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Giappone mon amour, le tendenze culturali portano ancora al Sol Levante

Non si placa la fascinazione, soprattutto occidentale, per il Paese del kimono. E di tanta eleganza che fa tuttora scalpore con il suo minimalismo. Mostre, mode e libri che lo tengono in auge.

Ecco come il Giappone ancora oggi si conferma origine e motivo di studio di stili e tendenze. Il “Giapponismo”, termine coniato in Francia nel 1873, è ancora d’attualità: è l’influenza che l’arte giapponese ha avuto sull’Occidente.

CARTONI – In ricordo del regista giapponese Isao Takahata, recentemente scomparso, maestro dell’animazione e creatore di cartoni animati come Heidi, Anna dai capelli rossi e Marco, quest’estate il Museo della Figurina di Modena ha ospita World Masterpiece Theater. Dalla letteratura occidentale all’animazione giapponese, a cura di Francesca FontanaSi tratta dell’ultimo episodio della serie di mostre 80-90. Televisione, musica e sport in figurina, percorso espositivo ideato da Thelma Gramolelli, iniziato nel 2014 per indagare un periodo cruciale della storia della figurina, caratterizzato dall’irrompere della televisione commerciale nei diversi ambiti della vita sociale. Negli anni Ottanta e Novanta, infatti, i cartoni animati giapponesi compirono una vera e propria rivoluzione estetica e narrativa che ha influenzato generazioni di bambini, oggi trentenni e quarantenni, anche mediante il merchandising delle figurine.

52 episodi che hanno cambiato l’intrattenimento nel mondo: Heidi, Girl of the Alps del 1974 è una serie animata amircana-giapponese di Zuiyo Eizo (ora Nippon Animation) basata su un racconto svizzero.

Il World Masterpiece Theater ovvero il Teatro dei capolavori del mondo (dal giapponese Sekai meisaku gekijō) è stato un fortunatissimo ciclo di cartoni animati prodotto dalla Nippon Animation dal 1975 fino al 1997. Lo stile Meisaku era caratterizzato da cura minuziosa dei dettagli e qualità grafica superiore rispetto agli anime coevi, ma soprattutto dal fatto che fosse basato sulla letteratura occidentale per ragazzi. L’intenzione era dichiaratamente educativa: oltre ad istruire gli spettatori nipponici su paesaggi, architetture, usi e costumi occidentali, offriva loro una profonda analisi psicologica dei protagonisti che, come nei romanzi, erano spesso orfani e affrontavano prove difficilissime che consentivano loro di acquisire le competenze necessarie per diventare adulti rispettabili, capaci e altruisti.

Precursore del progetto è il celeberrimo Heidi, creato da Isao Takahata e Hayao Miyazaki nel 1974, che, a causa degli alti costi, porta al fallimento della casa di produzione Zuiyo Eizo, costretta a scindersi in due distinte società, una delle quali sarà la Nippon Animation. Tra i cartoni più amati di fine anni Settanta e inizio anni Ottanta si possono ricordare Marco. Dagli Appennini alle Ande (1976), tratto dal libro Cuore, Anna dai capelli rossi (1979), Tom story (1980) tratto da Le avventure di Tom Sawyer, Flo, la piccola Robinson (1981), Lucy-May (1982), Là sui monti con Annette (1983). Dal 1986 al 1993 la veste grafica degli anime subisce una trasformazione e i colori si fanno più vivaci e intensi, come si può notare in Pollyanna (1986), in Una per tutte, tutte per una (1987), trasposizione animata del romanzo Piccole Donne e Peter Pan (1989).

Soprattutto nel corso degli anni Ottanta e prima metà degli anni Novanta, l’Italia contribuisce al successo dei cartoni animati del World Masterpiece Theater, testimoniato dalla popolarità crescente degli album di figurine a essi dedicati. Il progetto si conclude ufficialmente il 23 marzo 1997 per essere poi solo temporaneamente recuperato negli anni Duemila con alcune anime tra cui Sorridi, piccola Anna (2009), basato sul romanzo prequel che descrive i primi undici anni di vita di Anna Shirley.

