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Targets - 24/04/2021
RIEVOCAZIONI

Julio Velasco, la storia del campione di volley dimenticato

Un grande campione dello sport, emblema di programmazione e management vincente. Julio Velasco emigrò dall’Argentina in Italia nel 1983, esattamente a Jesi (Ancona). La sua storia, quella su come diventare un grande manager, cosa che dimostrò nel primo anno italiano, è tracciata nel nuovo libro del giornalista Daniele Bartocci, collaboratore di The Way Magazine.

Bartocci ha deciso di raccontare parte del debutto tricoloredi Velasco nel suo nuovo libro, dal titolo “Happy Hour da fuoriclasse al BarTocci”. 212 pagine di appunti, racconti, commenti e saggi sportivi utili anche per affrontare le dinamiche giornalistiche nell’era digitale e i trend comunicativi e motivazionali di un grande leader

Daniele Bartocci ha tracciato un profilo umano legato agli esordi di un leader quale Julio Velasco nel professionismo, avvalendosi di reperti storici e documenti ingialliti del tempo mai svelati. Un personaggio, i cui successi sono legati indissolubilmente alla Nazionale Azzurra, portato in Italia nel 1983 dall’attuale DG Lube Civitanova campione del mondo in carica Beppe Cormio edall’indimenticato patron jesino Sandrino Casoni. Pagine nelle quali si intrecciano retroscena e aneddoti di vita e di sport, oltre alle particolari abilità, capacità gestionali e metodologie di lavoro del tecnico argentino, diventato poi profeta della nazionale italiana con la quale ha vinto tutto, considerati i 2 campionati del mondo, 3 ori europei e 5 world league, mancando la vittoria alle olimpiadi (dove è stato argento ad Atlanta 1996

Oltre che campione di sport, Velasco è stato campione di superamento di ostacoli. Lo sportivo inizia a muovere i suoi primi passi a La Plata, in Argentina, cominciando a giocare a pallavolo e ad allenare le selezioni giovanili durante la sua frequenza al Liceo Nacional e negli anni vissuti alla Facoltà di Filosofia. Università che fu presto costretto ad abbandonare (con 6 esami rimasti alla laurea) a causa della repressione dei militari golpisti sugli studenti antifascisti.

Certamente, nella peggiore delle ipotesi, Velasco avrebbe potuto alimentare la lunga lista degli scomparsi: i cosiddetti desaparecidos, in tempi di dittatura targata Videla (o più esattamente dal 1976 al 1983), venivano quantificati in più di 30.000 unità, con oltre 500 neonati appropriati. In data 24 marzo 1976, nella città di Buenos Aires, il governo di Isabelita Perón viene destituito da un golpe militare comandato dal violento generale Jorge Rafael Videla. È l’inizio della storia della dittatura civico-militare in Argentina. La dittatura vigente targata Videla e la pressione continua del controllo di polizia obbligarono, dunque, Julio Velasco (che intanto aveva perso il padre e visto il fratello più grande, militante di sinistra, fuggire in Spagna) a lasciare La Plata per insediarsi a Buenos Aires, una località-rifugio in cui era molto più semplice nascondersi e dove presto Velasco iniziò un’altra vita: dalla filosofia in senso stretto alla pura attività lavorativa di allenatore intesa anche come forte impronta educativa.

Con la Ferrocarril Oeste, team sportivo nel quartiere di Cavallito, insegna volley ai giovani e ben presto vince quattro campionati consecutivi dal 1979 al 1982. Agli inizi degli anni Ottanta è vice-manager della squadra nazionale maschile argentina, con cui vince la medaglia di bronzo ai mondiali. Come riporta un articolo di Repubblica risalente all’aprile 1995, negli anni del Ferrocaril Oeste Velasco conobbe un  grande amico, Daniel Alfredo Tarando che, tra l’altro,  nella metà degli anni Ottanta fu Entrenador Jefe del Equipo Superior Masculino de Serie A con la “Libertas San Cristóforo Catania” in Sicilia, e che militò come manager anche sulla stessa società di Velasco, la Ferrocaril Oeste. “Ricordo le nottate interminabili quando, giovani e squattrinati, facevamo le ore piccole nel bar del club, l’unico che ci facesse credito – si legge sul pezzo che abbiamo rintracciato di 25 anni fa – Chiacchiere infinite su pallavolo, politica e dirigenti. Ascoltare Julio è sempre stato un piacere. E’ intelligentissimo, è nato per fare l’allenatore. Quando, guardando un ragazzino, diceva: quello lì non arriverà a niente, oppure: quello ha la stoffa da campione, ci azzeccava sempre. In Italia, adesso, lui è Gardel (il re del tango argentino, ndr)”. Ma vogliamo fare un piccolo passo indietro, soffermandoci su un fatto particolarmente importante.

