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Leisure - 24/05/2021

Ottant’anni di rock: auguri Bob Dylan

Il traguardo dopo l’Ordine nazionale della Legion d’Onore nel 2013 e il Premio Nobel per la letteratura del 2016.

Cantautore, compositore, poeta e addirittura Premio Nobel per la letteratura. Bob Dylan, che oggi compie 80 anni, la sua impresa più grande l’ha compiuta a 74 anni, quando venne insignito di tale riconoscimento nel 2016, l’anno horribilis in cui molte stelle della musica e dello spettacolo lasciavano questo mondo, dall’Accademia di Stoccolma. La seguente motivazione fu data in quell’occasione (dove lui non si presentò): per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana.
E diciamo la verità: è da un bel po’ che molti se lo chiedono, chissà quale fu la reale reazione di Robert Allen Zimmerman nell’apprendere che l’Accademia svedese gli aveva conferito il prestigioso Premio proprio con quella motivazione? Incredulità o spavalda consapevolezza che prima o poi quel riconoscimento, destinato solitamente a grandi letterati, sarebbe stato suo?
D’altronde le celebrazioni, a Mister Zimmerman, non gli sono mai andate a genio. Sempre schivo, taciturno e misterioso. Per non dire criptico. Forse per questo i testi delle sue canzoni sono arrivati a tutto il mondo.
Lui che dal 1962 è conosciuto in tutto il mondo come Bob Dylan, ha cambiato di molto la storia del folk americano. Quello country, quello dei cowboy. Portandolo ad un livello di poesia e di contenuti dove quasi nessuno è riuscito. Lo ha miscelato alla perfezione, nella sua lunghissima carriera, con il rock, la musica d’autore, lo stesso country, il blues, il gospel e il rock and roll.
Nato il 24 maggio del 1941 nella cittadina di Duluth, nello Stato del Minnesota da famiglia ebrea, si traferì nella ‘Grande Mela’ nel 1961, deciso a diventare musicista. La sua adolescenza la trascorse davanti ad una radio ad ascoltare i giganti del folk, del rock e del blues. Nel periodo newyorchese ebbe persino la fortuna d’incontrare Woody Guthrie, il cui vero nome per esteso era in onore al Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson Guthrie. Quest’ultimo ebbe una grandissima influenza su diversi cantanti come Bruce Springsteen e lo stesso Bob Dylan.
Il menestrello del rock esordì ufficialmente nel 1962 e fu proprio in quell’occasione che decise di cambiare il suo nome. Mister Zimmerman, quindi, lasciò il posto a Bob Dylan. La leggenda vuole in onore al poeta Dylan Thomas. Il nome, comunque, venne attribuito al suo primo omonimo LP. Da allora di acqua ne è passata sotto i ponti, 39 album nell’arco di quasi sessanta anni, di cui gli ultimi due realizzati dopo il premio del 2016 e centinaia di canzoni scritte, pubblicate, cantate. Si dice che siano esattamente 500. Brani che hanno fatto la storia della musica e che hanno attraversato la storia.
Rimanendo nell’orbita di quelli che un tempo si chiamavano long playing e che comunque, fortunatamente, sono tornati di nuovo in voga, le migliori dieci raccolte d’inediti del Menestrello del Rock possono essere tutte identificate nella prima parte della sua carriera, tranne qualche eccezzione degli anni Novanta: Desire, del 1976; Another side of Bob Dylan, 1964; Oh mercy, 1989; The Freewheelin’ Bob Dylan, 1963; John Wesley Harding, 1967; Bringing It All back Home, 1965; Time out of my mind, 1997; Blonde on blonde, 1966; Highway 61 Revisited, 1965; Blood on the tracks, 1975.
Come si può ben notare il periodo d’oro della sua letteratura musicale è rappresentato dagli anni ’60. Il decennio delle contestazioni, il decennio delle proteste per i diritti civili e per la guerra in Viet-Nam. Periodo in cui ha prodotto brani come ‘Like a Rolling stone’, ‘Just like a woman’, ‘Mister Tambuorine’, Blowin’ in the wind, Maters of war, Ballad of a thin man, All Along The Watchtower, The Times the are a changin’, Desolation Row.
Mentre per quanto riguarda la leggendaria Knocking on Heaven’s Door, quest’ultima fece da colonna sonora al film ‘Pat Garrett & Billy the kid’ del 1973. Da non dimenticare nemmeno la canzone che dedicò alla vicenda del pugile afroamericano soprannominato ‘Hurricaine’. Anche questa era una colonna sonora dell’omonimo film interpretato da Denzel Washington. Canzoni mai banali, dunque, e con una forte attenzione ai problemi della società.
Bob Dylan nel corso dei decenni si è sempre mostrato schivo. Mai eccessi di protagonismo, nemmeno quando si esibì davanti a Giovanni Paolo II nel 1997. Non ha mai parlato in modo banale e soprattutto non ha mai amato le etichette, di nessun genere. Soprattutto, ricevette dall’allora Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, nel 2008, il Premio Pulitzer alla carriera. I traguardi extra-musicali sono numerosi. Dylan è l’unico rocker nell’enciclopedia Treccani, la quale lo indica come il più grande esponente della canzone folk statunitense della seconda metà del Novecento.
Ciò significa che la sua unicità è quella di non essersi legato alle convenzioni o alle mode. Ma di averle quasi create, involontariamente, e di aver seguito sempre il ‘vento’ dell’istinto nel comporre canzoni, sempre attuali, ma lungimiranti ed intramontabili.
80 anni, dunque, per un mito, una leggenda vivente che molto probabilmente non ha per nulla esaurito la voglia di dire la sua su molti temi scottanti che ci toccano. E che proprio come Dylan, sono lungi dall’abbandonarci.

Testo a cura di Vincenzo Pepe

Foto d’apertura: l’ultimo disco pubblicato di Bob Dylan, “Rough and Rowdy Ways”, 39° album in studio del cantautore statunitense rilasciato il 19 giugno 2020. L’album, uscito 8 anni dopo il precedente “Tempest”, è stato preceduto dai singoli Murder Most Foul, I Contain Multitudes e False Prophet.



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