Nonostante non facciano parte ufficialmente del ciclo denominato World Masterpiece Theater, molti altri cartoni animati condividevano le tematiche tratte da romanzi per ragazzi occidentali e l’intento educativo. Tra questi, alcuni prodotti della Nippon Animation non esplicitamente inseriti nel progetto WMT, come L’ape Maia (1975), Jacky, l’orso del monte Tallac (1977), D’Artacan e i tre moschettieri (1981), Il giro del mondo di Willy Fog (1983), Il libro della giungla (1989), e cartoni animati di stile Meisaku di altre case produttrici quali Remi – Le sue avventure (1977), Capitan Futuro (1978), Nils Holgersson (1980), Don Chisciotte (1980), Il Mago di Oz (1987), Robin Hood (1990). Non è giapponese, infine, ma spagnolo il cartone animato David Gnomo amico mio (1985), tratto da un libro illustrato per bambini.

SPORT – Il Giappone questo settembre sarà il primo Paese asiatico a ospitare il Mondiale di Rugby. E come poteva chiamarsi la nazionale giapponese di rugby se non Brave Blossoms (boccioli impavidi)? Ci sono 12 stadi interessati (per 12 località) e solo 1 è di nuova costruzione, quello di Kamaishi, sede scelta per rivitalizzare l’area nord orientale del Paese, devastata dallo tsunami del 2011. La finale si disputerà a Yokohama, già sede di uno stadio, escludendo così la capitale Tokyo, che non dispone ancora di uno stadio Olimpico.

Nell’occhialieria,  il modello “Coral Cove” di Blackfin – azienda italiana – che ha un know-how giapponese: un over esagonale realizzato in pregiatissimo titanio giapponese, ultra leggero e funzionale è l’occhiale per chi non ha bisogno di nascondere la propria personalità, ma la indossa con orgoglio.

LO CHEFHaruo Ichikawa, classe 1954, giapponese di nascita e italiano di adozione, è stato il primo promotore del successo del Magnolia, il gastro-bar dell’hotel Four Seasons di Firenze questa estate. Nasce a Saitama, vicino Tokyo e inizia a cucinare a fianco della madre, che lo spinge ad intraprendere la carriera del cuoco. Inizia a lavorare come aiuto cuoco in un sushi bar di Tokyo per poi partire per Los Angeles a 24 anni. Negli Stati Uniti incontra la cultura americana fino a quando, dopo essere ritornato a Tokyo, si lascia affascinare dall’Europa e in particolare dall’Italia. Si trasferisce a Milano per due anni, con un intermezzo in un ristorante giapponese a Bologna, e inizia a lavorare per il Ristorante Ran. Nel 2000 inizia a dirigere la cucina di Iyo, dove nel 2015 arriva la stella Michelin che lo consacra come uno dei pochi ristoranti di cucina giapponese che vanta questo riconoscimento in Europa. La sua cucina è un rituale. Concentrato e imperscrutabile lo chef Haruo crea i suoi piatti con una dedizione quasi maniacale, partendo dalla qualità e freschezza della materia prima al bilanciamento gustativo ed estetico complessivo. Il piatto che preferisce? Quello che fa innamorare l’ospite. Oggi è consulente.

Il concept food della Magnolia è panasiatico e haportato a Firenze diversi sapori da tutto l’Oriente, con un’offerta gastronomica senza pari curata nei minimi dettagli dallo Chef stellato Haruo Ichikawa, per lungo tempo alle redini del ristorante stellato “Iyo” a Milano.

MOSTRA – Il Giapponismo ha invaso le culture occidentali da molto tempo. Ecco perché a Milano, il progetto Oriente Mudec comprende le due mostre “Quando il Giappone scopr l’Italia” e “Impressioni d’Oriente. Arte e collezionismo tra Europa e Giappone” (entrambe fino al 2 febbraio 2020ù) che sono due chiavi di lettura privilegiata per questo fenomeno.

La mostra “Impressioni d’Oriente. Arte e collezionismo tra Europa e Giappone”, illustra attraverso una selezione ampia e diversificata di opere provenienti dall’Italia e dall’estero, lo sviluppo di quel gusto orientato verso il Giappone che pervase la cultura artistica occidentale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, in particolar modo in Francia e in Italia.

In mostra oltre 170 opere tra dipinti, stampe, oggetti d’arredo, sculture e oggetti di arte applicata, provenienti da importanti musei italiani e europei e da collezionisti privati.

