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Commenti e opinioni - 10/11/2020

Parola dell’anno 2020: lockdown

Ipotizziamo di esserne tutti fuori e la sola idea ci rasserenerà. La parola del 2020 è “lockdown”, secondo gli esperti del vocabolario inglese Collins, vocabolo usato finora da inizio pandemia 250 milioni di volte. Nel 2019 sono stati rintracciati solo 4mila casi di utilizzo, per fare un paragone.

Cosa vuole significare questo termine che ha anche una emoticon nuova sugli smartphone di tutto il mondo? “l’imposizione di severe restrizioni sui viaggi, l’interazione sociale e l’accesso agli spazi pubblici”. Non ce n’è per ‘confinement’ o ‘curfew’, derivati dal francese e destinati comunque all’utilizzo globale. Lockdown è quello dove tutti immediatamente si riconoscono, una parola che simboleggia un anno ma anche una condizione, spiacevole, ahinoi, che in qualche modo però ha unito.

Ha creato un background comune a intere generazioni che attraversano nel mondo questo anno difficile, è un significato applicabile a tutta la razza umana, come da decenni non accadeva. Pensiamo solo all’emotività che scatenano le altre parole di questo 2020: social distancing, self-isolation…sono tutte declinazioni della causa comune, Coronavirus (anche questo sostantivo tra i più nominati dell’anno) che però non ha la stessa riconoscibilità del “lockdown” che interessa tutti i cittadini, sia quelli sani che quelli contagiati.

Merito, drammatico, della popolarità del termine lockdown è anche la sincronia con cui si manifesta: la notizia diramata da Collins arriva proprio mentre l’Europa intera attraversa la seconda ondata di contagi in questo novembre, proprio come era successo tra marzo e aprile.

Tra le altre nuove parole più usate, specie nei media anglo-sassoni, c’è “Megxit”, in riferimento all’uscita dalla royal family di Harry e Meghan, duca e duchessa del Sussex, e “BLM”, che sta per il movimento Black Lives Matter.

Molto scottante e preoccupante anche la parola del 2019, sempre per Collins, che era quella legata all’ascesa delle proteste di Greta Thunberg e seguaci: Climate strike. Consoliamoci ricordando che bisogna andare indietro al 2014 per trovare un neologismo più ‘leggero’. Di quell’anno è il trionfo, infatti, di ‘photobomb’, l’arte di piombare nei selfie altrui. Altri tempi, altre priorità.



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