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Leisure - 20/11/2018

Viaggio nell’opificio delle pietre dure di Firenze

L’Opificio delle Pietre Dure (noto anche con la sigla OPD) è un Istituto autonomo del Ministero per i  beni e le attività culturali, (Direzione generale educazione e ricerca) la cui attività operativa e di ricerca si esplica nel campo del restauro delle opere d’arte.

L’Istituto ha origini composite, frutto di una antica e illustre tradizione e di una moderna e articolata attività, già evidenti nella sua insolita denominazione, Nato per volere di Ferdinando I de’ Medici, come manifattura per la lavorazione di arredi in pietre dure, l’Opificio venne trasformando la sua attività lavorativa, negli ultimi decenni del secolo XIX, in attività di restauro, prima dei materiali prodotti durante la sua plurisecolare storia, per poi ampliare la propria competenza verso materiali affini.

In seguito alla grande catastrofe dell’alluvione del Novembre 1966 e alla legge istitutiva del Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali del 1975, vennero fusi in unica entità l’antico Opificio mediceo ed il Laboratorio restauri della Soprintendenza, tra l’altro il vero protagonista dei restauri dell’alluvione. A questo nucleo furono annessi i laboratori minori sorti in seguito all’emergenza dell’alluvione.

23 NOVEMBRE 2018 – Questa giornata di studi è dedicata al recente restauro a cura  dell’Opificio delle Pietre Dure delle due tavole del dittico bizantino in micromosaico esposto al Museo dell’Opera del Duomo sotto la Cantoria di Donatello.

Il dittico, databile al XIV secolo, presenta Le dodici grandi festività cristiane attraverso dodici scene di eventi nella vita di Cristo e Maria corrispondenti a grandi feste liturgiche. L’Arte di Calimala, il cui stemma appare sull’astuccio ligneo dell’opera, aveva acquistato il dittico dalla nobile veneziana Nicoletta di Antonio Grioni, vedova di un funzionario della corte bizantina: un cubicularius dell’imperatore Giovanni VI Cantacuzeno; esso era stato donato dall’Arte al Battistero nel 1394. Le tessere minutissime incastrate in uno strato di cera riproducono lo stile e alcune soluzioni formali dei mosaici e degli affreschi della chiesa del monastero costantinopolitano di San Salvatore in Chora, del primo quarto del Trecento, e costituiscono un caso esemplare della diffusione di stilemi orientali attraverso opere trasportabili.

A MANTOVA – Fino al 31 marzo 2019, il Castello di San Giorgio del Complesso Museale Palazzo Ducale di Mantova ospita la mostra “Pietre colorate molto vaghe e belle. Arte senza tempo dal Museo dell’Opificio delle Pietre Dure”, una preziosa raccolta di opere d’arte realizzate con la particolare tecnica artistica detta ‘commesso’ che consente di creare, sulla base di un modello pittorico, immagini ottenute dal paziente assemblaggio di piccole sezioni di pietre colorate: porfidi, diaspri, agate, lapislazzuli che, accuratamente selezionati, tagliati e accostati, appaiono come una vera e propria ‘pittura di pietra’.

L’esposizione, a cura di Sandra Rossi, Peter Assmann e Anna Patera, con la collaborazione scientifica di Riccardo Gennaioli, sarà arricchita da una sezione interamente dedicata alle antiche tecniche di lavorazione e ai pregiati materiali utilizzati, che offrirà al visitatore la possibilità di cogliere in pieno la perizia tecnica che sta alla base di queste preziose e raffinate realizzazioni destinate a una committenza regale.

Sarà questa l’occasione per vedere alcuni preziosi fogli che fanno parte del cospicuo patrimonio grafico della Manifattura, conservato nel Gabinetto Disegni e Stampe del Museo dell’Opificio, una raccolta di oltre tremila pezzi, in gran parte inediti, che testimoniano l’attività delle Botteghe Granducali nel corso dei secoli, documentando i diversi passaggi creativi ed esecutivi della produzione artistica.

All’interno del percorso di visita sarà inoltre possibile ammirare il dipinto di Giuseppe Zocchi, l’Allegoria della Terra (1750), e la sua preziosa trasposizione in pietra attualmente conservata al Complesso della Hofburg a Vienna, realizzata dalla Manifattura Granducale nel 1752 su commissione dell’imperatore Francesco Stefano di Lorena, per abbellire la sua residenza viennese con una intera pinacoteca in pietra dura, “senza tempo”.

Accanto a queste sarà esposta, per la prima volta al pubblico, la trasposizione moderna dell’Allegoria della Terra in commesso in pietre dure, realizzata dal Laboratorio del Settore Mosaico e commesso in pietre dure dell’Opificio con lo scopo di ripercorrere dal punto di vista pratico il procedimento creativo e cogliere i segreti più reconditi dell’antica tecnica esecutiva.
Tale realizzazione costituisce una pregevole eccezione nell’ambito dell’attività istituzionale dell’Opificio delle Pietre Dure che dopo l’Unità d’Italia si è progressivamente trasformato da Manifattura di corte a Istituto specializzato nel restauro delle opere d’arte, sede di una Scuola di Alta Formazione e di Studio che prepara i futuri restauratori di beni culturali. Conoscere la tecnica significa infatti essere in grado di comprendere il modus operandi degli artisti e saper restaurare con la massima perizia e consapevolezza i capolavori del passato. Un filo ininterrotto nei secoli lega la storia antica con l’attuale Istituto in un logico e naturale trasferimento di competenze.
La mostra fa parte delle iniziative organizzate per l’Anno europeo del Patrimonio Culturale 2018 ed è frutto della collaborazione tra il Complesso Museale Palazzo Ducale di Mantova e l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.

Accompagna la mostra il catalogo pubblicato da Tre Lune Edizioni.



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