La mostra ripercorre la profonda fascinazione che il Giappone ha esercitato sulla cultura occidentale e approfondisce le dinamiche dei complessi scambi artistici che si susseguirono tra il 1860 e il 1900.
L’analisi storico-artistica riserva una particolare attenzione al contesto di relazioni commerciali, avventure imprenditoriali e in generale grande curiosità che hanno caratterizzato un’epoca intera. Nel variegato contesto del gusto internazionale per il Giappone e della sua influenza sulle arti, la mostra si focalizza sui maggiori artisti italiani ed europei che hanno subito l’incanto del ‘Giapponismo’: da De Nittis a Rodin, da Chini a Induno, da Van Gogh a Gauguin e Fantin-Latour, da Toulouse-Lautrec a Monet, esponendone alcuni dei capolavori assoluti dell’epoca.

In particolare la mostra prende in esame il Giapponismo italiano. Nel più ampio contesto del gusto internazionale per il Giappone e della sua influenza sulle arti, come tendenza concentrata soprattutto a Parigi, la mostra si focalizzerà sui maggiori tra gli artisti italiani che caddero nell’incanto del Giapponismo, come Giuseppe De Nittis, Galileo Chini, artista profondamente affascinato dall’Oriente, Vincenzo Gemito, Federico Zandomeneghi e Giovanni Segantini, attivo interprete di immagini che facevano uso di questi stimoli.

Il MUDEC presenta per l’autunno 2019 il progetto Oriente MUDEC, che coinvolge tutti gli spazi espositivi del museo e racconta da diversi punti di vista – artistico, storico ed etnografico – i reciproci scambi tra Giappone ed Europa attraverso il tempo e l’incontro culturale tra i due mondi.

 

LE IMMAGINI FLUTTUANTI A PAVIA – Dal 12 ottobre 2019 al 9 febbraio 2020, alle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia, una mostra pone a confronto il fascino delle stampe giapponesi di autori quali Katsushika Hokusai (1760‐1849), Utagawa Hiroshige (1797‐1858) e Kitagawa Utamaro (1753‐1806) con quelle di artisti quali Edouard Manet, Henri Toulouse Lautrec, Pierre Bonnard, Paul Gauguin, Camille Pissarro e altri.

 

La rassegna, Hokusai, Hiroshige, Utamaro. Capolavori dell’arte giapponese, promossa dal Comune di Pavia – Settore Cultura, Turismo, Istruzione, Politiche giovanili, prodotta e organizzata da ViDi, in collaborazione con Musei Civici di Pavia, curata da Tara Weber, registrar della Johannesburg Art Gallery, Laura Aldovini, conservatore dei Musei Civici di Pavia, e Paolo Linetti, direttore del Museo d’Arte Orientale Collezione Mazzocchi di Coccaglio, vuole infatti mostrare le meraviglie delle ukiyo-e, ovvero le raffinate incisioni a colori su legno sviluppatesi nel Paese del Sol Levante a partire dal XVII secolo, e la profonda influenza che ebbero sulla storia dell’arte europea, soprattutto francese, del XIX secolo.

 

L’esposizione presenta oltre 150 opere, provenienti dalla collezione d’arte asiatica della Johannesburg Art Gallery, formatasi a partire dal 1938, a cui si aggiungono circa 30 stampe di proprietà dei Musei Civici di Pavia, databili a prima del 1858, ed eseguite da quattro allievi di Utagawa Toyokuni, grande maestro della tecnica ukiyo-e nell’Epoca di Edo. Sarà inoltre possibile ammirare la celeberrima Grande Onda di Hokusai.

Le ukiyo-e, letteralmente “immagini del mondo fluttuante”, sono il prodotto della giovane e impetuosa temperie culturale fiorita nelle città di Edo, l’attuale Tokyo, Osaka e Kyoto, contraddistinte da una tecnica artistica utilizzata durante la seconda metà del Seicento, a partire dalle opere monocromatiche di Hishikawa Moronobu, realizzate con inchiostro cinese, quindi colorate a mano con dei pennelli. Fu solo nel Settecento che si sviluppò la tecnica della stampa policromatica che decretò il successo di queste stampe in patria e nell’Occidente.

