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Leisure

Leisure - 21/04/2020

Silenzio, parla lo chef degli astronauti: Stefano Polato

Dal piatto di Harvard al menu spaziale. Quello che conta sono i principi che il giovane chef ha raccolto per nutrizione e conservazione.

Con le missioni spaziali che si susseguono come ai tempi d’oro della conquista dello spazio, anche gli chef degli astronauti vengono alla ribalta. Stefano Polato, chef padovano cultore della cucina consapevole, è responsabile dello Space Food Lab dell’azienda ingegneristica aerospaziale Argotec di Torino, con cui ha supportato l’ideazione e la produzione del cibo di Samantha Cristoforetti per la missione spaziale Futura.

Ha preparato “piatti” anche per altre spedizioni nel cosmo tra gli altri, Luca Parmitano, Paolo Nespoli, Andreas Mogensen, Alexander Gerst, lavorando a stretto contatto con medici nutrizionisti e tecnologi alimentari. Del menù degli astronauti si sa che deve essere senza briciole, altamente nutriente e soprattutto facilmente digeribile.

Altro fattore che spesso sfugge: devono essere cibi che per aspetto, funzionalità e sapore devono resistere tra i 18 e i 24 mesi. C’è sempre abbastanza riserbo sui dettagli ma da quello che si evince da dichiarazioni rilasciate negli anni, antiossidanti e zuppe di legumi sono sempre una buona partenza per chi va fuori dall’atmosfera.

Il Piatto del Mangiar Sano, creato dagli esperti di nutrizione della Harvard T.H. Chan School of Public Health e dagli editori delle Pubblicazioni Harvard Health, è una guida per creare pasti salutari e bilanciati, sia che siano serviti su un piatto, sia che siano confezionati in un cestino del pranzo.

Era il 20 luglio 1969 quando Neil Armstrong posava il piede sulla Luna. Oltre mezzo secolo è passato da quel giorno e in tanti anni scienza e tecnologia hanno cambiato il rapporto dell’uomo con il cosmo. Oggi la Luna sembra più vicina, e in un certo senso lo è, basti pensare che nella prossima missione su Marte potrebbe essere la tappa intermedia per cercare di raggiungere il pianeta rosso.

Stefano Polato dice: “Il modo in cui scegli, prepari e conservi il cibo è determinante per la tua salute. Cuocere gli alimenti in modo da preservarne i nutrienti e non creare sostanze dannose”.

Polato ha iniziato a lavorare per il progetto space food nel 2012 grazie al suo background nel campo della sana alimentazione e della cucina preventiva.

Tutti i cibi per chi va nello spazio solitamente partono dalle basi del cosiddetto piatto di Harvard, di cui abbiamo foto sopra.

Partendo dall’assunto che il cibo è informazione e comunica con il nostro corpo, Polato ha iniziato un percorso di ricerca e studio che lo ha portato ad esplorare nuovi sistemi di cottura e sviluppare nuove consapevolezze. Ricerche che si collegano a doppio filo con l’epigenetica, la scienza che studia come i fattori ambientali influenzano i nostri geni, permettendoci di capire il legame tra età biologica e età cronologica. Lo stress cellulare a cui gli astronauti sono sottoposti dentro le navicelle fornisce in questo senso preziose indicazioni, permettendo di elaborare diete alimentari sempre più precise e sofisticate anche per le perosne “comuni”.

Per questo, Polato collabora alla divulgazione e realizza corsi e incontri con l’obiettivo di sensibilizzare le persone a una maggiore consapevolezza alimentare. Sostenitore dei prodotti locali, è anche esperto di tecniche di cottura avanzate, con cui produce per gli astronauti pasti in grado di conservarsi fino a 12 mesi nello spazio solamente grazie all’impiego di conservanti naturali.

Tra i vari impegni legati alla sua professione, partecipa ad attività di divulgazione presso i centri italiani di Esa e ASI, è reviewer per il Journal of Culinary Nutrition e scrive libri, tra cui “Il potere Rigenerante dei Succhi” per la Sperling & Kupfer e “Cereali e legumi” appartenente alla collana “Slow Life”.

Non sapevo che strada prendere. Subito dopo la laurea in Conservazione dei Beni Culturali ero confuso. Che cosa avrei fatto della mia vita? – dice oggi lo chef – . Prima di buttarmi nel mondo del lavoro, decisi di fare un’esperienza. L’amore che i miei nonni mi avevano trasmesso per la cucina e la natura mi spinse a iscrivermi a un corso di cucina”.

Poi racconta di essersi impegnato a capire che impatto ha ciò che mangiamo sulla nostra salute.Iniziando ad approfondire mi scontrai con una parola che avrebbe rappresentato una svolta per la mia vita, personale e professionale: epigenetica.  In sostanza, qualcuno aveva capito che i nostri geni si modificano in base a quello che facciamo, all’ambiente in cui viviamo, ai sentimenti che proviamo e… al cibo che mangiamo. Ero arrivato alla prima grande realizzazione:  il cuoco, e chiunque si metta ai fornelli, ha il compito principale di somministrare vita. Una cosa però era certa: non ero ancora quel tipo di cuoco, facevo ancora molti errori in cucina, nonostante mi considerassi capace. Questa consapevolezza stava per cambiare tutto. Decisi di iniziare a studiare e frequentare medici, biologi e nutrizionisti”.

Stefano è così arrivato a creare un blog e un business di “trasmissione” di regole per Cibo Vivo, la sua iniziativa che dal ristorante si è spostata anche sui social media e nei corsi che tiene. Avamposto43 è un’accademia che ha scelto di concentrarsi sulla salute delle persone con l’obbiettivo di trasmettere tutti gli strumenti affinché le persone possano fare proprie tutte le conoscenze per preparare cibo ricco di nutrienti utili a potenziare lo stato di salute. Per il momento delicato che stiamo vivendo, le attività di corsi e team building sono sospese.

 



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