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Society

Society - 21/10/2019

Fabrizio Maddalena: “Il segreto di un buon corto? Lavorare sul testo e sull’attore”

Il corto "Il marito di Bianca" premiato al Venus Italian International Film Festival di Las Vegas. Incontro con il regista: "Vorrei girare un lungo horror".

A Las Vegas il regista milanese Fabrizio Maddalena col suo corto “Il marito di Bianca”. Un film delicato ma incisivo al tempo stesso, ricco spunti di riflessione che replica il successo ottenuto in Itala esattamente un anno fa. Dal teatro al cinema, Maddalena si è sempre impegnato a favore di una ricerca artistica mai banale che ha sempre saputo fondere grammatica del cinema e linguaggio sperimentale.

Ad un anno dall’uscita del tuo film “Il marito di Bianca”, il successo si ripete?

Sì, in effetti credevo molto in questo progetto ma non pensavo che avrebbe preso addirittura dei premi oltreoceano! Sono contento anche per Simona Tassone, l’attrice che ha interpretato Bianca, che si è gettata animo e corpo in questa sua prima prova da protagonista e che si è portata a casa un premio dal Venus Italian International Film Festival di Las Vegas, che ha voluto premiare anche il corto come miglior lavoro. Ora attendiamo il verdetto del The Cutting Room Film Festival di New York e dell’X-World Film Festival di Roma.

Come autore non ti accontenti di confezionare semplicemente un prodotto, che sia a teatro o al cinema, come nasce la tua ricerca artistica?

Nasce nel lontano 1987, quando con Mauro Ruggeri – un vero amico, purtroppo prematuramente scomparso nel 2009 – e Paola Rita, che poi è diventata mia moglie, decidemmo di fondare l’associazione “I Teatrabili-TeatroCineVideo”. L’idea era quella di proseguire la nostra ricerca teatrale, nata da un corso di recitazione durato svariati mesi, ma eravamo sempre stati attratti dal cinema, per cui la nostra prima prova ufficiale è stata il lungometraggio “Cinematogramare”, che prese subito un riconoscimento nazionale. Da lì ho cominciato ad approfondire i vari aspetti cinematografici, principalmente la sceneggiatura e il mestiere dell’attore. Oggigiorno i registi si concentrano moltissimo sull’aspetto tecnico, sul modello della macchina da presa, sugli tipo di obiettivi, ecc. ma io sono ancora un po’ all’antica su questo, proprio perché lavoro molto sul testo e sull’attore: all’epoca la strumentazione disponibile era davvero limitata e, se si voleva fare un buon lavoro, si doveva necessariamente lavorare su questi due aspetti.

Come sei arrivato a strutturare un lavoro come “Il marito di Bianca”? Ricco di molteplici tematiche tra l’altro…

Ci sono stati tanti professionisti (e amici!) che hanno lasciato la loro impronta determinante nel progetto, come Jo Verdicchio (direttore della fotografia), Agostino Rita (che ha composto le musiche) e naturalmente il mio socio Bruno Dallavalle che ha curato la produzione, ma sicuramente nessuno ha inciso tanto sulla storia quanto Simona. Inizialmente questo film doveva essere un’opera completamente diversa da quella che è diventata in seguito. È sempre un po’ così, ma non mi era mai capitato di fare un’inversione di centottanta gradi! In pratica l’entrata di Simona ha cambiato le carte in tavola ed aggiunto la giusta quantità di sale ad un piatto che era ancora in fase di definizione. La sua presenza mi ha spinto a modificare completamente la sceneggiatura, adattando i dialoghi alla sua esuberante personalità. Il sotto testo riguardante la tematica della bellezza “non convenzionale” è derivato proprio dalle chiacchierate fatte con lei e chi la segue sui social sa che la frase pronunciata nel film “La bellezza è nell’occhio di chi guarda”, riassume un po’ il suo messaggio-chiave, la sua filosofia di vita.

Vorrei ricordare però che lei non è l’unica attrice presente nel corto, ma è affiancata da due volti piuttosto noti nel cinema e nella TV: Marco Mainini (che recita la parte di Azzurro) e Massimo Viafora (il marito di Bianca, appunto), che hanno dato il loro apporto fattivo al progetto.

 

Come vi siete conosciuti tu e Simona?

Come in un film, ci siamo conosciuti per caso in un ristorante di Milano. Io ero con il mio amico Matteo Andreone, regista teatrale e drammaturgo, a chiacchierare di cinema e attori. Mi ricordo che stavo parlando di quanto al cinema fosse più difficile far ridere che far piangere e ad un certo punto Simona, che era seduta accanto a me, mi ha interrotto e ha cominciato a confutare la mia tesi. Beh, sicuramente la cosa non poteva passare inosservata! Continuammo a parlare fuori dal locale e le raccontai del progetto “Il marito di Bianca”. Subito mi chiese “…e se Bianca fosse una curvy?” Nei giorni seguenti mi convinsi che lei avrebbe dato quel tocco in più alla mia storia. Ma il nostro rapporto non è terminato con la realizzazione del corto! Oggi siamo amici, conosce la mia famiglia e ci vediamo spesso per discutere di nuovi progetti insieme. Uno in particolare sembra si stia concretizzando ma è presto per parlarne.