HOKUSAI, HIROSHIGE, UTAMARO. CAPOLAVORI DELL’ARTE GIAPPONESE. Pavia, Scuderie del Castello Visconteo (viale XI Febbraio, 35) 12 ottobre 2019 – 9 febbraio 2020. In questa immagine: Hokusai Katsushika (1760 – 1849) La cascata di Yōrō nella provincia di Mino, – numero 8 dalla Serie viaggio attorno alle cascate in tutte le Province Xilografia policroma su carta da gelso – nishiki-e c. 1831-1832 (384 x 263)

LIBRO – Il libro fotografico “Il mio Giappone”  di Alberto Moro (Tono Continuo Edizioni) contiene spunti e segreti di come riconoscere anche l’estetica nipponica in tutto quello che è stato contaminato. Stefania Viti Laureata all’Università Ca’ Foscari di Venezia in Lingua e Letteratura Giapponese, ne cura i testi. Viti ha vissuto in Giappone per circa dieci anni e nel 2016 ha ricevuto il Premio Umberto Agnelli per il Giornalismo che la Fondazione Italia-­Giappone assegna ogni anno a giornalisti che si sono contraddistinti nel comunicare il Giappone in Italia e l’Italia in Giappone. È autrice di pubblicazioni sulla cultura gastronomica giapponese per le Edizioni Gribaudo. “Le tradizioni culturali giapponesi hanno subito profonde modifiche nel corso del tempo. Tuttavia alla base del Giappone e della sua cultura classica e contemporanea – scrive Alberto Moro – “, non esiste dicotomia ma armonia, anche tra gli opposti”.
Alberto Moro imprenditore, fotografo e insegnante della cerimonia del tè giapponese. Presidente dell’Associazione Culturale Giappone in Italia di cui è stato socio fondatore nel 2007. È stato il presidente del Milano Manga Festival presso la Rotonda della Besana (2013) e la Fabbrica del Vapore (2014-­15). Nel 2016 ha presentato la sua mostra fotografica “Osaka vista da un milanese” nel municipio di Osaka e nel 2018 “Giappone e dintorni” presso il Consolato Generale del Giappone a Milano.

A Milano, si svolgerà mercoledì 2 ottobre 2019 alla Fondazione Sozzani di Milano, una conversazione intorno al libro fotografico “Il mio Giappone” di Alberto Moro (Tono Continuo Edizioni), con Yuji Amamiya, Console Generale del Giappone a Milano, Shuhei Matsuyama, artista e maestro di Karate, Alberto Moro, Presidente Associazione Culturale Giappone in Italia e Stefania Viti, giornalista.

 

DILAGA IL SAKE“Il Libro del Sake e degli spiriti giapponesi – Storia dei liquori nipponici, con cocktail e curiosità” (a cura di Stefania Viti) è un viaggio gastroculturale nell’affascinante, quanto ancora poco conosciuto, mondo dei liquori Made in Japan. Dice l’autrice: “Partendo dal principe di tutti i liquori giapponesi, il sake, di cui racconto storia, produzione, curiosità e tutto quanto ci sia da sapere sulla “bevanda degli dei”, il libro narra caratteristiche e peculiarità di altre famosissime bevande giapponesi: shochu, awamori, umeshu, yuzushu e poi ancora birra e samurai spirits come il famoso whisky made in Japan, il rum e il gin. Si tratta di un lavoro piuttosto complesso che raccoglie anche le testimonianze, in forma di intervista, di chi lavora in questo modo e dunque lo vive dall’interno”.

Il libro di Stefnia Viti sul Sake  si avvale, inoltre, della collaborazione di cinque tra i più famosi lounge bar in Italia e in Giappone: Lamp Bar di Nara (Giappone), di Micito Kaneto, World Class Global Bartender of the Year 2015, di cui pubblichiamo anche una intervista, poi Zuma Roma, Octavius Bar at the Stage Milano, Sakeya e Tenoha, i quali interpretano le bevande di cui parliamo presentando i loro originali cocktail.

