dai contenuti. Sei d’accordo?

Sì ed ecco perché la mia bruttezza è consapevole e ti assicuro che faccio una fatica enorme a scrivere poesie brutte, non è facile, mi verrebbe da dire che è più difficile, poi la consapevolezza mi aiuta a sdoganare la poesia brutta. Ed è il pubblico che ti dà credibilità.

Hai creato un nuovo linguaggio poetico?

La bruttezza consapevole.

Ci sono anche elementi di comicità?

Sì certo, alcune fanno ridere, ma non è la comicità l’elemento fondante, ci tengo a dire che non è una presa in giro ai bigliettini dentro i cioccolatini.

A questo punto, possiamo leggere qualcosa?

Da quando il mio cuore

è occupato

fa tu, tu, tu

*

Facciamo la pace

che ai lati del letto

siamo troppo

scomodini

*

Quando facciamo l’amore

sarebbe bello

se almeno una volta

ci fossi anche tu

*

Nel nostro nido d’amore

c’è posto

per un uccello

solo

*

Se fossi un uomo

ti confesserei che ti amo

invece

sei una donna

*

Non si comanda al cuore

ma tu

sei la mia

dittatore

 

Foto d’apertura: Paolo Agrati in uno scatto di Niccolò Puppo e Massimo Fiorelli



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