Qual è la tua opinione, in generale, sul cinema di oggi?

Amo il cinema di ieri. Questo si nota nei miei lavori, che hanno uno stile poco legato a quel montaggio frenetico che è tanto di moda oggi. Non sto dicendo che i nuovi film non mi piacciono, ma non li sento in linea con il mio modo di raccontare una storia. Alla velocità preferisco la ponderatezza e l’introspezione. Ma queste sono solamente scelte stilistiche. Oggigiorno il cinema si è trasformato da arte in puro intrattenimento. Questo a causa del costo di produzione, diventato ormai poco sostenibile, ma anche da un pubblico poco incline alla visione del film d’autore. Si preferisce guardare al cinema il film visivamente molto impattante e si demandano al divano e ai nuovi media (TV e, soprattutto, Internet) quelle storie più intime, più riflessive, meno spettacolari. Recentemente Martin Scorsese ha criticato i film della Marvel paragonandoli ai parchi a tema,  suscitando un vespaio. Io credo che il Maestro abbia ragione: se si riduce la sala cinematografica ad un luogo di puro intrattenimento non si fa sicuramente una buona cosa. Ricordiamoci che si parla di “settima arte” proprio perché l’opera cinematografica non è mai solo intrattenimento.

Come è cambiato secondo te dall’era della pellicola al digitale?

C’è un rapporto meno “fisico” con il supporto, e questo ha modificato in parte l’atteggiamento di chi fa cinema verso la sua opera. La pellicola poteva (doveva!) essere toccata, tagliata fisicamente, incollata, trattata, sviluppata, stampata… Siamo passati dal lavoro artigianale di una volta al lavoro seriale, digitale di oggi. Personalmente ho cominciato col video (anche se ho avuto qualche esperienza col Super8, la pellicola amatoriale in voga soprattutto negli anni ’70) per cui questo salto non l’ho sentito più di tanto, ma molti autori più anziani di me mi hanno raccontato questa cosa e penso che la riflessione abbia un senso.

Che futuro cinematografico vedi?

Al giorno d’oggi la Settima Arte si riesce a ritrovare soprattutto nelle opere indipendenti e nei cortometraggi. Ci sarà sempre qualcuno che avrà voglia di fare arte con il cinema, ma le grosse produzioni saranno sempre più dedicate ai prodotti d’intrattenimento. Si potrebbe dire che, paradossalmente, Internet salverà il cinema d’autore, visto che Netflix e compagnia bella sono molto attivi in questo settore, meno dispendioso ma che funziona abbastanza bene in streaming per la visione casalinga.

Tu lavori molto col cortometraggio, che idea ti sei fatto del corto in generale, anche inserito in un ipotetico mercato dedicato appunto solo a film brevi?

Non è un mistero che il corto in Italia ha poco seguito. Potremmo dire che in questo settore ci sono più autori che spettatori. A mio parere è un problema storico: in Italia il cortometraggio non è mai stato considerato vero cinema, mentre invece in altri Paesi, quali la Francia, il film corto ha una sua dignità e può anche essere visto in sala. Per questo io cerco sempre di fare la première dei miei corti al cinema ed è per questo che, con altri autori, stiamo cercando di promuovere la proiezione nelle sale dei nostri lavori. È un progetto ambizioso che è già cominciato presso la succursale di Treviglio del cinema Anteo. Un percorso difficile ma…qualcuno deve pur provarci!

Vedi in Italia produzioni pronte a recepire l’idea di realizzare, anche per un circuito di sale cinematografiche, solo cortometraggi?

Sinceramente non te lo so dire. Ma il problema della distribuzione è ben noto, soprattutto a chi fa cortometraggi. È un peccato perché è proprio in questo ambito che si riescono a scoprire opere anticonformiste, originali e di “rottura”.

Prossimi progetti? Scaramanzia permettendo…

Ho girato un film sperimentale questa estate (“Namnok (libera di groccare)”) che stiamo distribuendo con la nostra associazione. È una cosa un po’ strana che ho fatto soprattutto per poter instaurare un rapporto regista-attore con una bravissima attrice, Jessica Resteghini, con la quale mi piacerebbe lavorare presto in qualcosa di più impegnativo. Poi, come ho già detto, c’è il progetto che stiamo portando avanti con Simona – di cui non parlo per scaramanzia, appunto – più un altro corto che mi piacerebbe realizzare con Marco Mainini, l’attore che ha fatto “Il marito di Bianca”. Ed infine c’è il mio sogno: un lungometraggio horror che affonda le radici nella tradizione italiana. Un soggetto che si rifà ai grandi del cinema horror di atmosfera del nostro Paese, come Fulci, Avati, Bava, ecc. e che mi piacerebbe realizzare al più presto possibile.



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