 

IO, ROBOTTO – Come si fa a parlare di robot e non considerare l’enorme contributo che negli anni 70 le anime giapponesi hanno dato alla diffusione del loro immaginario nel mondo. Ne tiene conto la mostra milanese appena aperta, “Io, Robotto – Automi da compagnia”, che sarà visibile in Fabbrica del Vapore fino a domenica 19 gennaio 2020. L’esposizione, curata dal giornalista Massimo Triulzi, esperto di tecnologia e appassionato di robotica, e coprodotta dal Comune di Milano, è la prima guidata da un’Intelligenza Artificiale: Alexa di Amazon. . La mostra spazia dai robot di latta con carica a molla sino ai più celebri robot del cinema, quelli degli anime giapponesi, dinosauri da compagnia, robot musicali, cuccioli robot e Furby, animatroni e androidi, sino ad arrivare agli albori del futuro: gli automi connessi e le Intelligenze Artificiali.

Alla Fabbrica del Vapore di Milano fino al1 9 gennaio 2020; “Io, Robotto” L’esposizione offre inoltre occasioni di conoscenza in ogni campo d’indagine della robotica, dalla tecnologia al cinema, passando per letteratura, videogiochi, medicina e fumetti: ogni giovedì sera ci saranno conferenze tematiche, workshop, showcase e sessioni didattiche.

 

POLIZIESCO – Marsilio in Italia sta puntando sui capolavori del genere poliziesco giapponese. Si tratta di un filone sconosciuto ai più ma che è di grande interesse ultimamente. Ossessione, erotismo, passione, frustrazione sono protagonisti di sei travolgenti racconti scritti da Tanizaki Jun’ichirō, nato a Tokyo nel 1886, è considerato uno degli scrittori più autorevoli della letteratura giapponese moderna. Fu nominato più volte per il Premio Nobel tra il 1958 e il 1964. Morì ad Atami nel 1965. Nei “Racconti del crimine” pubblicati quest’anno in Italia il filo conduttore di questo periodo giovanile di Tanizaki è il genere del romanzo poliziesco. Per la strada (1920) era stato accolto da Edogawa Ranpō, il padre del mistery giapponese, come «un’opera che ha fatto epoca nel romanzo poliziesco» e «di cui possiamo andare fieri davanti agli occidentali».

A cura di Luisa Bienati, per Marsilio, Tanizaki Jun’ichirō narra in un sottile gioco tra finzione e realtà.

IL NEO CUTE – A Roma in estate c’è stato un esperimento interessante che prendeva spunto da una fascinazione moderna nipponica. “Neo cute” è un dispositivo artistico in forma di narrazione nelle categorie del Neo-pop, che rimanda alla produzione otaku amatoriale giapponese e ai prodotti derivati. Come in una narrazione oltre la quarta parete i 6 personaggi, da Spunky a Tuty, sono sollecitati nelle loro intrinseche qualità commerciali: lo schema morfologico di base derivato dall’industria, l’equilibrio tra aspetti narrativi e visuali. Qualità rispetto alle quali attuano un doppio movimento di corrispondenza e di emancipazione che fa leva concettualmente sul loro essere nati al di fuori della narrazione, nel mondo visuale dell’arte.

Alla base di Neo Cute c’è il Kindchenschema, i cosiddetti “segnali infantili” di Konrad Lorenz, quell’insieme di caratteristiche morfologiche esteriori, negli animali e negli esseri umani, propri dell’infanzia. Nella prima e nella seconda parte, in particolare, le conformazioni multiple e le caratterizzazioni estrinseche hanno l’effetto di rilevare il comune fondo omologato dei personaggi artistici, lo schema infantile. Quelle caratteristiche, oggi tipiche di bambole e delle action figures “pop” dell’industria dell’intrattenimento e del merchandising, sono, insieme alla presentazione dell’opera d’arte come personaggio, quanto ha determinato storiograficamente il neo-pop internazionale a partire dalla concettualizzazione giapponese negli anni 90. Se il neo pop ha assunto la morfologia e la narratività delle arti commerciali, in questo progetto l’assunzione critica di questi due caratteri avviene proprio attraverso uno di essi, nelle azioni critiche attuate dalle opere d’arte che, colte nel loro carattere di personaggio, assumono forma di narrazione.

Esperimento: presso il Macro Asilo in via Nizza, a Roma, il progetto artistico ideato da Giancarlo Carpi diviso in tre fasi, distinte ma collegate, “Neo Cute”, l’innovativo progetto neo-pop, con rimandi al Giappone, con le creature artistiche di Lucio Fabale, Gabriels, omino71, Natascia Raffio, Katja Tukiainen, Elio Varuna.

 

 



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