Dall’Argentina, regime di colonnelli e ritenuta originariamente terra di immigrati, Velasco emigrò in Europa nell’anno 1983, esattamente in Italia, a Jesi, come primo allenatore della Tre Valli Volley in serie a2. L’emigrazione in Europa, a quell’epoca per il popolo argentino, suonava come pura realizzazione di un sogno, di un’utopia. Julio Velasco arrivò nella zona della Vallesina (Jesi, in provincia di Ancona, nelle Marche) dall’altra parte del mondo, sbarcando in aeroporto di fatto senza bagaglio e portando con sé poco più dei vestiti che aveva addosso e con cui aveva viaggiato. Capello con frangetta spostata a destra, volto serio e apparentemente timido ed educato, mani in tasca durante le prime foto di rito.
Abbiamo a tal punto il piacere di riportare alcuni momenti salienti raccontati dalla Gent.ma Signora Anna Virginia Vincenzoni Casoni, moglie dell’indimenticato patron della società jesina di A2 Sandrino Casoni (stagione 1983-84).  “Velasco per il primo mese rimase a casa nostra, dove mangiava e dormiva, innamorandosi della cucina italiana, in particolar modo delle tagliatelle di mia suocera. Voleva con forza far arrivare in Italia anche quella che allora era sua moglie, Nora, e le sue figlie, Lucrezia e Veronica, che era piccolina. Quando arrivarono si trasferirono prima in una casa a Pianello, sopra una farmacia, poi in un appartamento a Jesi. A Jesi la sua vita era interamente dedicata alla pallavolo e alla palestra.Aveva vissuto forte esperienze personali in Argentina, in un periodo di ingente dittatura. Ma ora Julio viveva di quello e per quello, parlava di pallavolo e di giocatori, visionava numerose cassette, studiava e analizzava nel dettaglio gli allenamenti e gli avversari. Non credo facesse molta vita mondana all’infuori di questo. Ma rammento anche del suo personaggio che mi colpirono certe sue attenzioni ed eleganze nel comportamento e nell’atteggiamento, ad esempio nei confronti della moglie.E rimembro ancora una vacanza ad Ortisei, delle nostre due famiglie insieme, nella stagione estiva 1984”. Un club blasonato all’epoca, quello jesino, che sarebbe potuto diventare la Lube Civitanova dei giorni d’oggi.

Sono venuto qui, a Jesi, per fare grandi cose – affermò Julio Velasco nelle prime interviste rilasciate nella città marchigiana, che ancora oggi custodiamo gelosamente – Per questo motivo sto lavorando sulla testa dei ragazzi, svolgendo una preparazione fisica molto impegnativa. Credo che per il debutto in campionato del 15 ottobre a Catania saremo in perfetta forma.L’unica incognita potrà nascere dall’inesperienza di alcuni giovani, ma in linea di massima sono fiducioso anche per i più piccoli, che saranno chiamati a rispondere al meglio alle mie sollecitazioni”. Coach Velasco aveva rivoluzionato in lungo e in largo i metodi di allenamento – valutando parametri del tutto innovativi come passi e movimenti “stile tango argentino” – andando oltre la solita razione di esercizi ginnici alternati al lavoro con la palla per il perfezionamento della tecnica individuale. “Spettatore costante e motivatore aggiunto – si legge in un estratto del libro Happy Hour da Fuoriclasse al Bartocci scritto nel 2021 dal giornalista Daniele Bartocci – delle varie sessioni di allenamento lo staff dirigenziale del Latte Tre Valli Volley Jesi, non soltanto Beppe Cormio (attuale Direttore Generale della Lube Civitanova Volley) e l’indimenticabile patron Sandrino Casoni, bensì il ragionier Conti, Cesare Guidi e l’intero staff tecnico”.



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