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Leisure - 27/09/2019

Gli X Files di De Chirico

I quadri come pennellate collettive: ognuno ci riflette gli intimi sogni. L'arte che rende liberi è esposta a Palazzo Reale a Milano.

Giorgio De Chirico, seconda stagione. La prima nel 1970 a Milano. Palazzo Reale ospita l’artista ottantaduenne dedicandogli la prima grande retrospettiva, nell’arduo compito di riassumere il suo chiaroveggente universo visivo. Non da tutti compreso, tra l’altro.
Cinque decenni dopo, è ancora Palazzo Reale a schiudergli le porte, realizzando una mostra unica nel suo genere il cui snodo non ha nulla a che vedere con il percorso cronologico dell’artista, bensì con la sua “mistica”.
Una mistica non religiosa ma umana, un trascendere che va al di là del pensiero logico e che travalica i sensi risucchiando lo spettatore in un turbine di mistero dal quale non uscirà indenne.
Riconoscere o vedere?
Questo è il pilastro sul quale poggia tutto l’edificio della mostra, sapientemente curata da Luca Massimo Barbero.
Chi o cosa cosa può garantirci che ciò che crediamo di vedere nella pittura di Giorgio De Chirico sia veramente ciò che l’artista ha voluto rappresentare?
Già dal punto di vista scientifico, la visione periferica dell’occhio umano ci permette una visione parziale delle cose, naturalmente se scartiamo cecità, miopia e astigmatismi vari, nel qual caso la visione risulterebbe ulteriormente ridotta, se non addirittura annullata.
Che dire quindi dell’arte di un “visonario”?  Con quali occhi bisognerebbe guardarla?
La pittura è la grande protagonista di questa mostra, non tanto per ciò che raffigura ma per come viene rappresentata. 100 opere che si danno rendez-vous in 8 sale, senza un ordine apparente, unite a raccolta dal suono di un misterioso tamtam e che dialogano tra loro con un linguaggio più semplice di quello che si possa immaginare: il linguaggio della LIBERTÀ. Perché questo era il loro autore: libero. Un uomo che non si preoccupava di niente e che, proprio per questo, dipingeva visioni. Un uomo che, in un mondo dove si parla tanto di “genere”, decise di non avere un genere.

Le muse inquietanti, 1925, Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea (Roma)

Il figliol prodigo, 1922, Museo del Novecento (Milano)

“Voler avere uno stile è l’unico modo per non averne mai. Lo stile è una divinità misteriosa. Volergli offrire sacrifici e tentare di penetrare nel suo tempio è fatica sprecata. Meno ci pensi e più egli ti serve”. Queste le sue parole.
Non si può non rimanere affascinati da un bastian contrario, se è un bastian contrario di qualità.
Quando pensi di aver compreso De Chirico, lui ti destabilizza. Quando pensi di averlo trovato, ti sfugge tra le dita come la sabbia per ricomparire altrove, poiché quello che pensi di riconoscere non è quello che realmente vedi.
Nelle sue opere, infatti, c’è sempre un dettaglio che “non c’entra niente” e che non è ciò che sembra. Come nella vita, del resto.
Vuol forse dire che i visionari sono i più grandi realisti?
Se così fosse, il mistero, l’X File, altro non sarebbe che quella realtà che ci ostiniamo a non vedere e a non accettare perché scomoda, perché rompe gli schemi obbligandoci a pensare e, soprattutto, a guardarci dentro.

Il saluto dell’amico lontano, 1916, Palazzo Maffei (Verona)

La realtà che costruiamo nasce dai nostri sogni più intimi e il quadro che ne scaturisce altro non è che il frutto di una visione collettiva a cui ciascun essere umano contribuisce con la propria pennellata. Che il mondo sia un capolavoro o incubo è quindi responsabilità di tutti e di ciascuno.
Questo è, a mio avviso, il grande genio di Giorgio De Chirico: un artista visionario che si pone quale medium tra sogno e realtà, facendo della propria pittura una sorta di tavoletta Ouija che mette in comunicazione i due mondi.
Ma per vederli entrami bisogna essere liberi. Come lui.


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